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Il video di Beppe Grillo e quello che lui non ha capito

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Beppe Grillo stavolta l’ha fatta grossa. E non solo non sembra pentito. Non sembra neppure sfiorato dal dubbio di aver strafatto. Probabilmente si esibirà in un nuovo video quando il Gup, a cui la vicenda è demandata – dovesse sposare le tesi dell’accusa. Stiamo parlando dell’accusa di violenza sessuale di gruppo nei confronti del figlio di Grillo, Ciro e dei suoi amici Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria.

I fatti risalgono alla notte del 17 luglio 2019 quando Ciro Grillo – nato nel 2001 – era diventato da poco maggiorenne: una notte sopra le righe passata prima al Billionaire e poi nella villa del comico genovese dove – secondo l’accusa – i quattro giovani avrebbero violentato una o forse due studentesse milanesi di circa 19 anni.

I pubblici ministeri hanno impiegato due anni a svolgere le indagini, visionando i cellulari di tutti e quattro gli attuali imputati ed interrogando le parti offese, una delle quali oggi è difesa dall’avvocato Giulia Bongiorno.

Parla l’accusa

Secondo le tesi dell’accusa – che i Pm dicono suffragate da foto e video inequivocabili – non ci sono dubbi sulla colpevolezza di tutti e quattro i giovani. La madre di Ciro e così moglie dell’Elevato, ParvinTadjik, invece difende il figlio (“il video testimonia l’innocenza dei ragazzi, dove si vede che lei è consenziente”), attaccando la Boschi la quale, ieri, si era permessa di stigmatizzare le parole di Grillo.

Ma lasciamo stare le cose come stanno: non conosciamo le carte, non sappiamo minimamente chi ha ragione e chi ha torto e, da un certo punto di vista, ci interessa anche relativamente. Il fatto grave ed eclatante – a nostro parere – è un altro: il video di Grillo.

L’avvocato peóne

Ricordo che molto tempo fa un avvocato e deputato d’opposizione piacentino aveva il vezzo di presentare interrogazioni ai più disparati ministri relativamente alle cause che gli erano affidate. Un’interrogazione di un peóne dell’opposizione negli anni della prima Repubblica era capace di suscitare clamori esagerati nella magistratura. Immaginiamo cosa può provocare oggi un video – urlato per più di un minuto – di uno dei partner del Governo attuale, il capo indiscusso del partito di maggioranza relativa.

Grillo – forse non lo sa neppure lui, oppure lo sa benissimo, il che è ancora più grave – ha oggi lo stesso potere di un De Gasperi, di un Andreotti, di un Berlusconi o di un Craxi, perché è arbitro della vita politica e ha anche espresso fino a ieri, nel primo e secondo governo Conte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Tutto ciò, si badi bene, non per un’accusa come quelle che avevano colpito Craxi, Berlusconi e Andreotti, che riguardavano loro stessi nell’esercizio delle loro funzioni politiche e avevano una evidente côté politica, ma per un’accusa che certamente non si può definire politica e che riguarda il figlio.

Quel che Grillo…

La vicenda dimostra diverse cose. Che il giustizialismo tanto sbandierato dall’Elevato e dai suoi seguaci diventa immediatamente garantismo anglosassone se appena si sfiora “la famiglia”. Che Grillo non ha esitato neppure un attimo a porre un paracarro di granito nelle delicatissime ruote della Giustizia, a tutela del figlio. E che il leader dei 5 Stelle non solo non ha usato nessuna parola di umana comprensione per le presunte vittime (ma questo ci sembra non si sia verificato neppure nell’occasione dell’omicidio colposo che l’aveva coinvolto molti anni fa) ma ha dimostrato una mentalità ferma ai fatti del Circeo.

L’avvocato Giulia Bongiorno ha dichiarato: “Questo video lo porterò in Procura perché reputo che sia una prova a carico. È una prova che documenta una mentalità dell’eufemizzazione, spesso usata dagli uomini per giustificarsi quando sono imputati. Si dice alle vittime, state attente. Ma noi non ci facciamo intimidire”.

Grillo poi si sente superiore e/o alternativo al sistema giudiziario italiano: “Se fossero colpevoli li porterei io stesso in prigione. Sono solo quattro coglioni col pisello di fuori. C’è un video che li scagiona”. La domanda consequenziale che appare legittimo porsi è: “Avendo Grillo a disposizione, perché paghiamo fior di investigatori e di magistrati?”. Ma Grillo sa poco o nulla di legislazione, di pietà umana e di psicologia quando però si chiede che valore può avere la denuncia dato che la ragazza ha denunciato otto giorni dopo i fatti. 

E allora chiediamo noi a Grillo: sa che danno ha fatto e sta facendo col suo comportamento, a questo punto più grave di quello del figlio anche per la mediaticità del personaggio, sulle menti delle ragazze che hanno e avranno sempre più paura di denunciare proprio per il timore che qualcuno le faccia sentire delle bugiarde?

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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