Il caso di Beatrice Venezi e dell’Orchestra e Teatro La Fenice di Venezia: diciamo che ce n’è per tutti, ma per qualcuno un po’ di più. Precisiamo subito una cosa: il caso si chiama Venezi, ma il direttore d’orchestra non c’entra ed è vittima delle circostanze. Una vittima che, se non si trattasse di lei e diremo appresso perché, tutti ma proprio tutti avrebbero già non solo commiserato ma anche difeso disperatamente, di fronte a quelli che non avrebbero esitato a definire ferini rigurgiti di lugubre subcultura maschilista e patriarcale.
Invece, cosa succede? Succede che qualcuno tace e quasi tutti parlano contro la musicista lucchese e la sua nomina veneziana. Non chiedeteci di prestarci alla scusa della scarsa conoscenza e dell’inesperienza, si tratta di altro. Ripercorriamo i fatti, comunque, e poi passeremo alle opinioni altrui e nostre.
Direttore a termini di legge
I fatti sono questi. La Fondazione Teatro La Fenice, attraverso la decisione del sovrintendente maestro Nicola Colabianchi e con il parere favorevole del Consiglio di indirizzo (presieduto dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro), ha nominato lo scorso 22 settembre il maestro Beatrice Venezi direttore musicale della medesima Fondazione per il quadriennio 2026-2030.
Da quel momento, si è scatenata un’infernale ridda di proteste e polemiche, anzitutto nell’ambito dell’istituzione e poi anche nel dibattito generale, tuttora in corso. Proteste tese ad ottenere il ritiro della nomina e che si sono concretizzate soprattutto nello sciopero delle maestranze (orchestrali e sceniche) il 17 ottobre, con la cancellazione della “prima” del Wozzeck di Alban Berg.
Dei fatti fa parte prima di tutto la legge che vincola lo Statuto delle Fondazioni lirico-sinfoniche, com’è quella in questione. In base a questa disposizione (Decreto legislativo n.367/1996), il sovrintendente è nominato dal ministero della Cultura su proposta del Consiglio di indirizzo ed è l’unico organo di gestione dell’ente. È il sovrintendente a nominare il direttore musicale, naturalmente col beneplacito o almeno la non opposizione del Consiglio a cui il sovrintendente deve (come detto) l’indicazione al ministero per la propria nomina.
Tutto questo per chiarire che le nomine in seno a tutte le Fondazioni lirico-sinfoniche sono dipendenti dalla politica, com’è inevitabile che sia, trattandosi di enti di rilevanza pubblica all’interno di uno Stato democratico. Per la storia, ricordiamo che il D.Lgs. n.367 fu emanato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e controfirmato dai responsabili del Governo proponente del tempo, che rispondevano ai nomi di Romano Prodi e Walter Veltroni.
Metodo, merito e politica
Adesso, passiamo alle opinioni. Cominciamo dalle più qualificate oltreché interessate, cioè quelle interne alla compagine del Teatro. Gli orchestrali contestano sia le modalità, sia l’identità della nomina di Venezi. Non si capisce, però, come facciano a contestare il metodo senza scontare un pregiudizio nel merito. Il pregiudizio nel merito li fa eccepire sul metodo, per tentare di fare passare il pregiudizio per giudizio.
Il metodo della nomina, infatti, non è contestabile, perché è avvenuto come previsto a termini di legge. Gli orchestrali volevano essere previamente consultati, perché da tempo normalmente si fa così? Volere non sempre è potere. Se la sovrintendenza non era obbligata a consultare i membri dell’orchestra, poteva anche non farlo e, comunque, riesce difficile credere che non avesse mai lasciato trapelare il proprio orientamento prima della pubblicazione della decisione. Di certo, se il parere dell’orchestra non è nemmeno obbligatorio, men che meno può essere vincolante. È evidente come la richiesta di un “di più” imprevisto nel metodo non possa giustificare una protesta esagerata com’è quella di rifiutarsi di suonare, boicottando spettacoli in cartellone con danno per il pubblico pagante. E arrivare a domandare, tramite le Rsu orchestrali, le dimissioni dello stesso sovrintendente.
La persona, cioè Beatrice Venezi, non è più gradita da quando, dopo la vittoria di Giorgia Meloni alle Politiche del 2022 e il suo avvento alla presidenza del Consiglio, la musicista si è dichiarata pubblicamente sua estimatrice e sostenitrice. Dopo quella dichiarazione, non prima, le sono state rinfacciate anche le posizioni politiche del padre Gabriele (candidato a sindaco per Forza Nuova a Lucca una ventina d’anni fa), nonché alcune sue personali prese di posizione non politicamente corrette (come la preferenza per l’appellativo di “direttore” al maschile) e un’eccessiva ostentazione del proprio profilo estetico. Sul piano strettamente tecnico-professionale, gli orchestrali della Fenice e diversi colleghi le rimproverano scarsa o quasi nulla esperienza operistica, immaturità del gesto direttoriale e mancanza di talento (il direttore Fabio Luisi), nonché addirittura (la direttrice Silvia Massarelli) «mediocrità assoluta» e il fatto di essere stata beneficiaria di una nomina politica «svilente per la musica italiana».
Faziosità e massime istituzioni
Veniamo alle nostre, di opinioni. Ci rifiutiamo di credere, perché è impossibile, che Venezi sia come noi quando da bambini scimmiottavamo i movimenti del direttore d’orchestra che vedevamo sul podio in televisione o in piazza. È una musicista professionista, che ha compiuto con successo gli studi di pianoforte, direzione e composizione. Ha 35 anni e quindi un’esperienza che non può essere quella di una persona né matura, né tanto meno anziana. Ed è una donna che si dedica ad una mansione di tradizione assolutamente maschile, per di più scegliendo di ostentare la propria femminilità anche in occasione delle sue esibizioni. Essere di destra, avere ricevuto un premio alla festa di Atreju di Fratelli d’Italia e avere prestato incarico di consulenza all’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sono circostanze che l’hanno senz’altro aiutata ad essere scelta per La Fenice di Venezia, ma le valgono pure un livore senza precedenti.
È incredibile come una donna e una donna giovane sia sommersa nel dibattito pubblico da un astio tanto implacabile. La femminilità, la gioventù e la scalata a una carriera tradizionalmente maschile – tutte caratteristiche oggi generalmente favorevoli per chi può vantarle – non valgono a nulla nel caso di Venezi. Anzi, vengono direttamente convertite nel loro contrario negativo: il sesso femminile diventa vacua estetica, la giovane età insulsa inesperienza, lo sfondamento del tetto di cristallo maschile una scusa per coprire la più vieta e deleteria prassi della raccomandazione politica e personale.
Tra tutti gli strali che le sono stati rivolti, ci hanno particolarmente colpito quelli di quanti paventano con raccapriccio la possibilità che il maestro Venezi possa crescere professionalmente (oltreché arricchirsi umanamente) insieme all’Orchestra de La Fenice. La fratellanza che la musica è considerata in grado di fomentare tra le persone e i popoli appare impensabile ove accostata a Venezi, che viene tratteggiata come una specie di indegna. La sua nomina a noi sembra normalmente e semplicemente opinabile, non indecente.
Lasciateci aggiungere che ci lascia attoniti il silenzio delle massime cariche istituzionali, da anni sempre prodighe di panegirici contro il maschilismo, i pregiudizi e la mancanza di rispetto personale e oggi, invece, avare della benché minima stigmatizzazione della denigrazione di Venezi e di qualsiasi parola di solidarietà nei suoi confronti.
Grottesco doppiopesismo
Per finire e ricongiungerci con le nostre premesse, chi è che sta facendo una figura peggiore di altre in questa storia? Di sicuro, tutta la cultura sedicente progressista che pratica sfacciatamente un doppiopesismo non si sa se più ridicolo o grottesco. Ce n’è però anche per la politica veneziana e la sovrintendenza del Teatro La Fenice. Quando si sa – perché bisogna saperlo – come stanno e vanno le cose, bisogna comportarsi di conseguenza per tempo. Se una nomina percepita come amica può passare nonostante l’omissione d’informalità pure soventemente osservate, una nomina vissuta come politicamente ostile non si vedrà perdonare niente di sicuro.
La causa della musica, che è un’elevata forma di espressione dell’umanità, merita ben altra disposizione al suo servizio. Al maestro Venezi, quali che siano le sue possibilità e i suoi limiti, va la nostra solidarietà e l’augurio che anche per lei possano valere le ragioni più nobili della sua arte, quelle dell’incontro, opposte alla cieca ottusità del rifiuto aprioristico comunque connotato.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







