Alexander Lukashenko: l’Unione europea prova a reagire all’intemerata, con cui l’autocrate bielorusso ha fatto catturare, dopo un clamoroso dirottamento di Stato di un volo di linea, l’oppositore interno Roman Protasevich. Spazi aerei europei chiusi ai velivoli battenti bandiera bielorussa e invito alle compagnie continentali a boicottare le rotte sui cieli di Minsk. In attesa di declinare precisamente nuove sanzioni economico-finanziarie a carico dei vertici del regime e, forse, mettere in discussione addirittura tre miliardi di euro di aiuti, anzitempo promessi al Paese ex sovietico. Sono queste le conclusioni del Consiglio europeo di Bruxelles del 24 maggio scorso.
Sarebbe difficile, però, parlare a nuora senza che suocera intenda. E così, omessi falsi pudori diplomatici, è stata subito chiamata in causa anche la Russia di Vladimir Putin. Sembra improbabile che qualcosa di tanto grosso (almeno a livello d’immagine) si muova, nei territori un tempo ricompresi nell’Urss, senza che il Cremlino non ne sia almeno informato. È proprio questo, del resto, lo status quo, che la competizione strategica dell’Occidente con Mosca vorrebbe mutare e che, nel recente passato, esso si era illuso di riuscire ad archiviare troppo facilmente.
Non è detto, però, che Lukashenko abbia in Putin solo un alleato: potrebbe, infatti, temerne l’annessione più o meno strisciante del proprio Paese, alla quale sin qui si è detto ferocemente contrario. Correlativamente, non è detto che Putin possa esagerare nelle attenzioni verso Minsk, correndo il rischio di trasformare la Bielorussia, per reazione, nell’ennesimo ex satellite rancoroso. Proviamo a vederci un po’ più chiaro.
La banda dei quattro
Cominciamo dal fattaccio. La cronaca ormai è nota. Un particolare potrebbe essere sfuggito a qualcuno. Tra i passeggeri del volo Ryanair che sono stati fatti scendere a Minsk, prima di poter ripartire per l’originaria destinazione lituana di Vilnius dopo il fermo di Protasevich, quattro non sono risaliti. E pare fossero cittadini russi. Sarà stata una coincidenza? Astrattamente possibile, ma concretamente poco probabile. Che, poi, questi fossero tutti agenti segreti e d’accordo col dirottamento, è un altro discorso.
Il comportamento bielorusso, comunque, è stato ai limiti del buon senso. La legalità c’entra poco, in campo internazionale. Impiegare dei caccia bombardieri, cioè dei mezzi bellici, per un’operazione di polizia politica in volo, di fatto dirottando i passeggeri di un aereo civile straniero, è una fantasia alla Ian Fleming eccentricamente trasformata in realtà. I comportamenti umani sono anche strani e quanti reggono le sorti dei popoli sono uomini come gli altri.
Lukashenko, apparentemente, aveva tutto l’interesse a stare lontano dai riflettori, sotto i quali era stato infelicemente a lungo per via dei presunti brogli nelle elezioni presidenziali dell’agosto scorso e di tutte le opposizioni che ne sono seguite all’interno e all’estero. Invece, ha dato vita a questo pasticcio macroscopico, un buco peggiore del quale si è rivelata solo la toppa, che non si è vergognato di provare a metterci sopra. La scusa dell’atterraggio d’emergenza causa allarme bomba di Hamas sembra degna di comici del genere surreale; il gruppo palestinese, peraltro, si è preso la briga di smentire. Forse quello dell’ex generale, al potere dal 1994, è un caso di delirio di onnipotenza, misto ad una vena tragicomica e grottesca.
Bruxelles fa la voce grossa
L’Unione europea non poteva non reagire, perché la Lituania (destinazione dei passeggeri del volo dirottato) è un suo membro. I problemi, però, sono i soliti. Non è nemmeno tanto la questione dell’unanimità, che viene per lo più evocata quando i grandi vogliono nascondersi dietro le minoranze di blocco. Intanto, l’Europa ha bisogno della sponda degli Usa, perché la sua pressione risulti più efficace ad est. E l’amministrazione Biden, dopo la sparata in stile yankee del presidente (“Putin è un assassino”), ha morso il freno nei suoi affondi contro la Russia. Ora la Casa Bianca attende il primo incontro al vertice tra Joe Biden e Vladimir Putin, il prossimo 16 giugno, a Ginevra. Per il momento, sul fronte del dirottamento aereo bielorusso, da Washington è giunta una promessa di coordinamento delle reazioni sanzionatorie con i partner europei. Ma la portavoce della White House, Jen Psaki, ha detto che l’America non crede al coinvolgimento dei russi nell’operazione aerea semi-piratesca.
L’altro ostacolo all’assertività con la Russia della Ue è rappresentato, figuratevi un po’, dalla Germania: il che significa che il Vecchio continente potrebbe non muovere un dito. La dipendenza energetica dal gas russo, che il North Stream 2 farà aumentare e il tradizionale timore per il grande impero orientale caratterizzano ancora la politica estera tedesca, anche nella fase del congedo dalla cancelleria di Angela Merkel. In più, per tornare alla Bielorussia, il rischio che Bruxelles corre (minacciando strali ed embarghi, specie quello sulle esportazioni di cloruro di potassio, vitale per Minsk) è di schiacciare ancora di più Lukashenko su Putin.
Gli affari dello Zar
E chiudiamo, appunto, con lo zar del Cremlino. Incontrando a Sochi l’alleato Lukashenko, dopo il colpo di testa aereo di quest’ultimo, non ha rinunciato a fare una battuta in chiave realpolitik. Ha ricordato, cioè, il caso del volo presidenziale del leader boliviano Evo Morales, costretto nel 2013 ad atterrare a Vienna, a causa del sospetto che avesse imbarcato a bordo l’odiatissimo (dagli Usa) Edward Snowden. Il succo è chiaro: tra amici le regole si interpretano; agli avversari e, peggio ancora, ai nemici si pretenderebbe di imporle.
Anche Mosca, comunque, al momento è attestata su posizioni di attesa. L’incontro del leader russo con Biden dirà se ci sarà un reset delle relazioni russo-americane, in un senso o nell’altro, ovvero se si continuerà a colpi di hacker e di delegittimazioni. Su un punto, comunque, Putin non transige: niente morale in casa d’altri. Riguardo al caso Lukashenko-Protasevich, l’ex capo del Kgb non si sbilancia e nega qualsiasi coinvolgimento. E, dopo aver giocato per un giorno con l’Europa alla ritorsione sull’embargo dei cieli, ha escluso rappresaglie nei confronti delle rotte continentali nello spazio aereo russo. Insomma: Putin è uno che sta allo scherzo, a condizione che nessuno si prenda troppo sul serio, perché, in questo caso, non è secondo a nessuno.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







