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Hong Kong e Pyongyang: le contraddizioni di Trump e Xi

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Hong Kong e Pyongyang: due partite importanti in sé, ma anche tempi di una partita più grande di entrambe. Infatti, Stati Uniti e Cina si contendono ormai apertamente il primato mondiale e ogni terreno è buono per dare scacco all’avversario. L’ex colonia britannica, attualmente in subbuglio e la Corea comunista, alle prese con le ambizioni nucleari di autotutela del rampollo della sua dinastia rossa, sono fronti caldi.
Vediamo allora cosa si muove in questi due teatri, in cui le ambizioni egemoniche delle superpotenze spesso fanno attrito.

 Hong Kong: dalla piazza in parlamento

I riflettori sono tornati ad accendersi su Hong Kong proprio a inizio luglio, quando le proteste popolari hanno registrato una nuova escalation. La durissima opposizione di piazza alla legge che faciliterebbe le estradizioni verso la Cina, dopo un paio di settimane di stand-by, è riesplosa con un’azione clamorosa. Una frangia della folla ha occupato per alcune ore la sede del Parlamento. In nottata la polizia ha ripreso il controllo della sede istituzionale, quando ormai la più parte dei dimostranti, obbedendo all’ultimatum delle autorità, aveva sgomberato il palazzo. Tafferugli più consistenti c’erano stati invece per le strade, dove caschi, mascherine e scudi improvvisati dei manifestanti avevano fronteggiato manganelli e spray urticanti della polizia.

Niente pallottole di gomma come nelle settimane scorse; anzi, le forze dell’ordine hanno di fatto permesso l’occupazione del Consiglio legislativo di Hong Kong. All’interno i giovani hanno fatto scritte sulle pareti inneggianti alle dimissioni della governatrice Carrie Lam, ma anche al suffragio universale. Secondo alcuni commentatori, la tolleranza delle autorità di fronte all’irruzione in Parlamento potrebbe essere stata una mossa per alienare ai contestatori le simpatie popolari. Di certo, con questo gesto dimostrativo di grande impatto la protesta si avventura in un territorio inesplorato. E infatti la reazione cinese non ha mancato di farsi sentire: l’organo del partito comunista cinese, il Global Times, ha parlato di superamento della linea rossa.

Autonomia difficile da difendere

L’occasione per una ripresa in grande stile delle contestazioni era un duplice anniversario. Infatti, il 1° luglio di 22 anni fa (1997) l’isola tornava sotto la sovranità cinese dopo oltre un secolo e mezzo. E sempre il 1° luglio di 98 anni or sono (1921) veniva fondato il Partito comunista cinese. I manifestanti intendevano certamente celebrare la prima ricorrenza e molto probabilmente ignoravano la seconda. Ma l’ironia della sorte e della storia riporta tutti al nocciolo della questione: Hong Kong tornerà davvero cinese alle condizioni del regime di Pechino?

Secondo gli accordi conclusi tra Repubblica popolare e Regno unito nel 1984, per 50 anni successivi al rientro sotto la sovranità cinese l’isola non dovrebbe essere governata dal regime comunista. Fino al 2047, dunque, la specialità di Hong Kong dovrebbe essere assicurata. Un privilegio non tacito, ma presidiato da un’esplicita autonomia eccezionalmente estesa: comprende infatti la giustizia, la condizione giuridica dello straniero, il commercio e la moneta. Senza contare, in termini di visibilità internazionale, l’autonoma partecipazione alle manifestazioni sportive.

La massima “Un Paese, due sistemi”, cara a Deng Xiaoping, sembra ora minacciata dall’inesorabile determinazione di Xi Jinping a riunificare tutto l’impero, comprese Taiwan e Macao. La contestata legge di Hong Kong sull’estradizione è congelata sine die, per ora. Ma la chief executive Carrie Lam, sempre più in difficoltà, ha ribadito oggi che le violenze non possono essere tollerate. E che l’amnistia per i responsabili di manifestazioni e disordini non è all’ordine del giorno. Mentre il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, ha alzato apertamente il tiro contro Washington, deplorandone l’evidente interferenza negli affari interni cinesi. Questo in risposta a una dichiarazione di Donald Trump, in cui il presidente americano parlava degli occupanti del Parlamento come di gente che aspira alla democrazia.

Trump oltre il 38° parallelo

Se l’affaire Hong Kong è fonte di frizione tra la Città proibita e la Casa bianca, la comune esigenza di disinnescare la mina vagante nordcoreana rappresentata da Kim Jong-un potrebbe favorire la distensione. Un avvicinamento delle posizioni tra Usa e Cina è del resto auspicata da tutti, perché la loro guerra commerciale rischia di trascinare l’intero globo in recessione.

Il bilaterale tra Trump e Xi, nell’ambito del G20 di Osaka della scorsa settimana, ha leggermente rischiarato il futuro prossimo. Ripresa dei round di colloqui commerciali, moratoria sulla nuova ondata di dazi sull’export del Dragone; parziale attenuazione dei divieti imposti alle imprese Usa nei rapporti con Huawei: il bilancio di Xi Jingping è positivo. E il tycoon, già in piena campagna per la rielezione nel 2020, che cosa ci ha guadagnato? Una capatina a Pyongyang, dove può vantarsi di aver fatto la storia compiendo pochi passi, come Neil Armstrong sulla Luna.

Grazie verosimilmente ai buoni uffici di Xi, Trump ha proposto a Kim di salutarsi sul confine delle due Coree. Il maresciallo ha accettato e ha poi condotto per mano il presidente americano poco oltre la linea di demarcazione. È seguito un breve colloquio nell’area smilitarizzata. Dal punto di vista dei contenuti non sono stati fatti progressi sostanziali. Trump conferma per il momento le sanzioni e ribadisce la richiesta di completa denuclearizzazione della penisola. Ma il tycoon sa che Kim non si priverà completamente di una simile polizza sulla vita. Lo ha comunque invitato a Washington: se e quando dovesse accettare, sarebbe un altro bello spot elettorale.

Vincere ma non stravincere

Come Giulio Andreotti era tanto ammiratore della Germania da preferirne due, a maggior ragione gli Stati Uniti preferiscono tante Cine anziché una sola. Al contrario ma per le medesime ragioni, amerebbero un’unica Corea con capitale Seul.
Stravincere, però, è spesso una scorciatoia per la sconfitta. Per quanto difficile da raggiungere, un certo equilibrio è l’unica via percorribile. E anche la diplomazia di Trump, per quanto anticonvenzionale, ne tiene conto.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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