Iran: l’inimicizia contro Dio è un reato per il quale si può essere condannati a morte. A volte perché si è accusati di aver accoltellato due guardiani della rivoluzione, a volte solo per aver manifestato in piazza. E la morte può essere amministrata in pubblico, come ai tempi di Gesù. I processi durano una ventina di giorni. Non sembrano esistere tracce di appello e Cassazione. Le udienze se non sono segrete ci manca poco. Spesso si fa ricorso alla tortura per estorcere confessioni. Potremmo parlare della Roma di cinque secoli fa come dell’Iran di oggi. Nel senso che noi occidentali non possiamo ergerci a giudici inflessibili del regime iraniano, abbiamo sulle nostre spalle le stesse colpe. Men che meno ne possono parlare gli americani, nelle cui camere della morte avvengono esecuzioni a cadenza quasi mensile, anche se loro, almeno, prevedono tre gradi di giudizio e l’eventuale grazia del governatore.
Proteste e repressione
In Iran, uno dei pochi regimi teocratici esistenti (lo è anche lo Stato della Città del Vaticano, con conseguenze diverse), da mesi una folla di giovani e donne sta manifestando in piazza. La rivoluzione è pacifica ma si sta estendendo. Non ha capi riconosciuti né appoggi internazionali. Anzi, il mondo, per ora, è fermo a guardare l’orrore della repressione feroce e indiscriminata. Solo in questi giorni, dopo mesi di violenze, l’Europa (sempre più nano politico e ormai neppure più gigante economico) sembra voglia prendere un’iniziativa. Si preannunciano sanzioni, il cui esito pare già segnato: un’affermazione di principio. E solo ieri l’Onu ha espulso l’Iran dalla Commissione sulla condizione delle donne. Sempre meglio di niente.
Il bello è che prima del 1979, anno della rivoluzione islamica degli Ayatollah, l’Iran sembrava (almeno nelle grandi città) un moderno stato occidentale. L’ultimo Scià di Persia, Reza Pahlavi, aveva conosciuto la sua seconda moglie, Farah Diba, all’università statale di Teheran, dove le ragazze, vestite e pettinate all’occidentale, studiavano a fianco dei loro colleghi maschi. Lo Stato era un’autocrazia, l’economia era controllata dagli Stati Uniti e nei villaggi regnava un clima ancora tribale. Ma sembrava davvero alla pari con l’Occidente o in procinto di diventarlo. Dopo la rivoluzione di Khomeini ecco l’immediato ritorno al medioevo, che dura ancora oggi.
Macché medioevo, noi eravamo agli albori del barocco quando, nel febbraio del 1600, in Campo dei fiori, a Roma, veniva arso vivo il filosofo Giordano Bruno, reo solo di avere idee scismatiche in campo religioso. Era stato condannato da un tribunale ecclesiastico e si era fatto uso della tortura. Appunto, sei secoli fa. E non è stato l’unico rogo acceso per delle opinioni in Occidente. Inimicizia contro Dio, appunto.
Libertà e diritti
Nessuno sa come finirà la rivoluzione iraniana. Quello che possiamo dire è che nessun regime, neppure il più atroce, si può reggere senza l’appoggio popolare: così è stato per il fascismo e il nazismo, per il regime sovietico e ancora oggi per la dittatura di Kim in Nord Corea. E sicuramente lo spietato regime degli Ayatollah ha fior di sostenitori, sennò non starebbe in piedi. Le dittature, di solito, non cadono con le rivoluzioni: per fascismo e nazismo era occorsa una grande guerra perduta, per il comunismo sovietico una enorme crisi economica. L’ancien régime francese era caduto per la carestia e la crisi economica, mica per le idee degli illuministi; idee che, dopo la caduta della monarchia, hanno creato lo stato moderno con la divisione dei poteri, la democrazia e le libertà sancite dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Il minimo che possiamo fare è far sapere, in qualunque modo, che noi occidentali ammiriamo il coraggio delle donne e dei giovani iraniani che lottano, a costo della loro vita, per le loro libertà e per i loro diritti. Come scrive Mariano Giustino su Linkiesta, «i manifestanti non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica ci stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita».
(articolo pubblicato su ItaliaOggi)
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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