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Lega: la sfida sotterranea tra Salvini, Maroni e Zaia

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A sinistra, Matteo Salvini, segretario della Lega Nord; a destra, dall'alto, Roberto Maroni, governatore della Lombardia e Luca Zaia del Veneto

Lega, ma cosa sta succedendo? L’ipotesi di non richiamarsi più al Nord e il referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, ne stanno mettendo a nudo contraddizioni importanti. Peraltro, l’esuberanza di Matteo Salvini e la rincorsa in tandem con Giorgia Meloni al primo posto nel centrodestra, non possono non avere uno scotto da pagare. Partiamo comunque dalle due notizie.

Dalla Lega Nord al sovranismo nazionale

Non è ancora un annuncio, ma la voce è sempre più insistente. La formazione che fu di Umberto Bossi starebbe per cambiare nome. Da Lega Nord, a Lega e bastaSarebbe un cambiamento radicale, dato che il nome ufficiale reca ancora la sigla: “Per l’indipendenza della Padania”. Un’autentica conversione, ma certo non una sorpresa. Di fatto, l’archiviazione dell’ultra ventennale segreteria del fondatore pose formalmente fine alle velleità indipendentiste originarie. Le due legislature al governo avevano già stemperato, in nome del realismo, la propaganda secessionista. Gli scandali giudiziari, con protagoniste figure pittoresche (come Belsito e Renzo Bossi), convertirono quindi la prosa in farsa. 

Il regno di Salvini

C’è stata poi la svolta della segreteria di Salvini (2013). Le cose sono cambiate ancora, per 3 ragioni. Primo, l’avvento di Renzi, e la fulmineità dell’ascesa e del declino della sua parabola. Secondo, l’eclissi di Berlusconi; si badi, non il tramonto. Infatti, il Cavaliere dà ancora le carte e non vuole passare la mano. Terzo, i meriti del nuovo segretario. E qui bisogna dare atto a questo signore di essere parecchio versato nella comunicazione. Salvini martella sui temi caldi, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non ha remore nello spendersi a tappeto. E nel ripetere sempre le stesse cose ha un punto di forza. Potremmo sintetizzare così. L’opzione nazionale, oltre che dall’evoluzione storica della Lega e dalle sfide europee, è stata in qualche modo imposta dalle circostanze. Salvini però la sta facendo sua alla grande, cioè sembra in grado di farla fruttare. Da un pragmatico simile, non è lecito attendersi sentimentalismi per il nome.

I referendum lombardo e veneto: sfida federalista…

Veniamo ai referendum del 22 ottobre prossimo, in Lombardia e Veneto. Saranno consultivi. E cioè il giorno dopo legalmente non cambierà nulla, quanto all’autonomia di cui godono le due Regioni. Politicamente, è un altro discorso. Roberto Maroni e Luca Zaia, spalleggiati per una volta dal Movimento 5 Stelle, puntano ad imporre al Governo la trattativa prevista dall’articolo 116 della Costituzione. In pratica, vorrebbero far assimilare gli enti che amministrano alle regioni a statuto speciale. Questo comporterebbe tra l’altro una più favorevole redistribuzione delle entrate fiscali sul territorio locale. Con una penalizzazione di quelle destinate (via Roma) alle altre regioni. 

…o lotta interna alla Lega?

Prima considerazione. Siccome il referendum non è richiesto dalla Costituzione, l’iniziativa si espone alla critica di essere un prevalente esercizio propagandistico. Peraltro, nel merito, nessuna forza politica o quasi si oppone. È vero però che l’articolo 116 esige che l’accordo tra Stato e Regioni sia ratificato dalle Camere, con legge approvata a maggioranza assoluta. Ecco perché conviene presentarsi al tavolo della trattativa forti di un plebiscito popolare. Molto dipenderà dunque dall’affluenza alle urne, mentre la vittoria del “Sì” appare scontata.
Seconda considerazione. Questo rilancio sull’autonomia è solo una ripresa di temi federalisti, cari al movimento e ormai fatti propri da tutti i partiti? Oppure, manifesta un’insofferenza interna nei confronti della svolta nazionale del segretario? Dopo tutto, Maroni ha preceduto Salvini in via Bellerio: Zaia vorrà succedergli?

Le carte in mano a Salvini

La partita giocata da Salvini presenta qualche margine di azzardo. Se restasse l’attuale legge elettorale, sarebbe difficile impedire a Berlusconi di tenersi le mani libere. E ovviamente, salvo ripensamenti di Grillo, il fronte protestatario diviso non andrà a Palazzo Chigi. Certo, restano i temi cari alla propaganda leghista: pensioni, tasse e soprattutto immigrazione. Rottamare le polemiche con il Mezzogiorno e affratellarsi con il Sud che subisce gli sbarchi di clandestini: qualcuno andrà a vedere se di bluff si tratti?

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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