Gaza: i tempi sono cambiati. Nel 1967 Israele aveva vinto in sei giorni la guerra contro Egitto, Siria, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Libano. Oggi, a dieci giorni dalla strage del 7 ottobre, l’esercito israeliano è ancora col fucile al piede e finora su Gaza ha lanciato solo attacchi missilistici. Attacchi che stanno creando quantomeno sconcerto nella comunità internazionale in un rimpallo di responsabilità. Come quello che ha colpito l’ospedale di Gaza, causando centinaia di morti. Con Hamas che accusa Israele. Mentre Israele ribatte: “La Jihad islamica è dietro la strage”.
Su un attacco di terra non si tratta di paura o di impreparazione e forse neppure del fatto che il presidente americano Joe Biden, oggi in visita lampo a Tel Aviv, ha dichiarato che l’occupazione di Gaza sarebbe un errore. Non crediamo neppure che Israele sia timorosa per le minacce dell’Iran: “Se gli attacchi israeliani continuano il conflitto può espandersi”.
L’analisi di Friedman
Forse i governanti di Gerusalemme hanno letto l’analisi del più volte premio Pulitzer ed editorialista principe del New York Times Tom Friedman, che ha recentemente scritto: “Hamas e l’Iran vogliono che Israele entri a Gaza”. L’invasione di terra programmata da Israele, secondo Friedman, costerebbe un altissimo numero di vite umane anche tra i civili oltre che, certamente, tra i militari di entrambi gli schieramenti. Ma, aggiunge, anche se Israele riuscisse a sconfiggere Hamas, cosa succederebbe dopo? “C’è solo una cosa peggiore di Hamas che controlla Gaza ed è che nessuno controlli Gaza o che Israele controlli Gaza”. E aggiunge: “Dico agli israeliani, prima di entrarci, mostratemi il piano. Altrimenti state attenti: non entrate a Gaza prima di avere un’idea chiara e precisa di come ne uscirete”.
Dieci volte di più
Non esistono risposte semplici a problemi complessi. E il conflitto in Medio Oriente è dieci volte più complicato della guerra in Ucraina. Per esempio: Gaza fa parte del territorio palestinese. Il presidente del quale è Abu Mazen, che risiede nella sua capitale, Ramallah, in Cisgiordania. Vi immaginate il presidente Mattarella, se Macron dichiarasse la sua intenzione di invadere la Lombardia? Starebbe zitto? Eppure da dieci giorni Abu Mazen non apre bocca. E nei territori palestinesi della Cisgiordania non c’è attività militare o terroristica di alcun tipo. Se Hamas non rappresenta tutta la striscia di Gaza, neppure Abu Mazen rappresenta tutto lo Stato palestinese.
Da Washington a Tehran
L’esitazione di Israele può derivare anche dall’iperattività del segretario di Stato americano Antony Blinken, che in una settimana è già stato due volte a Tel Aviv e – pur manifestando tutta la vicinanza e l’appoggio degli States ad Israele – ha più volte raccomandato la calma e la moderazione.
È arrivata anche un’improvvisa apertura da parte iraniana: “Se cessa il bombardamento su Gaza possono essere restituiti gli ostaggi”. Apertura magniloquente, ma Netanyahu potrebbe accontentarsi di questo? Certamente no, diremmo noi: sarebbe mai possibile digerire senza nessuna reazione l’attacco del 7 ottobre? Eppure questa dichiarazione è l’ennesima palla al piede del premier israeliano, già in caduta libera nel gradimento nel suo Paese. Rinunciare alla liberazione di quasi 200 ostaggi, per la maggior parte israeliani, potrebbe costargli molto caro; anche perché, più passano i giorni, più si capisce che in un’offensiva di terra i primi a perdere la vita sarebbero proprio gli ostaggi.
Cunicoli ed Europa
Entrare a Gaza, in un territorio estremamente urbanizzato e popolato, pieno di cunicoli che raggiungono anche gli 80 metri sotto il suolo, per fare cosa? Quanto durerebbe una guerra del genere e, soprattutto, come finirebbe? Che costi avrebbe sul piano delle perdite tra i civili, tra gli stessi soldati israeliani, sul piano dell’onorabilità internazionale di Israele che già non gode di buona stampa in Occidente?
In tutto questo ci torna in mente la famosa battuta di Henry Kissinger: “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”. Forse il diplomatico non l’ha mai pronunciata. Ma, oggi, è di stringente attualità. Chi dovrebbe chiamare Netanyahu se volesse parlare con l’Europa, sempre più nano politico e ormai neppure più gigante economico?
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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