Attualità

Leone XIV e la visita al presidente Mattarella: i Papi da padroni di casa a ospiti del Quirinale

leone-xiv-e-visita-a-mattarella-papi-da-padroni-di-casa-a-ospiti-del-quirinale

Leone XIV in visita ufficiale al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella al palazzo del Quirinale: una tradizione che si rinnova, con i Papi un tempo padroni di casa e da oltre un secolo e mezzo ospiti della residenza dei nostri capi dello Stato. Papa Prevost ha restituito ieri la cortesia fattagli in Vaticano lo scorso 6 giugno dal presidente della Repubblica.

Cerimoniale d’antan

La coreografia della cerimonia è stata all’insegna di quella solennità temperata che è la cifra di quanti portano responsabilità collettive ai tempi nostri. Non mancava comunque nulla dell’apparato a cui si fa ricorso in questi casi: accoglienza del capo di Stato estero (qual è il Pontefice) appena varcato il Colonnato del Bernini di piazza San Pietro da parte del ministro degli Esteri e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio italiani; tragitto in vettura coperta scortata dai Corazzieri (prima in moto e poi a cavallo) lungo il centro di Roma; ricevimento da parte del presidente della Repubblica nel cortile d’onore del Quirinale, quindi onori militari e inni nazionali; dentro la monumentale residenza, infine, reciproca presentazione delle delegazioni, bilaterale riservato e rispettivi discorsi. Prima del congedo, il capo dello Stato ha fatto brevemente visitare al Papa il palazzo costruito per volontà dei suoi predecessori.

Vediamo cos’hanno detto i due protagonisti nelle loro allocuzioni e poi faremo un po’ di storia di questi incontri, cominciati sullo scorcio della Monarchia sabauda e costantemente reiterati in epoca repubblicana.

Mattarella: riferimenti scontati e una nota non banale

Il capo dello Stato ha pronunciato parole assolutamente scontate. Basti dire che, menzionando le due situazioni di crisi internazionale che gli stanno a cuore (delle altre si è limitato ad accennare all’esistenza), ha rispettato la cronologia degli ultimi quattro anni, come se il retroterra storico dell’invasione russa dell’Ucraina fosse antecedente a quello della faida israelo-palestinese. Evidentemente, intendeva sottendere che la prima questione sarebbe più grave della seconda e, infatti, l’ha tacciata come pericolosa per tutto il continente europeo.

Il discorso del presidente della Repubblica era articolato in tre parti. Nella prima, introduttiva e più formale, ha rievocato la scomparsa di Francesco e l’elezione di Leone XIV, esaltando i legami sentimentali tra l’Italia e il Papato che si accendono specialmente nei momenti di lutto e di festa della Roma cattolica. Nella parte centrale del suo intervento, Mattarella ha sciolto consueti peana per l’ordine internazionale fondato sul diritto e il dialogo; per i principi di solidarietà, giustizia, libertà, uguaglianza e partecipazione, valori fondanti dell’Europa tra i cui padri il presidente ha ammesso esservi stati molti di formazione cristiana; per il valore della responsabilità che, ove coltivato, consentirebbe di attendere meglio anche al fenomeno dell’immigrazione. Nell’ultima parte, il capo dello Stato si è richiamato alla fecondità sociale e nazionale dei rapporti tra Stato e Chiesa, con l’imprescindibile riferimento del regime pattizio stabilito nel 1929 e riveduto nel 1984.

La parte meno scontata delle parole presidenziali è stata quella in cui Mattarella – richiamandosi peraltro espressamente al magistero del Pontefice – ha ammonito che la pace comincia da ciascuno, vale a dire che occorre prendersi cura della propria interiorità e dei propri atteggiamenti, disarmando prima di tutto animi e parole, se si vuole beneficiare della pace tra i popoli e le Nazioni.

Papa Leone e il netto rifiuto della “cancel culture”

In risposta all’indirizzo di omaggio di Mattarella, Leone XIV ha esordito ringraziando l’Italia per i servizi che rende alla Santa Sede, tanto più preziosi e tangibili in un anno giubilare come quello in corso. Non aveva mancato, prima ancora, di riconoscere con compiacimento il carattere cristiano e cattolico del Paese profondo.

Ribadita la dottrina del principio concordatario recepita dall’articolo 7 della Costituzione repubblicana del 1948 (collaborazione tra Stato e Chiesa nella reciproca distinzione degli ambiti), il Papa si è volto anch’egli alle criticità mondiali. Anzitutto, la precarietà della pace (con lodi all’azione umanitaria del Governo italiano a beneficio specialmente dei bambini di Gaza) e poi la questione ecologica (richiamo a san Francesco e alla sorellanza di umanità e natura) e i problemi della denatalità e del lavoro. Un breve accenno alla necessità di preservare e promuovere la cultura della vita (dal concepimento alla morte) ha preceduto un passaggio leggermente più diffuso e articolato sull’immigrazione. Papa Prevost ha incoraggiato l’Italia a mantenersi disponibile all’apertura e alla solidarietà, ma ha speso parole favorevoli anche per l’integrazione delle persone straniere nel nostro tessuto sociale ed economico.

Questa considerazione ci permette di sottolineare il contenuto secondo noi più significativo delle parole pronunciate dal Pontefice nel Salone delle feste del Quirinale. È stato proprio alla fine della sua allocuzione che Leone XIV ha deprecato quelle opinioni inclini a non apprezzare i modelli e i valori che le generazioni del passato ci hanno additato e trasmesso, non di rado a prezzo di grandi sacrifici. Non potremmo guardare al futuro con serenità e, insieme, senso di prospettiva, se non mantenessimo salde le nostre radici. Da parte del primo Papa proveniente dagli Stati Uniti, reduci da decenni di cancel culture, si tratta di un’osservazione tutt’altro che di maniera.

Da Pio XII a Francesco, 11 visite prima dell’ultima

Come promesso, non manchiamo di fare una rapida carrellata storica delle visite del passato dei Papi alla residenza dei capi dello Stato Italiano, fatta erigere da Gregorio XIII alla fine del XVI secolo e residenza ufficiale dei Pontefici dall’inizio del secolo successivo sino al 1870. È sufficiente ricordare che Pio IX, Papa che dovette subire la presa di Roma, era stato eletto proprio lì nel 1846. Fu Pio XII a varcare per primo da ospite il portone della reggia sul colle più alto dell’Urbe, il 28 dicembre 1939, recandosi in visita dai Sovrani d’Italia Vittorio Emanuele III ed Elena. Restituiva la visita fatta dalla coppia reale al suo predecessore dieci anni prima, a Conciliazione appena avvenuta. I filmati dell’Istituto Luce restituiscono le immagini di un Paese ormai prossimo alla guerra appena deflagrata e quell’incontro non servì ad evitare l’adesione del Duce e del fascismo alla disastrosa impresa tedesca.

Sarà Giovanni XXIII a inaugurare le visite repubblicane, col presidente Antonio Segni che in quell’11 maggio 1963 conferì al Pontefice (a cui mancava pochissimo alla morte, intervenuta il successivo 3 giugno) il Premio Balzan per la pace.

Paolo VI, Papa le cui vicende familiari, personali ed ecclesiali sono state strettamente avvinte a quelle nazionali, si recò per due volte al Colle, in visita ai presidenti Segni (11 gennaio 1964) e Giuseppe Saragat (21 marzo 1966). Furono quelle le ultime visite ancora caratterizzate dalla massima solennità e dalla più rigorosa formalità, con i capi dello Stato in tight e le consorti o figlie in nero, perle e velo.

Con Giovanni Paolo II – per tre volte ospite dei presidenti Sandro Pertini (2 giugno 1984), Francesco Cossiga (18 gennaio 1986) e Oscar Luigi Scalfaro (20 ottobre 1998) – a monopolizzare l’attenzione degli incontri finì per essere il magnetismo del Pontefice, che con il presidente Pertini aveva intessuto anche un intenso rapporto personale.

I ricevimenti di Carlo Azeglio Ciampi (24 giugno 2005) e Giorgio Napolitano (4 ottobre 2008) a Benedetto XVI si sono rivelate occasioni propizie per ascoltare le profonde riflessioni del Papa teologo di vaglia.

All’insegna della massima semplicità, ovviamente, le due visite di Papa Francesco a Sergio Mattarella il 14 novembre 2013 e il 10 giugno 2017, quelle del primo Pontefice sudamericano della storia, ma anche di un vicario di Cristo italiano oriundo proprio come Robert Francis Prevost.

Il “Primate d’Italia” e i ghost writer

Concludiamo con una nota di colore. Se l’ostentazione del titolo di “Primate d’Italia” fatta da Leone XIV nel suo discorso non è sfuggita ai cultori dei fasti papali del passato, qualche perplessità ha destato l’omissione di qualunque riferimento esplicito a Dio nella medesima allocuzione, compresa una finale benedizione anche informale alla Nazione. In compenso, vi ha trovato spazio una parola obbligatoria al giorno d’oggi quale il verbo «implementare».

Invitiamo a non farci troppo caso. In fin dei conti, non è una scoperta che anche i Papi si affidino a dei collaboratori per la redazione espressa dei testi, che saranno poi loro a dovere pronunciare. Collaboratori, non ghost writer.

+ posts

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.