Joe Biden: e adesso? Sì, ha vinto il Super Tuesday alla grande, aggiudicandosi 465 delegati contro i 386 di Bernie Sanders, i 42 di Elizabeth Warren e i 30 del miliardario Michael Bloomberg. Ma sarà davvero l’anti-Trump, e cioè l’uomo capace di riportare i democratici alla Casa Bianca?
Partiamo da quello che sappiamo di lui. Tutti lo conosciamo solo come il vice di Obama dal 2009 al 2017. Ma il 77enne Joe Biden ha alle spalle una lunghissima carriera politica. Eletto senatore del Delaware nel 1973, a soli 31 anni, Biden viene costantemente rieletto alla camera alta fino al salto della vicepresidenza con Obama. La sua carriera, sempre all’ombra del Partito democratico, lo porta a presidenze prestigiose. Come quella del Comitato di controllo sul narcotraffico internazionale del Congresso, della Commissione sulla giurisdizione del Senato; e infine per ben tre volte della Commissione esteri, sempre del Senato.
Quello che colpisce però della sua carriera politica sono le numerose candidature alla presidenza. Comincia nel 1988 (sconfitto da Dukakis); nel 2004 rinuncia alle primarie, lasciando spazio a John Kerry; ritenta nel 2008, ottenendo un risultato più che deludente nello Iowa (0,93%). Poi viene miracolosamente ripescato da Obama che lo designa suo vicepresidente. Questo è dunque il suo quarto tentativo.
Biden e l’Ucrainagate
Dopo il doppio mandato con Obama, Biden ritorna a galla recentemente per lo scandalo ucraino. In sostanza, Donald Trump pare abbia chiamato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per chiedergli di indagare su un presunto caso di abuso di potere che aveva coinvolto Joe Biden in Ucraina. È pacifico che nell’aprile del 2014 il figlio di Biden, Hunter, aveva accettato l’incarico di membro del consiglio d’amministrazione di Burisma Holdings. Si tratta della più grande compagnia ucraina di gas naturale, pur senza avere alcuna esperienza nel settore energetico, né particolari conoscenze dell’Ucraina. Se aggiungiamo che il compenso del giovane Biden si aggirava sui 50mila dollari al mese, ne abbiamo abbastanza per intuire che non era tutto chiaro quello che stava succedendo.
Ma sappiamo bene che la richiesta di impeachment sposata dal Partito democratico nei confronti di Trump è finita in niente; e che, di conseguenza, difficilmente sapremo di più sull’affaire Ucraina–Biden. Ma cosa c’entrava il padre in tutto questo? Pare che nello stesso periodo il vicepresidente fosse il più impegnato membro dell’amministrazione Obama in Ucraina: Biden stava cercando di attrarre Kiev verso la Nato per sottrarla all’influenza russa.
Trump, un osso duro
Quello che emerge, dunque, è che Biden sia certamente la persona giusta per cercare di togliere lo scettro a Trump, visti i suoi rapporti internazionali, la sua indubbia esperienza e la sua perfetta conoscenza della macchina statale.
E Trump? Non ci è più simpatico come poteva esserlo in passato, perché è stato uno dei primi a sconsigliare di visitare il nostro Paese e a sospendere i voli per gli aeroporti del nord Italia. E già prima dell’epidemia del coronavirus, aveva usato toni odiosi nei nostri confronti; per esempio, quando si era parlato di imporre alle grandi compagnie del web (Amazon, Apple, Google) un regime fiscale più adeguato, aveva minacciato subito ritorsioni (dazi) sui prodotti made in Italy. E ancora recentemente – nello sconsigliare viaggi in Italia – il suo Dipartimento di Stato ha lasciato intendere che siamo nel mirino di attentati terroristici, tanto per mettere sul piatto un altro argomento tutt’altro che trascurabile anche se del tutto o quasi inventato.
Ma detto questo, bisogna ammettere che sta svolgendo mirabilmente il ruolo per il quale aveva ottenuto l’elezione: rendere grande l’America. Usando il bazooka invece del bisturi ha imposto alla Cina un trattato commerciale che sotto Obama sarebbe stato follia solo immaginare. Finora le sue ricette semplici fino all’ovvietà sono risultate vincenti. Contro i bizantinismi dell’Europa col suo fiscal compact ha stampato dollari senza limiti, risollevando gli Usa da una crisi epocale.
Poi Trump ha confidato – e ha fatto bene – sulla straordinaria capacità produttiva degli States, che oggi sono saldamente al primo posto nel mondo nella maggior parte dei settori.
Sfida impossibile?
A questo punto la domanda sorge spontanea: davvero uno come Biden potrebbe riuscire nell’impresa? Trump ha solo 4 anni in meno del suo molto probabile sfidante, ma apparentemente sembra suo figlio. Con la rozzezza e la franchezza che lo caratterizzano immaginiamo che i confronti elettorali tra i due gli consentiranno di stracciare l’avversario. In più, e non è cosa da poco, si presenterà da vincente, dicendo che ha iniziato a “far grande l’America” e che in altri quattro anni di mandato potrà fare altre meraviglie.
Se guardiamo la cosa dal punto di vista italiano, dovremmo fare il tifo per Biden, anche perché non potrebbe trattarci peggio di Trump neppure se si mettesse d’impegno. Ma l’Andreotti d’oltreoceano ha davanti una sfida più che dura, quasi impossibile. Certo che se al posto suo si fosse candidata Michelle Obama le cose potevano andare diversamente. Ma a quanto sembra nel Democratic Party i giochi sono fatti.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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