Iran: la guerra si ferma? Pare di sì. Allo scadere dell’ultimatum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha dato seguito alle sue minacce di “eliminare un’intera civiltà in una notte” e invece ha annunciato una tregua di due settimane. Per qualcuno, come sottolinea l’Agenzia Dire è la retorica del “Taco”, l’acronimo “Trump always chickens out“: il presidente Usa minaccia e poi si tira sempre indietro. Ma intanto il mondo tira un primo sospiro di sollievo e crolla il prezzo del petrolio (-18%).
Trump in sostanza ha accettato di estendere di due settimane la scadenza dell’ultimatum all’Iran. Ma come sottolinea l’Ansa, ha precisato che lo stop ai bombardamenti vale “a condizione che l’Iran acconsenta prima di tutto all’apertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz”. L’Iran ha accettato la proposta di cessate il fuoco del Pakistan. E pare che sia stato determinante l’intervento all’ultimo minuto della Cina, con Pechino che ha esortato Teheran a mostrare flessibilità e stemperare le tensioni.
Da Islamabad al Libano
Il primo round di trattative tra Usa e Iran per un accordo che metta fine alla guerra è previsto a Islamabad venerdì. Sempre secondo l’Ansa, al tavolo nella capitale pakistana a rappresentare gli Usa ci dovrebbero essere il vicepresidente JD Vance, oltre agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.
Il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif, intanto ha annunciato che il cessate il fuoco è immediato e ovunque, “inclusi il Libano e altrove”. Mentre Israele ha chiarito però che l’accordo non copre il Libano. Per Tel Aviv gli Hezbollah, dunque, restano fuori dalla tregua. E i combattimenti sul fronte nord continueranno. Una crepa sull’accordo che potrebbe avere conseguenze sul prosieguo delle trattative. Il cessate il fuoco mediato e annunciato dal Pakistan, è dunque costruito su equilibri fragili, seppure anche le milizie irachene filoiraniane si sono dette pronte a fermarsi sempre per due settimane.
I dubbi e il piano di Teheran
Se Trump sospende i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran, in cambio impone a Teheran di riaprire lo stretto di Hormuz e di cessare gli attacchi contro i paesi del Golfo Persico. Sul punto più concreto, e cioè come si riapre uno stretto che vale il 20% del commercio mondiale di petrolio, le risposte restano vaghe. L’Iran ha parlato di transito possibile “coordinandosi con le forze armate iraniane”. Una formula che lascia aperte più domande di quante ne chiuda, evidenza ancora l’Agenzia Dire.
Un piano esiste già. L’Iran ne ha presentato uno in 10 punti, che la tv di Stato ha elencato dopo l’annuncio della tregua: verte su fine dei combattimenti nella regione; risarcimento dei danni causati dai bombardamenti; rimozione delle sanzioni. In cambio, la riapertura di Hormuz e l’impegno formale a non sviluppare armi nucleari. La tv di regime lo ha presentato come una vittoria del popolo iraniano e ha sostenuto che Washington avrebbe accettato la proposta nella sua interezza.
Alcune delle richieste contenute nel documento di Teheran sono considerate invece non negoziabili dagli Usa. Il presidente Trump ha detto solo che il piano iraniano è “una buona base su cui lavorare”. Una disponibilità che per qualcuno è una pezza d’appoggio per giustificare il dietrofront. Ieri non aveva altra scelta: o fermarsi o dare seguito alle sue minacce “terminali”, cominciando a bombardare obiettivi civili come centrali energetiche e ponti.







