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Intercettazioni: i nodi da sciogliere, tra inchieste e protagonisti eccellenti

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Intercettazioni: come il rintocco di una campana, il tema torna d’attualità politica al principio della legislatura. La cronaca, con la cattura del latitante Matteo Messina Denaro, aggiunge un po’ di sale (e di pepe, come il registro farsesco nazionale impone) alla portata. I giornali di punta vi scorgono segni della divergenza tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Guardasigilli Carlo Nordio, nonché tra i partiti della maggioranza.

Questione mal posta

Per quanto ci riguarda, al netto della contingenza politica, la questione è mal posta. Come in passato, il legislatore si accosta al problema, fa mostra di percepirne il rilievo ma, alla fine, si limita a scalfirne la superficie, senza risolverlo. Che le intercettazioni, normalmente, servano al contrasto della criminalità non è meno evidente del fatto che, a volte, se ne abusi. L’utilità ne giustifica l’uso, l’esercizio della responsabilità dovrebbe castigarne l’abuso. Proviamo a spiegarci meglio.

Tecnicamente parlando, le intercettazioni delle comunicazioni sono mezzi di ricerca della prova penale. E non, direttamente, mezzi di prova. La differenza potrebbe sembrare capziosa, ma è rilevante. Poiché il nostro processo penale, dopo il codice Vassalli del 1989 e la novella costituzionale del giusto processo del 1999, è di stampo accusatorio, la prova, nel suo contesto, si forma solo nel dibattimento (o nell’apposito incidente probatorio). Le intercettazioni sono strumenti d’indagine in mano al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria, benché, per disporle, gli inquirenti necessitino dell’autorizzazione del giudice (Gip) ovvero, in caso di urgenza, della sua convalida entro 48 ore. Le prove, invece, si formano tra accusa e difesa, davanti al giudice del processo.

Verginità e diritto di cronaca

Il problema è che, quando ricorrono casi che coinvolgono personalità di rilievo pubblico, la “verginità” dell’opinione del giudice sul fatto è tutt’al più aleatoria. Il contenuto di queste intercettazioni viene diffuso infatti prima del processo dai media in modo massiccio e insistito, in nome del diritto di cronaca. Sicché, la semplice diversità delle persone del Gip (che aveva autorizzato le intercettazioni richieste dal Pm) e del giudice del processo non garantisce minimamente che quest’ultimo formi il proprio convincimento solo nel contraddittorio tra le parti. In realtà, causa la spasmodica attenzione mediatica sulle vicende, il giudice, quando comincia il processo, di questi casi sa già parecchio. 

Non basta, perché nel caso di indagini su personalità sotto la lente dei media, c’è anche il problema del coinvolgimento nelle intercettazioni delle persone che non risultano (né prima, né dopo) indagate. Nonché, quello della conoscibilità di contenuti penalmente irrilevanti, ma comunque in grado di angustiare gli individui che ne sono autori e la cui privatezza è stata violata, inutilmente e indebitamente, dalla pubblicazione indiscriminata.

Dignità, riservatezza e dittature

Qualcuno potrebbe dire, a questo punto: il problema allora riguarda solo i vip (della politica, dell’economia, dello spettacolo o dello sport, poco importa). Se anche così fosse, rispondiamo, non sarebbe un buon motivo per chiudere gli occhi davanti alla compressione tanto grave di elementari diritti di libertà, costituzionalmente riconosciuti. La dignità e la riservatezza dei cittadini sono beni preziosi, dei quali non si può fare strame (nemmeno nel caso di personaggi pubblici) con il pretesto di inchieste che, talvolta, neanche li riguardano direttamente. E che, comunque, non traggono concreto beneficio investigativo dall’intrusione nella loro privatezza e dalla divulgazione dei suoi risultati. 

L’estrema miseria morale di queste situazioni non verrebbe attenuata nemmeno dalla freddura, che si ritrova sulla bocca di molti insipienti: «Male non fare, paura non avere». Vale la pena ricordare, infatti, che – per quanto le circostanze siano, nel nostro caso, sostanzialmente diverse – la capacità potenzialmente illimitata d’intrusione di un potere pubblico insindacabile nell’ambito della riservatezza degli individui ha sempre rappresentato, con gli annessi fenomeni di odiosa delazione sociale, uno dei tratti caratteristici delle dittature. E non è un caso, ma un paradosso, se, dalla parte di chi sembra scambiare l’esercizio della giurisdizione con la custodia della virtù, troviamo proprio quanti, anche nel recente passato e a sproposito, paventavano pericoli per la libertà nel nostro Paese.

La pacchia dell’irresponsabilità 

 A questo punto, dovrebbe essere chiaro perché, secondo noi, gli interventi preannunciati dal ministro Nordio, al pari di altri precedenti (tentati da Berlusconi e realizzati da Renzi), sembrino mancare il bersaglio. Insistere sul tipo di reati per i quali le intercettazioni possono essere disposte, in base al criterio del livello di pena edittale prevista o di allarme sociale connesso, non è dirimente. Il pasticcio relativo ai reati-spia di mafia, nel quale il Guardasigilli si è cacciato nei giorni scorsi intervenendo in Parlamento, lo dimostra. Le limitazioni per tipologia di reati ci sono già; e le ulteriori cautele previste dal codice di procedura (sussistenza di gravi indizi di reato e indispensabilità della captazione per la prosecuzione delle indagini) sono rimesse all’apprezzamento dei Gip. 

Allora, quale freccia manca ancora all’arco di una politica che voglia per davvero maneggiare con cura una materia tanto delicata? L’effettività della responsabilità disciplinare dei magistrati, degli avvocati e degli altri professionisti – sia pubblici, come gli agenti della polizia giudiziaria e gli ausiliari del giudice, sia privati – coinvolti nella conduzione delle indagini. E cosa bisognerebbe fare, per eccepire finalmente questa responsabilità, soprattutto quella dei magistrati? Rivedere lo statuto costituzionale della Magistratura. Questo vorrebbe dire, per delle personalità politiche, far “finire la pacchia”, come la presidente del Consiglio amava dire talvolta, quando era ancora la semplice deputata di Latina della scorsa legislatura.

Ma il necessario?

Il Guardasigilli ha sostenuto, a margine della sua relazione alla Camera sullo stato della giustizia, che l’Italia non è fatta di Pm e il Parlamento non deve essere supino e acquiescente alle affermazioni dei magistrati inquirenti. Tenendo a mente che il ruolo della Magistratura è tuttora unico, viene da domandarsi se Nordio sia lo stesso ministro che ha scelto due giudici come suoi principali collaboratori, insediandosi tre mesi fa al dicastero di via Arenula. Ripetiamo, comunque, che non indugiamo a pregiudizi: attendiamo ancora i fatti.

Certo che aggirare sistematicamente le questioni di ordinamento della giustizia, continuando invece ad insistere solo su aspetti particolari della legislazione, non porterà cambiamenti sostanziali. Il meglio è nemico del bene, ma i rattoppi non sono il necessario.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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