Leone XIV: quando la sera dell’8 maggio scorso il cardinale protodiacono Dominique Mamberti ha proclamato il nome pontificale del 267° Papa a partire da Pietro, preceduto dalla sua identità di Robert Francis Prevost, l’opinione generale è rimasta spiazzata. Al quarto scrutinio, cioè non ancora terminato il secondo giorno del Conclave, i cardinali elettori sono riusciti a convergere almeno nella misura dei 2/3 di loro (89 porporati) sulla designazione di questo chierico agostiniano, statunitense per nascita e peruviano per missione, vescovo da un decennio e cardinale (di curia) da un biennio. Le sue possibilità di elezione, date effettivamente in ascesa nelle ore immediatamente precedenti l’inizio delle operazioni elettorali sistine, non ne facevano ugualmente il grande atteso.
Sono passati pochi giorni dall’elezione di Prevost, infatti l’inaugurazione del suo ministero di pastore della Chiesa universale sarà soltanto domenica prossima. Eppure, sono già state dette e scritte al suo riguardo un sacco di amenità: le definiremo così per rispetto del Pontefice e dei lettori, senza tacciarle direttamente come sciocchezze. Ci riferiamo ad articoli in cui si è trattato a proposito, o meglio a sproposito degli orpelli e dei pochi interventi pubblici e ufficiali di Leone XIV, nonché dei tentativi di arruolarlo in politica internazionale e interna. Per non parlare degli spiritosi che gli concedono la patente di cattolico, ovvero vorrebbero affibbiargli qualche censura ecclesiastica! Cerchiamo di restare seri e svolgere qualche considerazione meditata.
C’era una volta il Papa italiano
Anzitutto, conviene dire preliminarmente una parola sul rapporto reciso tra italianità e Papato. La nostra opinione è sempre stata nettamente scettica circa le possibilità di un porporato del nostro Paese. Parliamo del segretario di Stato uscente, Pietro Parolin e del patriarca di Gerusalemme dei Latini, il francescano Pierbattista Pizzaballa. L’altro nome italiano che si era voluto fare a tutti i costi, quello dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei Matteo Zuppi, era secondo noi una semplice boutade giornalistica, nel senso che il metropolita felsineo aveva a suo carico la zavorra della nazionalità, mentre l’atout internazionale di Sant’Egidio non ridondava su di lui.
L’italianità del Papato è del tutto aliena dalla sensibilità odierna, al punto che persino un profilo eccezionale di candidato (che comunque non ci pare ricorresse in questo caso) avrebbe avuto probabilmente a patirne il pregiudizio. Qualcuno ha detto nei giorni scorsi che il Papa è stato italiano per secoli quando si preferiva eleggere uomini espressioni di una cultura ma non di un’identità nazionale e statuale definita, a fronte degli interessi confliggenti delle grandi potenze di un tempo di piazzare un loro candidato.
Non dovrebbe forse valere anche oggi lo stesso, se si trattasse veramente di questo? In realtà, per quanto la sottolineatura del legame tra episcopato romano e pontificato renderebbe la nazionalità italiana del Papa una cosa pressoché scontata, proprio l’assoluta normalità della circostanza viene trasformata in ovvietà e assorbita da quest’ultima. L’Italia paga anche l’internazionalizzazione della Curia, di cui è stata a lungo il vivaio quasi esclusivo. Nondimeno, secondo noi, la principale ragione ostativa all’elezione di un Papa italiano è che l’ipotesi viene pensata come insostenibilmente provinciale, perciò limitante e non in linea con gli equilibri della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Papa Prevost, gli Usa di Trump e…
Dal punto di vista sovranazionale, si possono osservare due cose. La prima è che riesce difficile pensare all’inesistenza di qualche forma di legame tra l’elezione del primo Pontefice nordamericano della storia e il dinamismo (pure, affatto coerente) della seconda amministrazione statunitense di Donald Trump. Dinamismo, quest’ultimo, che se possibile ha messo gli Usa ancora di più al centro delle relazioni internazionali. Questa è l’impressione che ne abbiamo ricavato, al di là delle intenzioni dei cardinali elettori, che non possono essere conosciute precisamente nella loro individualità e nella loro combinazione, né tanto meno essere ricostruite ex post. Nel merito degli indirizzi politici, com’è ovvio ci sarà convergenza tra Santa Sede e Casa Bianca su alcuni temi e divergenza intorno ad altri.
La seconda cosa è, in ottica europea, la riprova della perduta centralità del Vecchio continente. Stante, anzi, la pacifica ammissione del fatto che l’Europa sia ormai terra di (nuova) evangelizzazione, la scelta caduta su Papa Prevost manifesta pure l’attenzione della Chiesa cattolica per l’urgenza missionaria rivelata dall’antica “res publica Christiana”.
Il testimone da Pietro a Leone
Concludiamo con alcune prime impressioni sulla personalità di Leone XIV. Al riguardo, ci sia consentito esprimere uno stupore che trascolora nello sconcerto per la banalità delle osservazioni fatte in prevalenza. Una certa originalità informale del suo immediato predecessore consentiva di indugiare su particolari di colore (la mozzetta, la stola, il tipo di metallo prezioso dell’anello e della croce pettorale, addirittura le calzature) con modalità descrittive.
Papa Prevost, presentandosi al mondo, non è stato minimamente eversivo dell’immagine tradizionale del Pontefice neoeletto, sicché non v’era proprio nulla da dire. D’altra parte, se dovessimo noi pure abbandonarci alla curiosità morbosa, dovremmo forse rilevare che l’oro della prima presentazione era quello del corredo cardinalizio corale appena dismesso, mentre dal giorno dopo il Papa ha ripreso l’argento con cui si era ordinariamente acconciato agli indirizzi di Francesco. E con questo? Leone XIV ci sembra riveli una personalità riflessiva e mite (dote, quest’ultima, fondamentale per un prete e per un vescovo), composta e insieme disinvolta, solida e rassicurante, non priva di tratti di dolcezza (come la commozione) e affabilità. Ci sarà tempo per indagarne il magistero e lo stesso stile pontificale.
A noi piace stare all’essenziale. Per farlo, andiamo a prestito dall’editoriale di Andrea Monda, il direttore dell’Osservatore Romano, che come sempre ha rinnovato la tradizione dell’edizione straordinaria per l’Habemus Papam. «La corsa di Pietro» era il titolo del suo fondo. La mattina di Pasqua, è il mistico Giovanni, il discepolo specialmente amato da Gesù, ad arrivare per primo di corsa al sepolcro vuoto. Ma, come notava Monda, è al dubbioso e più lento Pietro, che arriva per secondo, che il Signore ha affidato il ministero della guida. La corsa di Simone, divenuto Pietro, continua oggi in quella di Robert Francis Prevost, diventato Leone: la staffetta, cioè il testimone, continua a passare di mano in mano tra uomini fragili, tutti anelli di una catena indistruttibile.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







