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Il Milite Ignoto e gli Italiani: che cosa ci lascia questo centenario?

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Milite Ignoto: il 4 novembre saranno 100 anni dalla sua deposizione all’Altare della Patria. La prima cosa che ci domandiamo: sarà possibile scriverne senza retorica? È quello che ci proponiamo di fare, senza essere sicuri di riuscirci perché il Milite Ignoto è la quintessenza della retorica e del patriottismo. Dunque, operazione rischiosissima, sul filo del rasoio.

Da dove partiamo? Da Aquileia, provincia di Udine, dove sorge una splendida basilica le cui origini risalgono a Costantino. Dietro la basilica, circondato dai cipressi, si trova il cimitero degli Eroi. Nel cimitero sono sepolti dieci militi ignoti. Come mai? Perché finita la Grande guerra, il 26 ottobre 1921, cent’anni fa, l’esercito aveva riunito nella basilica undici salme di soldati morti durante la guerra, presi dai più importanti teatri del conflitto, e dei quali non si riusciva a risalire all’identità. Tra questi doveva essere scelto il Milite Ignoto. La scelta doveva essere eseguita da Maria Bergamas, madre di un soldato che aveva disertato dall’esercito austriaco per combattere con l’Italia e che era caduto da eroe sul monte Cimone nel 1916, durante quella che viene ricordata nei libri di storia come Strafexpedition o “spedizione punitiva” dell’esercito austriaco.

Racconta la storia che Maria Bergamas, entrata nella basilica, faceva passare le prime otto bare presa da un’emozione crescente. Giunta alla nona cadeva per terra svenuta, pronunciando il nome del figlio. Quella bara sarebbe diventata il Milite ignoto. Le altre dieci sarebbero rimaste ad Aquileia, appunto nel cimitero degli Eroi.

L’omaggio degli italiani

La bara, posta su un affusto di cannone e coperta dal tricolore, con un treno speciale da Aquileia sarebbe arrivata a Roma, dove il successivo 4 novembre la salma sarebbe stata deposta all’Altare della Patria.

Da qui inizia un fenomeno difficile da descriversi: il treno passava a passo lento nelle varie stazioni, da Aquileia a Venezia, da lì a Bologna, ad Arezzo fino a Roma, e per tutto il suo percorso, in rigoroso silenzio, era contornato da una massa di popolo che voleva rendergli omaggio. Chi gettando fiori, chi piangendo, chi in ginocchio, chi cantando la Canzone del Piave. Una partecipazione di massa che aveva lasciati stupiti gli stessi organizzatori.

Finalmente la notte del 3 novembre la bara viene deposta nella basilica di Santa Maria degli Angeli, vicino alla stazione Termini, da dove il mattino seguente avrebbe raggiunto la sua dimora definitiva. Da allora, da cento anni, il Milite Ignoto è vegliato da militi in armi, sul colle del Campidoglio, al centro di quel Vittoriano (monumento eretto ai primi del Novecento in onore del padre della patria e primo re italiano Vittorio Emanuele II) che ormai da quella salma prende il nome.

Cent’anni dopo

Bene, questa la storia. E la cronaca? Domani sera su Rai1, alle 21.25, andrà in onda il docufilm La scelta di Maria: protagonista, nel ruolo della Bergamas, Sonia Bergamasco; con lei, Alessio Vassallo e Cesare Bocci, regia di Francesco Micciché.

Da Aquileia, qualche giorno fa, è partito un treno speciale con locomotiva a vapore, che ha percorso lo stesso itinerario fino a Roma, portando con sé il tricolore che aveva coperto nel 1921 la bara del Milite Ignoto. È arrivato nella Capitale il 2 novembre, accolto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 4 renderà l’ennesimo omaggio all’Altare della Patria. Ad ogni stazione, in rigoroso silenzio, un drappello di alpini ha suonato l’inno del Piave.

Inutile dire che l’enorme partecipazione popolare, la sincera commozione del 1921 non si sono ripetuti. E non avrebbe potuto essere altrimenti: cent’anni fa non c’era famiglia che non contasse un morto o un disperso in quella che ancora oggi ricordiamo come “la Grande guerra”. Oggi i problemi sono ben altri; e se qualche famiglia conta dei morti è per colpa del Covid e non di Caporetto o degli Austriaci.

Qualche domanda

Che cosa ci lascia questo centenario del Milite Ignoto? Oltre alla gaffe della presidenza del Consiglio che qualche giorno fa ha dovuto fare ammenda e riconoscere l’errore perché in una cartolina commemorativa dell’evento aveva riprodotto due soldati americani della Seconda guerra mondiale invece che due fanti della Prima?

Ai giovani praticamente niente. Quella guerra è talmente lontana e distante anche come concetto che non dice nulla se non agli appassionati (pochi, ma ce ne sono). E a noi avanti negli anni? Ovviamente nessun ricordo: chi aveva vent’anni in quel 1921 è ormai sparito nelle nebbie. I ricordi della guerra risalgono ai nostri nonni.

L’orgoglio dell’unica guerra vinta nell’età moderna? Forse per qualcuno. Forse il miglior ricordo che la guerra ’15-’18 ci ha lasciato è il fatto che è stata una fucina che ha avvicinato per la prima volta – dopo l’unità d’Italia – Italiani del sud, del nord e delle isole che fino a quel momento erano completamente estranei tra loro.

Dibattito aperto

Tantissimi altri eventi, dall’impresa fiumana alla vicinissima marcia su Roma, dalla “Vittoria mutilata” alla vicenda di Caporetto e poi di Vittorio Veneto, devono ancora essere macinati dal mulino della Storia prima che su di loro ci sia un’opinione condivisa da tutti.

Ricordo solo – e non è il dibattito più divisivo, anzi – che recenti storici affermano che siamo stati molto più eroici a Caporetto, quando siamo riusciti a tenere la linea del Piave, centinaia di chilometri all’interno del territorio nazionale, che a Vittorio Veneto, la battaglia che sancirà la definitiva vittoria italiana, nella quale abbiamo combattuto con un esercito ormai ridotto ai minimi termini e senza nessuna velleità di combattere. Questo stravolgimento ricorda a noi tutti che il dibattito sulla Grande Guerra è ancora tutto lì, davanti a noi, ad appassionare le future generazioni.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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