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Lo scontro Macron-Salvini: qualcuno ha perso il senso del dovere?

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Macron si offende con Salvini per l’ennesima punzecchiatura ricevuta, stavolta in dialetto milanese sgarbato (“Taches al tram”), all’indirizzo delle proposte francesi di futuribili garanzie militari di sicurezza per l’Ucraina, Russia permettendo. Il caso diplomatico deflagra, giacché i soggetti della querelle sono il presidente della Repubblica Francese e il vicepresidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.

A dire il vero, potrebbero sorgere dubbi sull’adeguatezza (se non personale) almeno situazionale di entrambi. Certo, Salvini è quello che ha sbagliato nel modo più evidente e fragoroso e diremo appresso perché. Anche Macron, comunque, non si è fatto mancare una caduta di stile in questo frangente.

Vicepremier, all’esterno assume rilievo

Cominciamo da Matteo Salvini. Segretario della Lega e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, si trova a ricoprire anche la carica – puramente formale e rappresentativa – di vicepresidente del Consiglio del governo presieduto da Giorgia Meloni. Allo stesso modo, cioè, di Antonio Tajani, titolare degli Esteri e pure vice della premier come presidente di Forza Italia. La qualifica di vicepresidente del Consiglio è tipica dei governi di coalizione nei sistemi parlamentari. Naturale, dunque, che la sua comprensione risulti parzialmente falsata agli occhi dei francesi, che da quasi 70 anni sono abituati al regime semi-presidenziale e della “maggioranza nazionale”, come amava chiamarlo il suo fondatore, il generale Charles de Gaulle. 

Il vicepresidente del Governo ha una lunga tradizione repubblicana in Italia, inaugurata dopo la fine del centrismo degasperiano. Il socialista Pietro Nenni e il repubblicano Ugo La Malfa, per fare due nomi di storici leader di partito della cosiddetta Prima Repubblica, assicurarono il disimpegno della funzione con Aldo Moro a palazzo Chigi per conto della Dc. Si trattava di segnalare la formula partitica della maggioranza e la corresponsabilità nella paternità politica dell’operazione. Inutile dire che di sostanziale non c’era e non c’è nulla, giacché a termini di Costituzione vigente lo stesso presidente del Consiglio non è che un primus inter pares e il Governo un organo collegiale che delibera a maggioranza dei ministri. 

Quello che Salvini non vuole capire è che spetta a noi italiani farci carico di come vengano interpretati all’estero i nostri meccanismi istituzionali. Lui e Tajani sono i vice di Meloni, che è la più importante autorità politica del Paese. Per cui, il modo in cui essi si rapportano con capi di Stato e di governo esteri viene fatto risalire all’inquilina di palazzo Chigi, impegna il Governo nel suo insieme e figura come posizione ufficiale dell’Italia.

I calcoli elettorali interni

Che Salvini, alleato europeo di Marine Le Pen (principale antagonista interna del presidente francese), non vada d’accordo con Macron praticamente su nulla, politicamente e personalmente, è risaputo. Non meno nota è la rivalità tra Macron e Meloni, rispettivi campioni dell’europeismo liberale e del sovranismo conservatore. Si sa poi che Francia e Italia, pure storici Paesi co-fondatori dell’Europa unita, sono quasi fatalmente ingaggiati in una sana competizione ad ampio raggio e non priva di echi popolari campanilistici.

Detto questo, che il vicepresidente del Consiglio italiano apostrofi insistentemente il presidente della Francia, dandogli del «matto» (come qualche mese fa) o, come nei giorni scorsi, invitandolo ad «attaccarsi al tram», vale a dire ad arrangiarsi con le sue idee e proposte, è assolutamente sconveniente. È anche disdicevole, dal punto di vista del tenore delle relazioni istituzionali e della residua attitudine pedagogica della politica. Soprattutto, esaspera senza un motivo oggettivo i rapporti diplomatici tra due Paesi amici ed alleati.

Salvini ha per certo diverse motivazioni soggettive per tirare di sciabola con l’Eliseo. Come si diceva, alimenta la polemica politica continentale. Poi, ne approfitta per insidiare a destra la sua alleata interna e leader del governo. Quanto alla scelta del bersaglio della polemica, Macron, con la sua declinante popolarità e una leadership interna e internazionale rivelatasi assai meno concreta di quanto non apparisse, rappresenta un target pressoché scontato.

Macron non resiste alla polemica e…

Veniamo a Emmanuel Macron. Con risultati a dir poco controversi per non dire sostanzialmente fallimentari, cerca di recuperare in campo internazionale un minimo di brillantezza per la sua stella, irrimediabilmente appannata in patria dallo spirare di un secondo mandato inconcludente e segnato da gravi paralisi istituzionali e spericolate manovre elettorali. Tentativo vano, perché probabilmente in politica estera i limiti della sua posizione sono ancora più evidenti, per chi ovviamente possa rendersene conto.

L’anti-trumpismo di maniera di Macron si risolve nel super-americanismo sostanziale della Francia, vanificando l’orgogliosa rivendicazione di autonomia nazionale propugnata da de Gaulle proprio al tempo del bipolarismo Usa-Urss. Per paradosso, Macron si ritrova a fare il fervente antirusso, cercando di fare credere che il presidente Usa sia una specie di alleato “in sonno” del Cremlino. Siccome, però, Trump è quello di Make America Great Again, logorare la Russia è parte essenziale della permanente politica estera americana e, checché se ne dica, un danno soprattutto per i Paesi dell’Europa.

In cosa Macron pecca vistosamente, accettando la polemica di Salvini e dandole la massima visibilità, attraverso la convocazione della nostra ambasciatrice al Quai d’Orsay (il ministero degli Esteri francese)? In mancanza di grandeur. Lo stesso Salvini ha astutamente riconosciuto che Macron conta più di lui, istituzionalmente parlando. Avrebbe dovuto continuare a lasciarlo dire, tanto sa che il nostro si muove per calcoli politico-elettorali interni e che le relazioni Italia-Francia passano, per parte nostra, per palazzo Chigi e la Farnesina, anziché per via Bellerio a Milano.

Macron, però, è anche quello che vuole querelare una blogger americana che sostiene che la sua attempata moglie Brigitte sia in realtà un uomo. Da chi si abbassa a tal punto ad umiliare la più alta autorità francese, ci si può forse attendere che sappia resistere alla tentazione di una scaramuccia politica qualsiasi?

Grandi responsabilità, doveri stringenti

Sicché, mentre Giorgia Meloni evita di richiamare pubblicamente il suo indisciplinato vice per fastidio dei riverberi negativi interni, Macron fa l’offeso e compromette ulteriormente il prestigio dell’Eliseo e del suo Paese mentre prova a fare intendere di volerlo tutelare. 

Bei tempi quelli in cui de Gaulle, nell’ultimo appello prima del ballottaggio presidenziale del 1965 con Mitterrand, si dichiarò pronto ad assumere nuovamente la più alta carica, ossia i doveri più stringenti. È una consapevolezza che, al di qua e al di là delle Alpi, latita sempre di più.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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