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Libia: dalle mire islamiste alla debolezza dell’Italia, tutto quello che c’è da sapere

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Libia: la guerra in parte civile e in parte internazionale per procura, resta al centro della politica estera occidentale. E dell’Italia in particolare. La mediazione russo-turca, affidata ai due ministri degli esteri Lavrov e Çavuşoğlu, si è arenata nella notte tra lunedì e martedì. Il generale Haftar, l’uomo forte di Bengasi, non ha accettato il compromesso che il presidente del governo di Tripoli al-Sarrāj ha invece sottoscritto.

Haftar si è preso un paio di giorni per pensarci. Provando, nel frattempo, a far approvare la mediazione di Putin ed Erdogan alle milizie che sostengono il suo esercito nazionale libico. Al maresciallo Haftar le condizioni del cessate-il-fuoco sembrano troppo onerose. La rinuncia a conquistare Tripoli, il controllo militare ma non economico delle entrate petrolifere e impegni generici sui futuri assetti politici non persuadono quelli della Cirenaica.

A meno di qualche novità, dunque, anche la conferenza di Berlino che dovrebbe tenersi domenica prossima rischia di essere interlocutoria. Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, nonostante tutto, apparentemente ci fa ancora affidamento. Ma, anche se il rendez-vous con padrona di casa la cancelliera tedesca Merkel dovesse effettivamente tenersi, potrebbe ratificare la nostra messa in secondo piano nel teatro libico. Con risvolti politico-strategici di rilievo. Passiamoli in rassegna.

Le mire islamiste di Erdogan

La pax che Mosca e Ankara cercano d’imporre segna la presa di congedo dell’Europa dal controllo del Mediterraneo. Gli eredi di zar e sultani, dopo aver assunto il controllo della partita siriana, replicano nel bacino di casa nostra il gioco dei nemici-amici. Schierati su fronti opposti (Erdogan con  Sarrāj, Putin con Haftar), i due leader colmano volentieri il vuoto lasciato dal crescente isolazionismo americano. Il gioco del presidente turco è ancora più spregiudicato, perché il suo Paese è anche un partner della Nato, competitrice serrata della Russia. Ma tant’è: i rapporti di forza s’impongono sulle forme.

Erdogan è abituato a tenere in scacco gli interlocutori. L’Ue sta ancora versando la parte restante dei 6 miliardi di euro promessi ad Ankara perché non apra la frontiera dell’Egeo a centinaia di migliaia di profughi siriani. La  determinazione di Erdogan a rafforzare il controllo turco sulle risorse energetiche al largo di Cipro (già causa di scontri con l’Europa) ne spiega in larga misura l’ingerenza nella guerra civile libica. Oltre, naturalmente, all’opportunità di far fronte comune con gli alleati islamisti del Qatar: uno schieramento a tre punte con la Libia sarebbe il sogno della fratellanza musulmana.

Putin all’incasso rischiando poco

Ancora più redditizio si sta rivelando l’interventismo libico per Putin. Sin dall’inizio del conflitto schierato con quelli di Tobruk, sul terreno ha preferito farsi schermo dei mercenari del Wagner Group. Di fatto, è il capofila dello schieramento pro-Haftar che comprende Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto. Mentre però gli interessi di questi Paesi sono più circoscritti e insistono soprattutto sulle articolazioni etnico religiose islamiche, l’ambizione della Russia è superiore.

Vuole ottenere una seconda sponda mediterranea, dopo la Siria. E sostituire largamente gli Usa come potenza egemone nell’area. Il partenariato energetico con la Turchia (suggellato dall’inaugurazione del Turkstream all’inizio dell’anno) rivela come, in realtà, sia più quello che unisce che non quello che divide Mosca e Ankara. Su tutto quanto le affratella, spiccano un’immemorabile vocazione imperiale e una rinnovata propensione per regimi dalle maniere forti. Una solidarietà morale e politica che mette l’Europa di fronte a tutti i propri limiti.

Italia troppo incerta

E veniamo all’Italia. Nell’assenza di una posizione comune europea, la linea di condotta del nostro Paese spicca per indecisione. Non sapendo chi è destinato a prevalere, non ci sbilanciamo troppo per non scoprirci. Anche se qualche tabù lo rispettiamo: il governo Sarrāj, che fatica ad esserlo davvero per la Libia, siccome è riconosciuto dall’Onu lo riconosciamo pure noi. Nel frattempo, però, la Francia ha sempre incoraggiato Haftar. E gli Stati Uniti di Donald Trump ondeggiano fra le parti: solo che la loro indecisione crea problemi soprattutto agli altri, noi compresi. L’amministrazione Usa, comunque, sarà presente alla conferenza di Berlino al massimo livello, col segretario di Stato Pompeo e il consigliere per la Sicurezza nazionale O’Brien.

Per prima cosa, il nostro Paese ha deciso di non inviare armi in Libia, nemmeno alle milizie di Sarrāj. Non avremo aggravato il conflitto ma nemmeno abbiamo favorito la distensione, perché in tanti inviano comunque armi e anche uomini. Abbiamo poi bisticciato a lungo con la Francia, con la quale rivaleggiamo per lo sfruttamento del petrolio e del gas libici. Così, come due litiganti abbiamo fatto godere l’aspirante potenza regionale Turchia. Inoltre, i nostri rapporti con l’Egitto (importantissimo convitato di pietra pro-Haftar) continuano a essere segnati dalla diffidenza per la barbara uccisione di Giulio Regeni.

Si è palesata d’altra parte l’inesperienza del ministro degli Esteri Di Maio, interessato a competere in visibilità interna col presidente Conte. E ha fatto rumore l’impaccio diplomatico dimostrato da quest’ultimo la settimana scorsa, quando voleva ricevere sia Sarrāj sia Haftar, incassando il rifiuto del primo. Adesso vagheggiamo di partecipare a una forza d’interposizione, in caso di tregua sottoscritta anche da Haftar. Ma sarebbe il classico arrivo senz’armi dopo la battaglia: a decisioni, cioè, già prese dagli altri.

L’Italia e l’unità libica

Messi come siamo (strategicamente, istituzionalmente e politicamente), non possiamo purtroppo coltivare ambizioni di grandezza in politica estera. Della Libia non possiamo disinteressarci per gli interessi estrattivi che l’Eni vanta su quel terreno e perché dalla Libia provengono le principali rotte dell’immigrazione. Sul primo versante, il fatto che il nostro colosso dell’energia vanti buone relazioni sul terreno con tutti gli interlocutori autorizza un cauto ottimismo.

Nelle condizioni date, dobbiamo limitarci a non fare danni. Vale a dire, evitare prima di tutto di ripetere un errore macroscopico come quello del 2011, quando approvammo l’abbattimento di Gheddafi. Ma la premessa per poter fare al meglio i nostri interessi, oggi come è oggi, è che la Libia non venga divisa. Anche perché la mezzaluna petrolifera è proprio a metà strada tra Tripolitania e Cirenaica. E i fatti dicono che sul futuro assetto della nostra ex colonia non sembriamo avere sostanziali capacità d’influenza.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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