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La Brexit di Boris Johnson e i conti con la Storia

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Brexit: Boris Johnson contro tutti. Il premier britannico vuole a tutti i costi e contro tutti un’uscita no deal entro il 31 ottobre. E non dimostra nessuna paura del Backstop sul confine irlandese. Ma vediamo – con l’aiuto della Storia – perché il nuovo premier britannico è così determinato.

Molti osservatori sono giustamente preoccupati di un’uscita del Regno Unito dalla Ue senza accordo (è il significato di no deal). E lo è lo stesso governo di sua maestà se in un rapporto segreto, chiamato “Operazione Yellohammer”, da poco reso pubblico, prevede i gravi problemi che l’uscita provocherà. Da grossi disagi per la fornitura elettrica ad un forte aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi e dei generi alimentari, oltre al difficile reperimento di farmaci per almeno sei mesi.
Il mancato accordo comporterebbe anche grossi disagi per i viaggiatori da e per l’Inghilterra, che sarebbero costretti ad attese di ore al controllo dei passaporti.

Ma oltre alla determinazione di Boris Johnson, quello che lascia più perplessi è che davanti a questi problemi anche la popolazione d’oltremanica sembra non porsi neppure il problema delle conseguenze della Brexit.

Storia maestra di vita?

Torniamo indietro di quasi un secolo: nel settembre 1939 Hitler conquista in poche settimane la Polonia. Nella primavera del 1940 conquista Danimarca e Norvegia. Nel maggio fagocita Belgio, Olanda e Lussemburgo e in giugno arriva a Parigi.

In meno di un anno la guerra lampo del terzo Reich conquista praticamente tutta l’Europa che non era alleata col dittatore nazista. In quel momento, estate 1940, gli Stati non toccati dall’offensiva tedesca erano Spagna (alleata con Hitler), Italia, che combatteva con lui, Portogallo e Inghilterra.

Dal giugno del 1940 fino al dicembre 1941, quando l’attacco di Pearl Harbour convinceva gli Stati Uniti ad entrare nel conflitto, il Regno Unito resta l’unico avversario della Germania nazista. E non a buon mercato: il tentativo di Hitler di invadere la Gran Bretagna si concretizza nella battaglia d’Inghilterra. Tra il luglio e il dicembre 1940 tutta la furia nazista si abbatte sul territorio inglese con raid portati da 1.260 bombardieri, 360 bombardieri da picchiata (i famigerati Stuka) e da 1.089 caccia.

I bombardamenti erano quotidiani, avevano colpito anche un’ala di Buckingham Palace oltre al Parlamento e alla cattedrale di Westminster. La città di Londra, la più colpita dai bombardamenti, era in rovina. Il governo si riuniva in un sotterraneo vicino a Downing Street. Ma mai, in quell’anno e mezzo di forzato isolamento, gli Inglesi avevano pensato di cedere. La lotta allo strenuo ce l’hanno nel sangue.

L’entrata nella Ue

Quando, appena terminata la guerra, si era iniziato a parlare di una Comunità europea, gli Inglesi non avevano partecipato ai lavori. Perché? Avevano osservato che l’idea sembrava loro positiva “a patto che la nuova Unione si ponesse sotto la protezione dell’Impero Britannico” (all’epoca era ancora un impero). E ciò in palese contrasto con l’idea base dei padri fondatori che consisteva nella sostanziale parità di dignità tra tutti gli Stati, tanto che oggi la piccola Malta può bloccare ancora i lavori di Bruxelles.

Infatti il Regno Unito, anche per l’opposizione del generale de Gaulle, è entrato nella Comunità Europea (all’epoca Mercato Comune Europeo) solo 16 anni dopo la sua fondazione, nel 1973, assieme a Danimarca e Irlanda. E non è mai entrato nell’area Euro. All’epoca il pil del Regno Unito era uno dei più bassi d’Europa e il suo tasso di disoccupazione tra i più alti. Diciamo che la scelta europea era stata una scelta obbligata e molto poco sentita.

I motivi dell’uscita

Perché ha scelto di uscire? Non certo per motivi economici, dato che il Regno Unito ha una invidiabile stabilità finanziaria. Il suo rapporto debito/pil è attorno al 90%, contro il 132 italiano e la media europea dell’86,8. E allora? La riconquista della sua piena sovranità e la riduzione o quantomeno il controllo dell’immigrazione sono stati i due motivi alla base del successo referendario della Brexit nel 2016.

Alla luce di quanto può capitare al Regno Unito dal punto di vista economico, a noi continentali i motivi sembrano quasi risibili, ma a quanto pare sono molto fondati sull’Isola se il capo dell’opposizione Geremy Corbyn ha recentemente affermato che – in caso di nuovo referendum – non darebbe indicazioni di voto tra la Brexit e il Remain.

Il bluff di Johnson 

Il primo ministro non solo è convinto della bontà della Brexit fin da quando era sindaco di Londra, ma non si scalda troppo per trovare soluzioni concordate con l’Europa. E ciò nonostante il Parlamento di Westminster, con l’accordo sia della Camera alta che dei Comuni, lo sta avversando al punto che Boris lo ha chiuso fino al 14 ottobre, troppo tardi perché i deputati possano ostacolare una hard Brexit. Adesso però la Corte suprema all’unanimità ha definito la sospensione illegale. Dal 25 settembre così il Parlamento riapre e ne vedremo delle belle. 

Ma perché, allora, Johnson è così ostinato? L’impressione è che si tratti di un gigantesco bluff. Finora Theresa May ha continuato a chiedere proroghe alla Ue, ottenendole ma senza nessun passo avanti nella trattativa. La sola Italia esporta merci verso il Regno Unito per 24 miliardi l’anno. Il Regno Unito esporta il 47% delle proprie merci verso la Ue e ne importa per il 53%. Dunque Boris Johnson sa che entrambi i contendenti hanno molto da perdere e sta semplicemente tirando la corda, sperando che non si spezzi.

Boris o Carlo I°?

La chiusura del Parlamento revocata poi dalla Corte suprema è stata dunque una mossa anti Ue, non anti britannica. Un “o la va o la spacca” rivolto all’Europa. Con un caveat. L’ultimo esponente politico che ha chiuso il parlamento inglese si chiamava Carlo I. E per conseguenza, pochi anni dopo, era stato il primo e unico monarca inglese ad essere giustiziato su una pubblica piazza. Speriamo che a Boris, che a noi è anche simpatico, possa andare meglio.

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