Museo Archeologico Nazionale di Napoli: come Capodimonte, il Mann è un’altra eccellenza straordinaria. Prima di raccontarvi le collezioni, però, vi invitiamo a fare un gioco: siete in pieno Rinascimento, il Papa regnante è vostro nonno e vi ha fatto cardinale a soli 14 anni. La maggior parte dei monumenti romani sono ancora sottoterra e voi siete un amante delle antichità. Chiunque scavi e trovi qualcosa sa che, venendo da voi a palazzo Farnese (quello di Roma), otterrà un mucchio di fiorini per la scultura trovata.
Ne volete fare un altro? Avete 15 anni. Siete la moglie dell’ultimo Medici, erede di Lorenzo il Magnifico. Durante la notte, dopo neppure un anno di matrimonio, vi vengono a dire che vostro marito è stato ucciso in un agguato e che tutta la città di Firenze è in subbuglio. Decidete di fuggire, nella notte, portando con voi tutte le opere d’arte dell’avo De Medici. Poi sposate un Farnese e diventate duchessa di Parma.
Nel primo caso parlavamo di Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, grande collezionista d’arte. Nel secondo, di Margarita d’Austria, figlia di Carlo V e sposa prima di Alessandro De Medici e poi di Ottavio Farnese.
Dove saranno finite queste due favolose collezioni? Esattamente nel Mann di Napoli, dove sono ancora perfettamente intellegibili, perché sono distinte da tutte le altre opere esposte.
Se avete voglia, possiamo anche fare un terzo gioco: siete il re di Napoli, Carlo III, quando vi vengono a dire che nei pressi del Vesuvio sono state trovate per caso tre città romane sepolte sotto la lava. E voi date ordine che qualunque affresco, statua, tavoletta, bracere, oggetto d’oro sia trovato negli scavi vi venga consegnato. Ed ecco formarsi la terza collezione degli oggetti romani del primo secolo.
A bocca aperta
Tre collezioni, ben comprensibili e clamorose, da lasciare senza fiato. Anche in questo caso, come per Capodimonte, si fatica ad elencare i reperti esposti. Partiamo dalla magnificenza della struttura. Era la vecchia università, nel pieno centro di Napoli, un palazzo enorme con sale espositive di ampio respiro. All’ingresso del museo ti danno il benvenuto i tirannicidi, un gruppo marmoreo di dimensioni colossali di epoca romana, ma copia di un gruppo che si ergeva sull’acropoli ateniese. Seguono altri due giganti: un Ercole di oltre tre metri che si riposa appoggiato alla sua clava e il Toro Farnese (sotto), la più grande scultura d’epoca romana esistente, chiamata anche “montagna di marmo” coi suoi quasi quattro metri d’altezza, enfatizzata dall’alto piedistallo.

Vecchie conoscenze
Girando per le sale, però, quello che più stupisce è di incontrare vecchi amici: la Venere callipigia è quella “dalle belle chiappe” come si diceva al Liceo; e che stupore quando la prof che aveva sentito il commento aveva risposto, benevola, “callipigia” vuol proprio dire “dal bel posteriore”. La Artemide Efesia ti fa ricordare il dibattito sui suoi numerosissimi seni posti a grappolo: c’era chi diceva che rappresentava l’abbondanza e chi invece la virilità perché non di seni si trattava ma di testicoli di toro.
Ecco là Omero com’era raffigurato in tutte le nostre antologie, e Seneca morente che sembra raccogliere tutto il dolore del mondo. Questo non può che essere Giulio Cesare, data la stempiatura, e questo Caracalla. Ecco Marco Aurelio, identico a quello a cavallo sul Campidoglio e costui non può che essere Antinoo, il favorito di Adriano. Ecco infine la tazza Farnese, dove aveva senz’altro bevuto Nerone mentre osservava Roma bruciare.
Ma i bronzi si susseguono ai mosaici, gli affreschi tolti a Pompei sono stati riuniti per ricreare le sontuose stanze dei nostri antenati. Ci sono anche mobili in bronzo, stiletti e completi da scrittura e pitture parietali dalle quali comprendi che in duemila anni non solo non è cambiato molto, ma non abbiamo imparato niente. La Primavera, di spalle, richiama il Botticelli con 1500 anni d’anticipo; mentre i bronzei corridori della villa dei Papiri sembrano appena arrivati dalle olimpiadi di Tokio.
Con una certa ironia i curatori del Mann affiancano i reperti della villa dei Papiri (non dimentichiamo, la più lussuosa di Ercolano, ma di proprietà di Calpurnio Pisone, piacentino di origine e suocero di Giulio Cesare) alle foto del museo californiano di Paul Getty che ha voluto ricostruire a Malibu la villa pompeiana.
La prima drag queen e…
Due appunti minimi: a metà dello scalone d’onore Ferdinando di Borbone ha preteso di essere immortalato nientemeno che dal Canova come il fondatore del museo. Purtroppo, non sappiamo se per eccessiva piaggeria del Canova o per ignoranza del monarca, la statua – decisamente tronfia e brutta – propone Ferdinando come Minerva che, oltre a rappresentare l’intelletto e l’intelligenza, era irrimediabilmente donna.
Nell’enorme, smisurata sala della meridiana, dove vengono ospitate sempre esposizioni temporanee (adesso c’è una mostra dedicata ai gladiatori), molto in alto, ci sono alcune tele che Piacenza rivendica da tempo: sono tele del Draghi e di Sebastiano Ricci che ritraggono Alessandro Farnese, quello di piazza Cavalli, in pose eroiche. Noi, avendole viste, le lasceremmo volentieri a Napoli. Tanto sono in alto, si vedono poco e non fanno poi così brutta figura.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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