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La notte di Conte e la lezione di Churchill

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Conte e la Storia, quella dei discorsi che hanno lasciato un segno indelebile.
C’è stato quello di Abramo Lincoln a Gettysburg nel 1863: “Che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire”. C’è stato quello di Roosevelt del 1933: “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Quello di Kennedy del 1961: “Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro Paese”.
C’è stato il famoso discorso di Martin Luther King del 1963 “I have a dream” e quello di re Giorgio VI nel 1939, immortalato dal film Il discorso del Re del 2011. Ci sono stati i famosi discorsi di Churchill del 1940: “Noi combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline, non ci arrenderemo mai” e “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”.

Parole uniche, che restano impresse nella memoria, perché nei momenti storici, tragici o lieti, la popolazione pende sempre dalle labbra del suo leader, che sia stato eletto da un plebiscito o nominato con oscure manovre di palazzo.

La notte del premier

Poi c’è Conte. Che fa il suo ennesimo discorso dalla popolarissima tribuna di Facebook. In piena notte. A mercati (e supermercati) chiusi. E senza date, senza il testo del documento firmato, senza la lista delle attività che rimarranno aperte. Una comunicazione che viene bocciata da tutti e provoca le proteste dell’Associazione stampa parlamentare, del presidente della Fnsi Giulietti, del direttore del Tg La7 Enrico Mentana o di dirigenti televisivi come Andrea Salerno.

Mentana osserva: “Se un governo decide di bloccare la gran parte delle attività produttive, prima stende il provvedimento, poi dirama un comunicato stampa con gli elementi essenziali, da quando è in vigore lo stop e fino a quando, quali settori riguarda e quali invece no e perché. Poi, e solo dopo, arriva il discorso del premier”. E ancora alle 20 del giorno dopo del decreto non c’è traccia…

I punti della questione

Da una parte, Conte fa il discorso più drammatico, per i contenuti, dalla fine della guerra: tutte le attività non essenziali verranno fermate. Una tra le prime potenze mondiali ferma i motori, senza avere la certezza che ripartiranno una volta finita l’emergenza. Tra la salute e la vita dei cittadini e il portafoglio, Conte – e per ciò va applaudito – sceglie la salute.

Dall’altra, c’è la scelta del mezzo, cioè una popolarissima piattaforma social di proprietà di un imprenditore statunitense. Si dirà “siamo ai tempi dei social” e “così la vedono più persone”. E in effetti tutte le reti televisive o quasi si sono fermate per trasmettere il discorso. E allora tanto valeva trasmetterlo davvero a reti unificate e contemporaneamente su Facebook. O palazzo Chigi non ha la tecnologia necessaria?
Si ricordi, presidente Conte, che la forma in molti casi è sostanza. Lasciando a Zuckerberg quello che è di Zuckerberg e alle tv quello che è delle tv.

Studiare da statista

Conte o Churchill? Il premier studia da statista. Un mese fa il suo governo era in balia dell’ultima dichiarazione di Renzi e da un momento all’altro Conte stava per salire al Colle per rassegnare le dimissioni nelle mani di Mattarella. Poi è arrivata la pandemia e oggi – aggiungeremmo per fortuna – nessun politico attenta alla salute dell’esecutivo. Almeno fino alla fine dell’emergenza, il governo Conte è saldo in sella.

Ma sono troppe le analogie con lo storico statista sir Winston Churchill per non tentare un parallelo tra i due. Partiamo dalle differenze. Churchill era stato eletto alla Camera dei Comuni nel 1900, a soli 26 anni. Conte non ha mai partecipato a un’elezione. È stato indicato come ministro della Pubblica amministrazione da Luigi Di Maio il 27 febbraio 2018. Il 21 maggio dello stesso anno veniva indicato come presidente del Consiglio sempre da Di Maio e il 23 maggio riceveva l’incarico dal presidente Mattarella.

Di tutto, di più

Churchill tra il 1900 e il 1940 ha una carriera politica a dir poco fantasmagorica: ministro dell’Interno tra il 1910 e il 1911. Primo lord dell’ammiragliato dal 1911 al 1915. Segretario di stato per l’Aria (aeronautica) e ministro della Guerra tra il 1919 e il 1921. Segretario di Stato per le colonie (e che colonie!) tra il 1921 e il 1922. Cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze) dal 1924 al 1929. Insomma, un personaggio che conosceva alla perfezione tutti i settori dello Stato. E ciò nonostante, quando si era avanzata la sua candidatura al numero 10 di Downing Street ci si era trovati davanti all’ostilità del suo partito, quello conservatore, del re e della regina e di quasi tutto l’establishment britannico.

A fronte di quarant’anni di esperienze di governo, Conte ha varcato la soglia del parlamento per la prima volta il 5 giugno 2018, per chiedere la fiducia. Mentre Churchill, dopo i primi giorni di fronda, aveva ottenuto la fiducia – non in senso solo tecnico ma anche morale – del suo partito, della maggior parte degli Inglesi, fiducia che non era venuta meno per tutti gli anni della Seconda guerra mondiale, Conte non ha un suo partito di riferimento. Ha rifiutato la targa del movimento 5 stelle, non è sicuramente del Pd, né di Leu, né amico di Renzi, dal quale lo divide, anzi, un odio che potrebbe diventare atavico.

La maggioranza della paura

Conte trascina la sua maggioranza parlamentare solo perché i suoi membri (ad esclusione del Pd) sono terrorizzati da un eventuale appuntamento elettorale. Ed oggi, domenica, siamo arrivati proprio all’ora più buia del premier Conte. Perché le possibilità sono solo due: o assisteremo in breve ad un drastico calo dei numeri dei positivi o vuol dire che questi giorni trascorsi da milioni di italiani chiusi in casa come topi non saranno serviti a niente.

Non possiamo negare che i numeri – orribili, soprattutto quelli dei troppi decessi – dicono che l’epidemia non è più esponenziale, com’è oggi in Spagna, Francia e Germania, ma sono comunque in progressione costante. Fino a qui ce lo aspettavamo: occorre che passino almeno 15 giorni prima che il virus si manifesti in tutto il suo orrore. Ma se presto i numeri non dimostreranno che c’è stato un calo dei contagi daremo la colpa ai runner o alle file al supermercato? Perché se è indubbio che alcuni tra gli Italiani hanno mal sopportato la reclusione (40mila denunciati per infrazione alle norme di contenimento), la stragrande maggioranza è stata disciplinata e obbediente. Dunque poniamo anche che i passeggiatori abusivi, spietatamente ripresi dai social, abbiano continuato a comunicare il contagio. Ma tra i milioni dei tappati in casa e qualche migliaio di irresponsabili la differenza dovrebbe pur vedersi.

 L’Italia non è la Cina

Certo, si dirà, l’Italia non è la Cina: l’Hubei, la provincia più colpita, e che oggi sta tornando lentamente alla vita, era tenuta manu militari perché il resto del miliardo di Cinesi continuava a lavorare. Noi chiuderemo solo domani tante imprese non strategiche, tanti studi professionali che fino a ieri hanno continuato l’attività. Ma riconosciamolo, sono una minoranza della popolazione. E in questi giorni la maggior parte ha lavorato a un metro di distanza, con guanti e mascherine.

La fine di Churchill

La Seconda guerra mondiale finiva in Europa l’8 di maggio, con la caduta di Berlino. Il 5 luglio del 1945 si tenevano le elezioni nel Regno Unito. Grazie all’euforia della vittoria, Churchill doveva essere riconfermato con un plebiscito. E invece è stato sconfitto in modo inaspettato e abbastanza clamoroso. Ritornerà al governo per un breve periodo tra il 1951 e il 1955, ma il suo astro, per splendente che fosse, non brillerà più. Eppure aveva vinto la guerra, quasi senza commettere errori.

Professor Conte, se così è andata la Storia, le auguriamo di vincere questa battaglia e, alla fine, la guerra contro il Coronavirus. Dopo di che, noi la lasceremo tornare alla sua università, senza grossi rimpianti.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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