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Letizia Moratti e la corsa alla presidenza della Lombardia: tra strategie politiche e vezzo personale

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Letizia Moratti: c’è solo strategia politica, nella sua candidatura alla presidenza della Regione Lombardia, ovvero anche del vezzo personale? Precisiamo subito una cosa: è chiaro che l’ambizione personale, perfettamente legittima, del resto, c’entra eccome. Le modalità e le circostanze in cui è maturata e si sta articolando questa mossa lo dimostrano ampiamente.

Non possiamo, però, ignorare come la presentazione di Moratti col sostegno del cosiddetto Terzo Polo di Calenda e Renzi rappresenti, se non altro per la rilevanza della posta in gioco, un tentativo significativo di smuovere le acque politiche nazionali. Prima di parlare dell’ultima mossa della ex manager ed ex ministro, ci tocca comunque fare non uno, ma due passi indietro sulla sua posizione personale.

Poco meno di un anno fa, cioè poche settimane prima della farsa conclusa dalla rielezione presidenziale di Sergio Mattarella, avevamo fatto il nome di Moratti come quello di una possibile candidata al Quirinale. C’erano due ostacoli importanti e ne avevamo dato conto: l’ambizione malcelata di Mario Draghi (immancabilmente frustrata) e, soprattutto, l’ambiguità di Silvio Berlusconi. La surreale resistenza di quest’ultimo nel mantenere il proprio nome sul tavolo servì, naturalmente, a impedire al centrodestra di far sortire dal proprio seno una diversa indicazione, su cui cercare poi i consensi mancanti tra i grandi elettori di altre forze politiche.

Ora, con i “se” e con i “ma” non si fanno che dei periodi ipotetici dell’irrealtà. Nondimeno, oggi, vedendo Letizia Moratti candidata di Italia Viva e Azione per palazzo Lombardia, è difficile non tornare col pensiero al gennaio scorso. Davvero Renzi avrebbe rifiutato di convergere sul nome dell’ex sindaco di Milano per il Colle? Si tratta di una donna, mai iscritta a nessuna formazione politica, manager, ministro, filantropa. Se non altro, oggi, per il Fiorentino, sarebbe stato un po’ più difficile proporla per la guida della prima regione d’Italia. Niente da fare: le cose sono andate diversamente, anzitutto per responsabilità del Cavaliere. E, possiamo ben dirlo, con un’eccessiva tiepidezza di Giorgia Meloni, allora, nell’eccepire riguardo a quell’ostinazione.

Fontana e la staffetta

Il secondo passo indietro ci porta a quasi due anni fa, quando Moratti assunse il titolo di vicepresidente e il ruolo di assessore al Welfare della giunta lombarda del presidente leghista, Attilio Fontana. La delega dello stato sociale era stata tenuta sino ad allora, sotto la pressione dell’esplosione virulenta della pandemia da Covid-19, dall’esponente di Forza Italia Giulio Gallera. Il quale finì per pagare, anche per il presidente Fontana, non solo le difficoltà a gestire l’emergenza, ma anche un innegabile difetto di comunicativa della giunta capitanata dall’ex sindaco di Varese.

Gli arrivi successivi di Guido Bertolaso come consulente per la vaccinazione e di Moratti come vicepresidente sono stati ossigeno per Fontana, apparso provato anche dal pasticcio sulla fornitura di camici, che gli è costato un procedimento giudiziario, conclusosi con il proscioglimento. Letizia Moratti, però, sostiene che, quando le è stato domandato di puntellare la giunta Fontana, le sarebbe stata promessa (ma da chi?) la candidatura in luogo dell’esponente leghista al termine della consiliatura regionale nel 2023. Circostanza che, per parte sua, Fontana ha sempre smentito; della serie: una parola contro l’altra. 

Prima o niente

L’ipotesi della staffetta fu avanzata da Berlusconi con l’appoggio di Matteo Salvini, ovvero la dinamica fu inversa? E Fratelli d’Italia, in tutto questo, che ruolo ha avuto e quale sta giocando ora? Sembra che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia provato a levare le castagne dal fuoco degli alleati, offrendo a Moratti, al tempo della formazione del governo, il dicastero della Salute. La signora, però, non ha voluto sentire ragioni: o prima in Lombardia, o da nessun’altra parte seconda. E così, all’inizio di questo mese, Moratti ha lasciato giunta e centrodestra, per candidarsi con una propria lista civica, alleata del tandem Calenda-Renzi. Fontana, invece, ha da poco ricevuto dal centrodestra la sospirata conferma della candidatura per succedere a se stesso.

Il Pd sotto scacco 

L’abbandono della giunta lombarda da parte di Moratti ormai era solo una formalità. Ad ogni modo, venuto il momento, il Pd non ha mancato di farsi trovare impreparato. Infatti, in assenza anche solo di un profilo già definito di candidato, la tentazione di appoggiare una storica avversaria per provare a strappare ai rivali la roccaforte lombarda c’è ed è innegabile.

Non mancano nemmeno le contrarietà, però e sono tutte di ordine rilevante. Sostenere una campionessa del centrodestra di governo? Un’esponente della borghesia industriale più ricca del Paese? Soprattutto: accettare di essere messi davanti al fatto compiuto dal seduttore Calenda e dall’usurpatore Renzi? Eppure, per un partito in crisi d’identità permanente (per non dire originaria), tutto si può escludere, tranne l’estremo. Basti pensare che, nel passato recente, i dem hanno ammesso anche i non iscritti all’indicazione del loro segretario nazionale.

Il colmo sarebbe se il Pd facesse alleanze a macchia di leopardo: ad esempio, tenendosi stretto l’assistenzialismo a 5 Stelle nel Lazio e sposando il disegno liberaldemocratico renziano in Lombardia. Calenda ha già detto: alleati ovunque o in nessuna regione; ma, se è per questo, aveva anche detto a Enrico Letta che avrebbe fatto l’alleanza col suo partito nel maggioritario alle Politiche. Si vedrà. In ogni caso, che il Pd accetti di sottomettersi all’iniziativa di chi punta a dissolverlo, forse sarebbe troppo anche per un partito in cerca d’autore.

Tra orgoglio e tentazione

Chiudiamo il cerchio con Letizia Moratti. Che lei possa considerarsi capace di mettere a frutto le sue capacità e la sua esperienza a beneficio della propria regione, ci sta. Questo, però, non può significare, dal punto di vista politico, la completa irrilevanza delle alleanze e degli schieramenti con cui arrivarci. La ripicca personale non è una buona ragione politica, pure se, malauguratamente per il Paese, essa dovesse essere una consuetudine. Anche perché, a differenza del contesto statunitense (la cui suggestione, in fatto di personalizzazione della politica, è evidente), quello italiano è privo dell’antidoto contro il personalismo, costituito dalla proiezione verso l’estero. L’Italia, nostro malgrado, è un Paese tradizionalmente ripiegato sulle proprie divisioni interne.

Nel caso di Moratti, comunque, stiamo parlando di elezioni regionali, sia pure con un’eco nazionale enorme. Infine, non trascuriamo il peso che possono esercitare le disponibilità economiche dell’ex sindaco di Milano. La ricchezza, oltreché un oggetto, può essere anche una fonte di tentazione. Così, sebbene sia o possa sembrare poco edificante, Letizia Moratti, volendo, può permettersi una campagna elettorale da alcuni milioni di euro, solo per provare a fare perdere qualcun altro. Ai lombardi, l’anno prossimo, l’ardua sentenza.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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