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La vittoria di Biden e l’ira di Trump: che cosa succederà?

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Joe Biden è il presidente eletto degli Stati Uniti d’America e parla già come tale. Con la conquista dei grandi elettori della Pennsylvania, infatti, il candidato democratico ha sfondato il muro dei 270 voti elettorali, necessari per accedere alla Casa Bianca. Contando anche quelli del Nevada, Biden si attesta a quota 290. In termini assoluti, l’ex vice di Obama è il candidato presidente più votato della storia americana, con circa 80 milioni di suffragi popolari. Sin qui, sia pure con grande ritardo e tra tesissimi contrasti, l’atto conclusivo del copione che va in scena ogni quattro anni negli States.

Nondimeno, pesanti ipoteche gravano tuttora, mentre scriviamo, su questo risultato. Tutte riassumibili in un nome, ovviamente: quello di Donald Trump, lo sfidante repubblicano, il presidente in carica e ormai battuto. Il tycoon non accetta la sconfitta né, conseguentemente, è disposto a riconoscere la vittoria al suo avversario. Parla apertamente di brogli, di frode, di voti illegali; sostiene di essere lui il vero vincitore e preannuncia battaglie forensi.

La circostanza è altamente problematica, perché gli Stati Uniti, Paese di matrice anglosassone, sin qui almeno hanno dato larga prevalenza alle consuetudini. Queste ultime non contemplano il caso in cui chi risulti soccombente dagli scrutini effettuati nei diversi Stati non accetti il verdetto. E, soprattutto, rifiuti (apparentemente) di assicurare un consensuale – se non proprio amichevole – trasferimento dei poteri. Niente discorso di concessione, dunque, né ricevimento nello Studio ovale, per quanto non sia solo questione di buone maniere.

Ma che cosa può succedere ancora, adesso? Trump ha davvero delle possibilità di ribaltare in sede legale il risultato di Biden? Famiglia, staff e Partito Repubblicano sono disposti a seguirlo compattamente su questa strada ignota, più ancora che impervia? Proviamo a ragionarci sopra.

Tra istinto e ragione

Cominciamo da una distinzione fondamentale: quella tra possibilità astratte e concrete. È un richiamo di buon senso. Non tutto quello che è legalmente fattibile è politicamente, storicamente ed umanamente sostenibile.

Giusto o sbagliato che sia, ma comunque conformemente a quello che accade di solito in queste circostanze, una volta toccata quota 270 grandi elettori il candidato ha chiamato la vittoria. Non solo negli Usa, ma anche all’estero tutti ci sono abituati. Al punto che capi di Stato e cancellerie di tutto il mondo hanno subito accreditato la vittoria di Biden, felicitandosi pubblicamente con lui. Certo, data l’assoluta indisponibilità ad acconsentire dimostrata sin qui dallo sfidante Trump e tenuto conto sia delle gravissime accuse di irregolarità da questo sollevate, sia del fatto che l’elezione presidenziale è formalmente indiretta, si poteva forse aspettare ancora, in campo diplomatico.

Ma si sa che il presidente di “America first” è inviso pressoché a tutto l’establishment internazionale, oltre che interno. Sicché l’elezione del suo avversario, per quanto non ancora formalmente suggellata, è stata salutata con un sospiro di sollievo generale. Può un uomo d’affari e politico, pragmatico come Donald Trump, ignorare fino a che punto si è spinto il suo Paese nei confronti del mondo e viceversa, dando per fatta l’elezione di Biden? Solo il tempo potrà dirlo, ma sembra lecito dubitarne.

Le vie legali 

Sul piano legale, la questione è un ginepraio e non per modo di dire. Il caso è al crocevia dell’articolazione istituzionale degli Stati Uniti e della stratificazione storica delle normative.

C’è un piano legale in senso stretto e c’è un piano politico che potrebbe rifarsi al primo. Trump lamenta l’illegalità di buona parte del voto postale negli Stati decisivi in cui ha perso (Wisconsin, Pennsylvania, Georgia, Arizona). Il riconteggio in alcuni casi è automatico in ragione dell’esiguità dello scarto, in altri può essere domandato e concesso. Poi, qualora lo scrutinio venga confermato, si possono adire i tribunali statali. E quindi, al limite, ricorrere alla giustizia federale sino alla Corte Suprema, appena blindata da Trump nella sua maggioranza repubblicana, con la nomina della giudice Amy Coney Barrett.

Ma non è detto che tutto fili liscio. Per adire le vie legali ci vogliono delle prove concrete. E poi ci sono altri ostacoli. Ad esempio: un giudice di uno Stato potrebbe rifiutare di pronunciarsi, sostenendo che comunque il suo responso non sarebbe decisivo a livello nazionale. La stessa Corte Suprema potrebbe decidere di non decidere, come di fatto stabilì nel caso Bush jrGore per la Florida nel 2000.

Gli escamotage politici

Sul piano politico, l’affare è ancor più un rompicapo. Siccome i grandi elettori sono designati dagli Stati, in ognuno di essi la procedura coinvolge i locali Congressi e Governatori. Ove di colore politico diverso (è un caso frequente), questi, in un clima arroventato, potrebbero anche designare due delegazioni contrapposte di grandi elettori, una per candidato. A quel punto, sarebbe il Congresso di Washington a dover decidere, in base ad una legge del 1887, incomprensibile ai più anche fra gli addetti ai lavori.

Anche qui, Camera e Senato sono in mano l’una ai Dem e l’altro ai Repubblicani: sembra, comunque, che dovrebbe essere la Camera a decidere riguardo al Presidente. Su tutto, comunque, pende la spada di Damocle dei tempi. Entro l’8 dicembre, gli Stati devono designare i loro grandi elettori. Il 14 dicembre si riunisce il Collegio elettorale. Ove quest’ultimo non riesca a decidere, la parola passerà a Capitol Hill il 6 gennaio. Il 20 gennaio, a mezzogiorno, scadono i poteri del presidente in carica.

Una momentanea via d’uscita

I margini di contestazione di Trump, a questo punto e salvo sorprese eclatanti e numerose, sono ridottissimi. Ma sono quelli politici ad essere quasi inesistenti, a nostro avviso. Per come si sono messe le cose, la scelta è tra l’orgoglio di un uomo – per quanto di grandi capacità, carisma e seguito – e la credibilità internazionale degli Stati Uniti. Anche i Repubblicani, alle strette, difficilmente potrebbero propendere per il tycoon. Una faglia pare insinuarsi anche tra i suoi figli, con i maschi oltranzisti e la prediletta Ivanka, invece, a predicare moderazione.

Trump ha perso, ma per poco. Ha lasciato un segno ed è in gioco, avendo plasmato a propria immagine (nel bene e nel male) il Grand Old Party. Adesso, deve trovare una momentanea via d’uscita. Diversamente, non sarebbe uno statista, né si confermerebbe un autentico uomo d’affari.    

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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