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Le dimissioni del cardinale Marx: la Chiesa tedesca sfida Papa Francesco

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Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, ha presentato a Papa Francesco delle inusuali dimissioni dal suo ufficio. Sforzarsi di capire precisamente cosa significhino sarebbe un’impresa inutile, tanto è pesante la prosa con cui sono state illustrate e tanto astruse sono le motivazioni pubblicamente addotte. Il loro succo, invece, è sufficientemente chiaro da risultare inaudito e difficile da credere. La grana è giunta ora sul tavolo del Pontefice, che intanto sollecita sinodalità dal basso: se queste sono le premesse, conviene che si tenga forte.

La Chiesa cattolica in Germania affronta da tempo un travaglio doloroso e pericoloso. La pressione mediatica, a cui la Chiesa è ovunque sottoposta da due decenni a questa parte, risulta qui aggravata dal confronto con le esperienze della Riforma protestante, nei loro luoghi d’origine. Risultato: la Chiesa tedesca, dopo essersi auto-accusata di tutto, sembra quasi che si condanni da sola e domandi di venire sciolta. La Chiesa, però, non è una società alla stregua del codice civile e del diritto commerciale: non può portare i libri in tribunale, ovvero estinguersi dal notaio. Prima smette di sabotare se stessa e meglio è. Partiamo, comunque, dalle dimissioni.

Tutti colpevoli, la Chiesa pure

Le parole del cardinale Marx, ritualmente sono state rilasciate anche in conferenza stampa (odierna colonna di flagellazione incruenta). Secondo quanto riportato dal sito vaticannews.va, testata giornalistica online ufficiale della Città del Vaticano, Marx pensava alle dimissioni da un anno. La rinuncia, ha sostenuto, gli è sembrata alla fine il modo migliore per assumersi la corresponsabilità della catastrofe dell’abuso sessuale, perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Avendo incaricato uno studio legale (Westpfahl Spilker Wastl, che aveva già lavorato per la diocesi di Colonia) di fargli un rapporto sulla situazione degli abusi nella diocesi di Monaco e Frisinga, una volta ricevuti i risultati, si è trovato a fare questo bilancio. Non solo fallimenti a livello personale e amministrativo, ma anche un più generale fallimento istituzionale e sistematico. Al presente, poi, ci sono ancora alcuni nella Chiesa che non si sentono corresponsabili e non accettano il concorso di colpa dell’istituzione. Macchia, quest’ultima, da cui ci si può emendare solo per via sinodale, ricorrendo al discernimento delle anime. 

Il porporato è addolorato per quanto è scemata la stima ecclesiale e sociale nei confronti dei vescovi. Questo calo sarebbe dipeso dall’incomprensione della necessità di dichiararsi tutti colpevoli. Solo dal 2002 la Chiesa è sulla graticola e solo dal 2010 il ritmo dell’incolpazione è sostenuto, ma taluni tardano ancora a recuperare il tempo perduto a non accusarsi. Le dimissioni personali sono un buon modo per auto-denunciarsi e, soprattutto, per dimostrare che non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo. Marx, però, sarà lieto di continuare ad essere prete e vescovo, disponibile a contribuire al rinnovamento spirituale della Chiesa.

Nella Chiesa si fanno solo abusi?

Il ragionamento di Marx, in sé e per sé considerato, è sconvolgente. Non basterebbe più, a suo dire, la fomentazione dell’auto-scandalo che, partendo dai casi individuali, pregiudica comunque l’immagine della Chiesa nel suo insieme. Bisognerebbe affermare direttamente la colpevolezza della Chiesa in quanto tale, per il fatto stesso di esistere. Significherebbe questo, infatti, al di là delle intenzioni dichiarate, l’affermazione della colpa indistinta di ciascuno dei suoi ministri. 

Si tratterebbe, per di più, di ridurre l’identità e l’intera opera della Chiesa alla questione degli abusi sessuali, come se essa non si fosse mai dedicata ad altro. Anzi: come se fosse elettivamente finalizzata alla loro commissione.

I cattolici tedeschi vogliono fare da sé

Che la caccia alle streghe interna alla Chiesa non fosse più solo (come capita, distorcendola, ad ogni opera di riforma) una valvola di sfogo di invidie e rivalse personali, era chiaro da tempo. La smania auto-scandalistica tradiva apertamente la paradossale condivisione delle ragioni degli avversari. Ma qui c’è dell’altro, se possibile. E l’altro è la situazione ormai fuori controllo della Chiesa cattolica che si vive in Germania.

Lì, vasti strati del clero, ma ormai anche alcuni esponenti dell’episcopato, prendono posizioni ed intraprendono azioni pastorali assolutamente incompatibili con la comunione ecclesiale. Vuoi sul celibato sacerdotale, vuoi sulla riserva maschile del sacramento dell’Ordine, vuoi addirittura sulla benedizione delle unioni omosessuali, la gerarchia cattolica tedesca sbanda pericolosamente. Eresie e scismi, non più riconosciuti come tali perché espunti con queste denominazioni dal vocabolario e dall’orizzonte di senso intra ed extra-ecclesiale, potrebbero essere già delle realtà. 

Di questo disorientamento – che rischia di travolgere la prospettiva di rinnovamento sinodale della Chiesa, portata avanti da Francesco a tutti i livelli, a tutte le latitudini, e la stessa fede dei cattolici tedeschi – il cardinale Marx evidentemente si sente responsabile. È stato, infatti, presidente della Conferenza episcopale tedesca per 8 anni, dal 2012 all’anno scorso. Non essendo, però, convinto dell’erroneità delle posizioni coltivate da tanti fra i suoi connazionali e del metodo osservato per affermarle, egli propone di buttare tutto all’aria. E dichiara esplicitamente un fallimento collettivo, che è invece di molti individui e dipende precisamente dalla rottura della comunione ecclesiale. Non si può dire: o si fa quello che diciamo noi, o noi lo facciamo comunque. Questa è una logica politica, sia pure non raccomandabile neanche in quest’accezione, ma non può mai diventare una logica ecclesiale: semplicemente perché, ove assunta e praticata, disgregherebbe la Chiesa e tenderebbe a dissolverla.

La domanda di Pilato

Aver puntato decisamente sulle Conferenze episcopali nazionali, per rinnovare la compagine ecclesiale dopo il Concilio Vaticano II, ha fatalmente concesso qualcosa alla politicizzazione della vita della Chiesa. D’altra parte, però, tanto più oggi in un tempo di interconnessione globale, pensare di coltivare esclusivamente rapporti tra le singole diocesi e Roma sarebbe illusorio.

Ormai, però, siamo all’osso, non c’è più molto da erodere. La questione, posta ultimamente in modo strepitoso dall’inquietudine cattolica tedesca, è se esista o meno un principio veritativo. E quale sia il metodo da seguire per restarvi aggrappati. Sollevare polveroni e provare a spostare l’attenzione, giocando i jolly delle colpe sessuali e del clericalismo, non ci schioderà dall’interrogativo di Pilato: cos’è la verità? La Chiesa, a differenza del procuratore romano, non può permettersi una risposta scettica.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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