Juan Carlos di Borbone: continua la parabola discendente dell’ex sovrano di Spagna. L’ultima tappa del suo triste declino ha le apparenti sembianze di un volontario esilio (annunciato in una lettera pubblica al figlio Filipe) in una meta ufficialmente sconosciuta (dovrebbe essere Abu Dhabi).
Tuttavia, fonti vicine alle magistrature iberica e svizzera che indagano sulla testa coronata suggeriscono che possa trattarsi di una pre-latitanza. Ma come si è arrivati a questo punto? Qual è la storia di Juan Carlos? E che considerazioni ispira questa vicenda a proposito dell’istituto della Monarchia, che sopravvive ancora in altri cinque Paesi dell’Unione europea (Belgio, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia)? Andiamo con ordine e cominciamo dai problemi giudiziari juancarlisti.
Non prima, però, di aver accennato al fatto che le disavventure del monarca emerito complicano la già difficile situazione istituzionale spagnola. L’autonomismo basco e soprattutto quello catalano, naturalmente repubblicani, non si sono lasciati sfuggire l’occasione per attaccare la Corona e ciò che essa rappresenta, cioè lo Stato unitario. E i populisti di Podemos, al governo col Psoe di Pedro Sanchez, hanno già parlato col loro leader Pablo Iglesias dell’opportunità di aprire formalmente il dibattito sulla forma istituzionale nazionale. Ossia: d’indire un referendum monarchia/repubblica.
Le tangenti
Le indagini a carico dell’ex re riguardano un caso classico di corruzione e frode fiscale. Juan Carlos è accusato di aver intascato una maxi tangente da 100 milioni di dollari. Si sarebbe trattato del compenso per aver spuntato uno sconto sul valore della commessa ottenuta da un consorzio iberico per la realizzazione dell’alta velocità ferroviaria La Mecca-Medina.
Si dice, peraltro, che questa tangente saudita non sarebbe l’unica finita nelle disponibilità del Borbone di Spagna. Il provento di una tangente, ad ogni modo, non può essere giustificato e va depositato all’estero per sottrarlo al fisco. Cosa puntualmente fatta, su conti svizzeri e presso società offshore nei celeberrimi paradisi fiscali.
Frodi e amanti
Ma Juan Carlos si sarebbe superato per far scadere la commedia in farsa. Avrebbe infatti girato 65 milioni di quella gigantesca cifra ad una delle sue numerose amanti, la tedesca Corinna Zu-Sayn Wittgenstein. Ovviamente, per poi richiederglieli. Non è difficile immaginarsi come la signora abbia avuto a quel punto qualcosa da ridire ed abbia cominciato a parlare.
Si sospetta perfino che all’ex monarca possa essere contestata l’accusa di riciclaggio. Queste voci circolano già da qualche tempo e la loro incontrollabile diffusione ha provocato, lo scorso marzo, la promessa di rinuncia del Re Felipe VI alla futura eredità paterna. Nonché la sospensione dell’appannaggio annuale riservato dalla Corona al suo precedente titolare.
Dal Caudillo alla democrazia
La vicenda umana e politica di Juan Carlos è all’insegna della spigliatezza. Nipote di Alfonso XIII, il sovrano esiliato dalla seconda Repubblica spagnola (1931), è nato a Roma nel 1938. È sposato dal 1962 con Sofia di Grecia, con la quale ha avuto i tre figli Elena, Cristina e Filippo. È figlio di don Juan, conte di Barcellona ed erede legittimo secondo la successione dinastica dopo le rinunce dei fratelli. Viene battezzato dal segretario di Stato cardinale Pacelli, che l’anno dopo sarebbe divenuto Papa Pio XII.
Nel 1945 suo padre don Juan rompe col franchismo e il Caudillo, che non lo aveva mai stimato, lo punisce estromettendolo dalla successione da aprirsi dopo la propria morte. Francisco Franco impone un salto dinastico e designa nel 1969 come futuro re il figlio di don Juan, appunto Juan Carlos.
Lo scarto successorio significa sia che la monarchia restaurata sarebbe dovuta essere franchista (cioè illiberale), sia che il Generalissimo ammirava il giovane rampollo rinvenendo in lui tratti della propria dote più nota, cioè l’astuzia. Non si sbagliava, in un certo senso.
Infatti, in poco più di tre anni dalla successione alla guida dello Stato (novembre 1975-dicembre 1978), Juan Carlos sale al trono come monarca autoritario e traghetta la Spagna nella democrazia costituzionale. Non si possono dimenticare i nomi di Torcuato Fernández-Miranda e Adolfo Suárez come quelli di suoi fondamentali collaboratori nell’impresa, non facile ma auspicata da tutto l’Occidente.
Il tentato golpe
La transizione ha anche una coda melodrammatica col famoso tentato golpe militare del 1981, rimasto famoso per l’irruzione nelle Cortes del tenente colonnello Tejero Molina pistola in pugno. È più che altro una sceneggiata, ma il Re compare in televisione e gli basta prendere le distanze dall’insano gesto per assurgere definitivamente a padre della patria.
Da quel momento in poi, per quasi 30 anni, vive in luna di miele col Paese e la sua gente. Stampa ed opinione pubblica gli perdonano tutto: i tradimenti coniugali seriali e le crescenti magagne finanziarie. Comincia ad essere attaccato a seguito degli scandali giudiziari per malversazione della figlia Cristina e del genero Iñaki Urdangarin. Nel 2014, quando ormai i sospetti cominciano a lambire anche la sua persona, abdica a favore del figlio Felipe.
Monarchia in cerca d’autore
Chiudiamo cercando d’inquadrare la vicenda di Juan Carlos nella cornice delle condizioni di sopravvivenza delle monarchie nell’Europa del XXI secolo. Quella spagnola, ripristinata da Francisco Franco, sarebbe dovuta essere una forma di autoritarismo militare e confessionale.
Solo il realismo al limite della spregiudicatezza di Juan Carlos l’ha trasformata pacificamente in regime democratico e costituzionale. È stato certo un merito politico e storico ma personalmente, dal punto di vista del Re, l’operazione è stata sfacciata e il conto da pagare sembra gli stia arrivando adesso.
In generale, la monarchia non ha praticamente più ragion d’essere. Oggi la sovranità è popolare e l’unica funzione che residua ai monarchi è quella rappresentativa. Ma i cardini irrinunciabili della democrazia, che sono i principi di laicità dello Stato e di libertà religiosa e di stampa, ne minano alla radice l’esercizio. Il Re non può non ritenere di avere anche una legittimazione divina. E per poter rappresentare un modello personale e familiare ideale dovrebbe essere esonerato dal controllo del mondo dell’informazione.
Niente di tutto questo è però compatibile con la democrazia. La parabola di Juan Carlos lo dimostra ed anche il trono di Felipe VI, per quanto questi sia decisamente più austero del padre, traballa comunque.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








