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Ignazio La Russa: quando il presidente del Senato dovrebbe mordersi la lingua…

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Ignazio La Russa: con il «però», apposto alla condanna da parte sua dell’aggressione subita a Torino dal giornalista della Stampa Andrea Joly da parte di appartenenti al movimento di estrema destra Casapound, il presidente del Senato torna a fare parlare di sé. E lo fa all’insegna di quello che dobbiamo per forza classificare come un riflesso condizionato.

Prima di tutto, ricordiamo qual è il percorso politico di La Russa. Si tratta di uno storico esponente della destra nazionale, prima col Msi, poi sotto le insegne di An, quindi associato alla sigla berlusconiana del Pdl. Infine, con l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Difesa in carica Guido Crosetto, La Russa ha fondato Fratelli d’Italia nel 2012.

Di quale riflesso condizionato soffre, secondo noi, l’inquilino di palazzo Giustiniani? Quando viene piantata una grana a partire da episodi di violenza o apologia di fascismo, comunque attribuibili ad associazioni o esponenti di destra extra-parlamentare, La Russa si sente irresistibilmente in dovere di distinguere. Così, nel caso Joly-Casapound, rispondendo ad una domanda in occasione della tradizionale cerimonia della consegna del Ventaglio da parte della stampa parlamentare prima della pausa estiva, il presidente del Senato è tornato ad impiegare una subordinata avversativa.

La seconda carica dello Stato 

Prima di considerare cosa ha detto La Russa, ci sia consentita una nota sulla denominazione dell’ufficio da lui ricoperto. Chi segue la politica interna, sa che si è soliti riferirsi al presidente del Senato anche come alla “seconda carica dello Stato”. Con quest’espressione si allude all’ordine delle precedenze del protocollo repubblicano, nell’ambito del quale il presidente di palazzo Madama segue immediatamente il capo dello Stato, precedendo il proprio omologo della Camera dei deputati, il presidente del Consiglio dei ministri e quello della Corte costituzionale.

Quando, però, come nel caso di Ignazio La Russa, avviene che sullo scranno più alto del Senato sieda un esponente politico in vista e dalla connotazione partitica piuttosto marcata, la formula della “seconda carica dello Stato” viene impiegata con sospetta frequenza e malcelato piacere. Perché? Il gioco è chiaro. Volendosi accreditare l’impossibile impoliticità del presidente della Repubblica, si addita implicitamente il suo teorico “supplente” di non essere all’altezza delle sue asserite doti di equilibrio ed imparzialità. Sì, perché c’è un’altra ragione per cui si parla del presidente del Senato come della “seconda carica”: a norma dell’articolo 86, 1° comma della Costituzione, egli adempie le funzioni del capo dello Stato ogni qualvolta questi non possa esercitarle. 

Per carità, non facciamoci confondere. La supplenza in caso di vacanza della presidenza della Repubblica assicura solo la formalità delle funzioni presidenziali. Al limite, la norma citata ribadisce uno dei capisaldi della Costituzione del 1948 e cioè la fobia dell’Esecutivo sofferta dai costituenti, dopo vent’anni di dittatura. Infatti, in barba alla separazione dei poteri, il presidente di uno dei due rami del Legislativo è chiamato, sia pure del tutto eccezionalmente, a tenere il luogo del vertice (almeno formale) dell’Esecutivo.

Pretesti troppo facili

Venendo al merito delle dichiarazioni di La Russa (il video è in calce all’articolo), ha purtroppo poca importanza che se ne ricavi chiaramente la condanna che il presidente del Senato ha fatto delle violenze di Casapound. Ciò che, del resto, è pacificamente attestato dall’espressa ed insistita esclusione di qualsiasi giustificazione del “passaggio dalle parole ai fatti”. Il punto è che non c’era nessun motivo valido per cui La Russa, volendo o comunque accettando di parlare dell’aggressione subita dal giornalista del quotidiano torinese, tirasse fuori la questione dell’eventuale provocazione posta in essere da quest’ultimo, omettendo di qualificarsi professionalmente mentre avvicinava l’assembramento di estrema destra.

A parte il fatto che il dubbio retorico, avanzato dal presidente del Senato circa la casualità della presenza di Joly nei pressi di un ritrovo pubblico di Casapound, dà già implicitamente per scontata l’attitudine sottilmente provocatoria del suo operato, se un’autorità dello Stato parla di violenze pubbliche da parte di privati in danno di altri cittadini, non può fare altro che stigmatizzarle. Infatti, cos’è più istituzionale, più democratico e (permetteteci di aggiungere) anche più di destra, che rivendicare il monopolio legale dell’uso della forza in capo alle autorità? Gli agenti dell’ordine possono avere, nel dubbio, il privilegio del favore, ma i privati che menano (a mano libera o armata e salva la ricorrenza della legittima difesa) hanno sempre torto.

Occasioni perse e autogol

Non ci serviva questo caso, ad ogni modo, per sapere che la destra ha puntati contro i fucili spianati della grande stampa e delle istituzioni nazionali ed internazionali. E La Russa come pensa di farvi fronte? Anziché fare leva sull’ormai consolidata collocazione extraparlamentare dell’estrema destra onde potere vantare, a nome della destra costituzionale, di non avere rimproveri da farsi al suo riguardo, si mette a sfornare avversative: «(…) Però, ci vuole forse un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti». 

Il presidente del Senato ha detto esattamente quello che quanti volevano polemizzare con lui e con la forza politica a cui appartiene volevano sentirsi dire. A chi giova tutto questo, oltre ai polemisti ed ai soloni? Perché, naturalmente, un caso come quello Joly-Casapound pone pure il problema della stampa e della relativa libertà, nonché del suo ruolo semi-istituzionale in democrazia. Dunque, perché mettersi una volta di più contro tutto questo?

Mordersi la lingua…

Resta, ovviamente, la possibilità che La Russa non riesca ad affrancarsi da un sentimento di rivalsa per l’isolamento e il pregiudizio patiti lungamente dalla destra, al tempo del denominato “arco costituzionale”. Quest’incapacità, però, instillerebbe alla lunga un dubbio sull’adeguatezza del presidente del Senato. 

Tanto più che La Russa è perfettamente consapevole di come stiano le cose, in danno della sua parte politica. Se, nondimeno, dovesse ritenere che qualche rivalsa verbale costituisca il migliore balsamo per le passate ferite della destra, pensi alle istituzioni che oggi egli stesso assume in grado elevato. Pensi alla patria, pensi all’Italia. In oltre un secolo e mezzo, tanti suoi figli hanno fatto, in suo nome, sacrifici maggiori che mordersi la lingua.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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