Hiroshima e Nagasaki, 6 e 9 agosto 1945: gli Stati Uniti d’America sganciano due nuovi ordigni sulle città giapponesi, piegando l’indomita resistenza dell’Impero del Sol Levante con la resa dell’ultima potenza dell’Asse, che accetta la capitolazione alla vigilia di Ferragosto. La Seconda guerra mondiale, la più spaventosa per numero di morti, si conclude con i due massimi eccidi istantanei in contesto bellico della storia, per non parlare delle malattie, delle sofferenze fisiche e morali e dei lutti che i due bombardamenti nucleari (cioè radioattivi) produrranno nei decenni a venire.
Ottant’anni sono trascorsi dalle due ecatombi e mai come allora – salvo forse ai tempi della crisi cubana dei missili del 1962 – il mondo sente oggi incombere il pericolo atomico. A differenza del duello Krusciov–Kennedy, conseguenza emblematica del rigido bipolarismo postbellico che probabilmente era stato impostato proprio a partire dall’olocausto nucleare nipponico, il rischio attuale deriva da un multipolarismo che fatica ad ancorarsi a un baricentro. E da una rinnovata proliferazione, che contraddice le aspirazioni del disgelo della seconda metà degli anni 80 del secolo scorso, prodromiche alla fine della cosiddetta Guerra fredda.
200mila morti sul colpo e…
Il numero delle vittime dei due bombardamenti è difficile da quantificare precisamente. Anche perché, come si diceva, sono stati innumerevoli i decessi susseguitesi negli anni come conseguenze più o meno dirette degli stessi. Sul momento perirono nelle due città oltre 200mila persone, ma entro la fine dell’anno i caduti erano già raddoppiati. L’esplosione di Nagasaki, a causa di condizioni meteorologiche non ottimali, riuscì meno distruttiva del previsto perché il bombardiere dovette sganciare la bomba a 4 chilometri di distanza dal target prestabilito, lasciando indenne gran parte dell’agglomerato protetto dalle colline circostanti.
Ricordiamo i nomi convenzionali dei due bombardieri B29 – Enola Gay e Bockscar – e delle due bombe atomiche – Little Boy e Fat Man – che non solo marcarono la fine della guerra in corso sui diversi teatri da quasi sei anni, ma mutarono anche la consapevolezza generale delle capacità distruttive radicali attinte dalla specie umana in danno di se stessa. Non possiamo dimenticare nemmeno i nomi dei due comandanti dei velivoli – il colonnello Paul Tibbets e il maggiore Charles W. Sweeney – in rappresentanza dei loro equipaggi, ma in qualche modo anche del dramma di ogni individuo che si trovi per caso a dover eseguire un ordine che ripugna alla coscienza, cioè alla propria stessa natura.
Natura umana tra il bene e il male
I lettori troveranno altrove, se vorranno, numerose riflessioni sulle implicazioni etico-morali e psico-sociali della costruzione e dei due soli casi (fortunatamente, per ora) d’impiego della bomba atomica in tempo e in teatro di guerra. Facciamo un’eccezione solo per gli «hibakusha», i sopravvissuti (letteralmente, persone che hanno subito l’esplosione) e l’elaborazione individuale e collettiva del loro trauma, che tra stigmi ed auto-censure ha fatto da apripista all’interpretazione dello sterminio subito dagli ebrei per mano nazista, sempre durante la Seconda guerra mondiale.
Ciò su cui vorremmo richiamare l’attenzione è l’utilità di un approccio per quanto possibile razionale a ciò che, all’evidenza, non lo sembra. Si sa che tutto quanto è controintuitivo necessita di uno sforzo almeno doppio per essere prima accettato e poi metabolizzato. In questa prospettiva, il punto di partenza è l’orientamento o inclinazione dell’uomo. L’essere umano è ambiguo, dentro di noi convivono il bene e il male.
Affondano qui le radici di ciò che possiamo chiamare senza remore il mistero. Sappiamo che ad esso sono sempre state date risposte diverse, ma riconoscere che c’è come tale sarebbe già un enorme passo avanti. Non siamo sicuri che venga normalmente fatto e possa darsi per acquisito. Sentiamo parlare ancora molto assecondando il sentimento, ma anche quest’ultimo non è immune dall’ambivalenza della nostra natura. Male non è solo appoggiare la violenza indiscriminata e la sopraffazione, ma anche perdere di vista il possibile, inseguendo l’irraggiungibile.
Mai da una parte sola
Possibile è assumere impegni condivisi e reciprocamente verificabili di ulteriore non proliferazione nucleare. Completamente irraggiungibile è un mondo senza armi nucleari. Fonte di permanenti guai passibili di scappare di mano e tradursi in nuove tragedie di massa è dire che qualche Paese avrebbe il diritto di possederle e qualcun altro no. Il fatto che uno o più Stati dotati di armi atomiche attacchino militarmente altri che non le hanno perché potrebbero dotarsene, lo lasciamo al libero giudizio di ciascuno.
Possibile è riconoscere a qualsiasi attore internazionale il rango di interlocutore, cioè di corrispondente in senso stretto, tendenzialmente paritario. Assolutamente irraggiungibile è un mondo in cui vi siano solo cooperazione e solidarietà. Possibile è non ignorare quello che non va presso di noi e non enfatizzare quanto è rimproverabile agli altri che non siano nostri alleati, ovvero siano direttamente nostri avversari.
Insomma: il male, così come il bene, non è né sta mai sempre da una sola parte. Per questo, una buona riflessione a cui la ricorrenza dell’80° delle ecatombi di Hiroshima e Nagasaki può dare l’abbrivio ci pare sia la critica all’idea di “male assoluto”, proposta da Paolo Giordano sul Corriere della Sera di giovedì scorso. Questo tarlo se ne tira dietro altri: l’inevitabilità storica delle decisioni prese, la cecità selettiva riguardo agli eccessi commessi in determinati frangenti in nome di un presunto scontro titanico e quasi cosmico, il potenziamento anziché la riduzione degli arsenali.
Accudire l’interiorità e contenere il male
È possibile, forse persino probabile che le sofferenze e i lutti inflitti dagli Stati Uniti al Giappone con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki tra il 6 e il 9 agosto 1945 siano stati strumentali, cioè provocati deliberatamente per mettere in guardia l’Urss contro la tentazione di trasformarsi subito da alleato per necessità in nemico per vocazione. Non è detto, né è affatto semplice dimostrarlo, tantomeno ex post ma le cose potrebbero essere andate effettivamente così.
Questo non farebbe altro che ammonirci sulla necessità di accudire la nostra interiorità e sforzarci di contenere il male che alberga anche dentro di noi. È questa la strada, faticosa e non priva d’inciampi, verso un mondo in cui nessuno consideri più gli altri come mezzi, ma li riconosca come compartecipi del medesimo fine.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







