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Hopper e il paesaggio: l’omaggio della Fondazione Beyeler al grande artista americano

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Edward Hopper: Gas, 1940 Olio su tela, 86.7 x 102.3 cm; The Museum of Modern Art, New York
Hopper è considerato uno dei maggiori artisti del Novecento. Ed è famoso in Europa soprattutto per i quadri sulle scene di vita urbana dipinti tra gli anni ’20 e gli anni ’60. Considerata la grande popolarità raggiunta da alcune di queste opere, non può che stupire la scarsa attenzione dedicata alle sue pitture paesaggistiche. E sorprende che fino a oggi nessuna mostra si sia concentrata sulla visione che Hopper ci propone del paesaggio americano.
Questa lacuna è stata colmata dalla Fondazione Beyeler di Basilea. Fino al 17 maggio 2020 presenta un’ampia mostra che allinea iconici paesaggi a olio e una selezione di acquerelli e disegni. L’esposizione della Fondazione comprende 65 opere dell’artista eseguite a partire dal 1909 fino al 1965. Ed è organizzata in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York, che accoglie nel suo fondo la più grande collezione di Hopper esistente al mondo.
Una vita tra luci e ombre
Edward Hopper (1882–1967) nasce a Nyack, New York. Dopo essersi formato come illustratore, segue fino al 1906 corsi di pittura presso la New York School of Art. Oltre a coltivare lo studio della letteratura tedesca, francese e russa, il giovane artista guarda specialmente a pittori come Diego Velázquez, Francisco de Goya, Gustave Courbet ed Édouard Manet; artisti che diventano per lui autorevoli referenti. Sebbene avesse lavorato a lungo principalmente come illustratore, Hopper giunge alla fama grazie ai suoi dipinti a olio che testimoniano la sua spiccata propensione per gli effetti cromatici e il suo virtuosismo nel rappresentare luci e ombre. Ma c’è di più: Hopper sa far scaturire dalle sue tele un’estetica che poi avrebbe fortemente influenzato non solo la pittura ma anche la cultura popolare, la fotografia e il cinema.
Cape Ann Granite, 1928 Olio su tela, 73.5 x 102.3 cm; Private Collection
L’omaggio della Beyeler
L’idea per questa mostra è nata con la cessione in prestito permanente alla Collezione Beyeler di Cape Ann Granite (sopra), un paesaggio di Hopper del 1928. L’opera, che per decenni aveva fatto parte della notissima Collezione Rockefeller, risale a un periodo in cui critici, curatori e pubblico presero a seguire Hopper con crescente interesse; fino a invitarlo nel 1929 a partecipare tra l’altro alla seconda rassegna del Museum of Modern Art di New York intitolata Paintings by Nineteen Living Americans.
Il paesaggio secondo Hopper
Nella storia dell’arte il termine “paesaggio” per convenzione indica una rappresentazione della natura in antitesi a una ”natura” in perenne mutamento. E cioè che non può essere fissata in immagine. Il paesaggio rivela sempre l’azione dell’uomo sulla natura, cosa che i quadri di Hopper palesano in maniera sottile e diversificata. Hopper ha così inaugurato un approccio decisamente moderno a un genere artistico consolidato dalla tradizione. Svincolati dalle norme accademiche, i suoi paesaggi suggeriscono spazi senza limiti, idealmente sconfinati, che paiono sempre mostrare una frazione minima di un tutto immenso.
Railroad Sunset, 1929 Olio su tela, 74.5 x 122.2 cm; Whitney Museum of American Art, New York
Limpida geometria
I paesaggi americani di Hopper sono composizioni di limpida geometria. Elementi salienti sono le case che simboleggiano l’insediamento antropico. Le linee ferroviarie strutturano i dipinti in senso orizzontale; e rappresentano l’aspirazione dell’uomo a misurarsi con la vastità degli spazi. L’estensione del cielo, come pure una particolare qualità atmosferica della luce (mezzogiorni abbacinanti o soffusi tramonti), lasciano percepire anche in un paesaggio statico la grandezza della natura in costante movimento. Un faro, ad esempio, funge da punto di riferimento rispetto alla distesa del mare e della costa.
Eventi invisibili
Ma c’è di più. I paesaggi di Hopper suscitano l’impressione che eventi invisibili stiano accadendo al di fuori del dipinto. Ne è un esempio il quadro intitolato Cape Cod Morning del 1950 (sotto). La donna intenta a guardare fuori da un bovindo, il viso illuminato dal sole, sta vedendo qualcosa che lo spettatore non può scorgere, perché esterno allo spazio pittorico. Così, ai paesaggi visibili di Hopper si contrappongono sempre i paesaggi interiori invisibili e soggettivi dell’osservatore.
Cape Cod Morning, 1950 Olio su tela, 86.7 x 102.3 cm; Smithsonian American Art Museum
Malinconia, solitudine e cinema
Come tutti i suoi quadri, i paesaggi di Hopper sono intrisi di malinconia e solitudine. Non di rado comunicano sensazioni di disagio e minaccia. Nel raffrontare paesaggi rurali e paesaggi urbani Hopper denuncia nella sua opera anche l’intrusione talvolta brutale dell’uomo nella natura. L’artista ha dato un sostanziale contributo a formare l’idea di un’America malinconica, segnata anche dai lati oscuri oscuri del progresso; un enorme spazio senza confini, divenuto incredibilmente popolare soprattutto nella sua versione cinematografica, da Intrigo internazionale (1959) di Alfred Hitchcock a Paris, Texas (1984) di Wim Wenders fino a Balla coi lupi (1990) di Kevin Costner.
Hopper e Wenders
Per coronare la mostra con un momento speciale, proprio Wim Wenders ha realizzato un cortometraggio in 3D dal titolo Two or Three Things I Know about Edward Hopper. Proiettato in un’apposita sala, il film vuole essere un omaggio personale di Wenders a Hopper, figura che ha lasciato nel regista una traccia durevole influenzandone l’opera cinematografica.
Alla ricerca dello “Hopper Spirit” Wenders ha viaggiato attraverso l’America, raccogliendo impressioni poi condensate nel film concepito per la mostra della Beyeler. Una pellicola che sottolinea in maniera poetica e commovente non solo quanto il cinema debba a Edward Hopper, ma anche quanto lo stesso artista ne fosse affascinato.

 

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