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Il generale Vannacci: amico della Lega o del giaguaro?

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Roberto Vannacci: il generale alza i toni della sua personale campagna elettorale per le Europee di giugno. Tutto previsto, per quanto infelicemente. La candidatura dell’ufficiale per la Lega, fortemente voluta dal segretario, vicepresidente del Consiglio e ministro Matteo Salvini, è un classico ballon d’essai. O un bengala, sul cui proliferare di lanci eravamo stati facili profeti.

Tutti i commenti si concentrano, oltre al merito delle boutade del generale, sulla strategia di Salvini. Noi andiamo controcorrente, provando a levare la testa per guardare più in là, verso l’orizzonte su cui si stagliano queste vicende.

Europee a cuor leggero

Per prima cosa, riconosciamo un merito alla candidatura Vannacci. Consiste nella certificazione della natura del voto che ci si ostina a chiamare europeo. La presenza in lista del militare, prescindendo per un momento dai contenuti che l’accompagnano, non si può considerare altrimenti che all’insegna della ricerca del voto di opinione.

Al generale interessa poco o nulla, a quanto sembra e pare di capire, dell’Europa. Salvo, naturalmente, additarla come lo specchio di diverse cose che non vanno, dal punto di vista della cultura e dei costumi. In questo, Salvini non si è sbagliato: le Europee sono un test elettorale nazionale, in cui il consenso si concede solitamente a cuore più leggero.

L’azzardo di Salvini

Passiamo, dunque, a Salvini e alla Lega. L’articolazione (segretario da una parte, partito dall’altra) sembra particolarmente opportuna, mentre tutti o quasi vi si riferiscono come ad un’autentica divaricazione. Non è così. Salvini attualmente non ha rivali per la segreteria. Quanto alla collocazione politica, i tempi della corsa in splendida solitudine, per il Carroccio, sono finiti da un pezzo. I suoi elettori sanno che, per poco che sia, ciò che possono spuntare in coalizione è comunque molto di più di quanto non possano ottenere in condizioni di isolamento. E l’affermazione del Movimento 5 Stelle come soggetto non effimero del gioco politico esclude qualsiasi via di fuga a sinistra per gli antichi “lumbard”.

È chiaro che Salvini, con Vannacci, ha fatto una mossa da giocatore d’azzardo. Da quando, nell’estate del 2019, ha posto fine all’esperienza del governo Conte I, il Capitano non ne ha più azzeccata una. Il punto più basso l’ha toccato da involontario king maker del Quirinale a inizio 2022, quando ha messo la faccia sulla rielezione di Sergio Mattarella, sotto la forma (pretesa da quest’ultimo) di unanime richiesta dell’arco costituzionale, FdI esclusi. Da “mezzo Putin” preferito a “due Mattarella”, a discepolo sul cammino che implora il viandante di restare perché si fa sera: al confronto, candidare Vannacci dev’essergli sembrata una bazzecola.

La scommessa è provare a fermare l’emorragia di voti che gli è costata l’afflato di responsabilità nel governo Draghi con il plauso degli scontenti per la svolta moderata di Giorgia Meloni. Che gli riesca è impossibile, ma dirà comunque di averci provato. L’azzardo difficilmente si accompagna alla lucidità.

Social, pubblicità e…  

Veniamo al discorso più impegnativo, quello dell’orizzonte entro cui si staglia la candidatura del generale Vannacci. Il nostro tempo è dominato dalla comunicazione social, nel contesto della quale ognuno che ne faccia uso condivide contenuti con le comunità virtuali a cui partecipa e sostiene pubblicamente quello che gli passa per la testa. Il tutto anche indipendentemente da conoscenze e competenze, quando non di rado dal buon gusto, dal rispetto e dal buon senso.

Si sa che all’interno di questo mondo ci sono tabù che difficilmente possono essere infranti, tutti grossomodo raggruppabili sotto l’etichetta del “politicamente corretto”; così come delle parole d’ordine a cui non si può fare a meno di ricorrere per asserite ragioni sostanziali o formali (genere anziché sesso e resilienza anziché tempra, tanto per esemplificare le due motivazioni). Mentre sembra nutrire l’ambizione di accrescere il livello generale della società, questa cultura di prevalente matrice anglosassone (e relativi influssi) svilisce in realtà la capacità critica degli individui, perché dipende strettamente dai meccanismi della promozione commerciale, cioè dalla pubblicità.

La domanda, per tornare a noi, è: Roberto Vannacci e i contenuti della sua campagna elettorale da indipendente sotto le insegne della Lega sono altro rispetto a questo mondo, ovvero gli sono sorprendentemente corrivi? Insomma: Vannacci è davvero amico di alcuni dei valori che propugna, o paradossalmente rischia di essere “l’amico del giaguaro”?

Non si vive in altri tempi

Conviene, forse, considerare distintamente contenuti e mezzi. Per quanto riguarda i primi, Vannacci fa un calderone dove infila di tutto, compreso cose confuse e altre inaccettabili, sperando così di farsi votare da elettori diversi. In generale, il messaggio del “mondo al contrario” si capisce, ma il rimedio proposto quale sarebbe? Il limite principale di Vannacci è solleticare un’illusione pericolosa: quella che si possa vivere in un altro mondo, cioè in un altro tempo. Uno può pensare che dai lumi e dalla Rivoluzione in poi, in Occidente, non sia andato tutto per il verso giusto, ma non può illudersi di poterne prescindere perché ne siamo tutti debitori e, più ancora, figli. Saperlo non nuoce, ignorarlo non giova.

Dal punto di vista dei mezzi, il bilancio del generale è anche più deludente. Intanto, ha pubblicato un libro e continua a reclamizzarlo sotto il pretesto dell’avventura elettorale: una tipica operazione di marketing. Poi, partecipa a talk show dove ognuno ha una parte da recitare, più che una testimonianza da dare. Quindi, accettando una candidatura da “indipendente”, radica l’idea della politica come treno da prendere per arrivare a destinazione. Non parliamo del malcostume di chi (come magistrati, appunto militari o altri appartenenti a corpi d’ordine e di garanzia repubblicana) tenta la via della politica da una posizione di servizio statale, mantenendo la garanzia del posto nel caso le cose vadano male subito.

Programmi non troppo vasti

Questo è un tempo di grande e diffuso smarrimento. C’è bisogno di ritrovare le coordinate, i riferimenti, l’orientamento. Si tratta di una missione faticosa e difficile, perché richiede prima di tutto lavoro su se stessi e poi saggezza e creatività, non essendo scritto da nessuna parte come realizzarla. Dare un senso a elezioni che si vorrebbero europee, ma non lo sono né possono esserlo, è già un vasto programma: i partiti e i loro candidati si accontentino di questo, per il prossimo giugno.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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