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Louvre chiuso e Uffizi aperti: chi ha ragione ai tempi del coronavirus?

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Louvre chiuso e Uffizi aperti ai tempi del coronavirus. E come se ce ne fosse bisogno, infuria la polemica. Il virologo Burioni twitta: “Complimenti a Firenze, il modo migliore per combattere la diffusione di un virus estremamente contagioso. Tanta gente tutta insieme dentro al museo. Il coronavirus ringrazia”. Un commento velenoso alla notizia che nel capoluogo toscano i musei della città saranno aperti gratuitamente per tutti, residenti e non, da venerdì 6 a domenica 8 marzo.

Il sindaco risponde

“Professore, ha tutta la mia stima, ma questa volta invece di fare polemica le propongo di incontrarci e lavorare insieme”, risponde il sindaco di Firenze Nardella. “Nessuno pensa alla calca nei musei: abbiamo previsto ingressi contingentarti e tutte le precauzioni del caso. Non si tratta degli Uffizi, ma dei musei civici che sono già gratuiti per i fiorentini un giorno al mese. Ciò che vogliamo dire al mondo è che Firenze non chiude. Con tutte le cautele e le attenzioni che questa emergenza ci impone e nel rispetto delle ordinanze di regione e ministero, dobbiamo affrontare anche un’altra emergenza pesante, quella economica e dei posti di lavoro”.

Coronavirus e scuole di pensiero

Come sempre in Italia, siamo davanti a due scuole di pensiero, ognuna delle quali con solidi argomenti: guelfi–ghibellini; Callas–Tebaldi, Coppi–Bartali, no vax–sì vax o no Tav-sì Tav. Se non ci dividiamo non siamo soddisfatti. E del resto questo Dna è consacrato anche nel testo del nostro inno nazionale: Noi fummo per secoli/ calpesti e derisi/ perché non siam popolo/ perché siam divisi.

Le due notizie non principali, ma addirittura uniche del recente mainstream sono: “pericolo contagio” e “pericolo recessione economica (a causa dell’epidemia)”. Burioni sposa la prima, Nardella la seconda. Chi ha ragione? Tutti e due, com’è ovvio. Burioni vuole evitare il propagarsi del coronavirus; propagarsi che porterebbe a mandare definitivamente in tilt i reparti di terapia intensiva dei nostri ospedali, intento più che lodevole. Il sindaco di Firenze vuole evitare che vada in tilt l’intero complesso economico della sua città, fortemente condizionato dal flusso turistico.

L’idea di Farinetti

Stamattina, il patron di Eataly Oscar Farinetti, ospite di Myrta Merlino su La7 a L’aria che tira, ha avanzato una proposta: inviamo in giro per il mondo le nostre eccellenze, da Riccardo Muti a Federica Pellegrini, da Renzo Piano ad Andrea Bocelli, da Roberto Benigni a Samantha Cristoforetti a fare conferenze stampa e spot pubblicitari che dicano: “Venite in Italia, l’Italia è il più bel Paese del mondo, non dovete aver paura, è tutto sotto controllo”. Un messaggio di speranza e di buon marketing che dovrebbe/potrebbe sventare la massa di disdette che stanno precipitando l’Italia in uno scenario da profondo rosso.

L’ammonimento di Roosevelt

Quando, nel marzo del 1933, il neo presidente Roosevelt pronunciava il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, ereditava una nazione americana devastata dalla crisi del 1929: inflazione, disoccupazione, suicidi, disastri, fallimenti. Uno scenario da incubo che, occorre dirlo, si risolleverà solo alla fine della seconda guerra mondiale, 12 anni dopo, quando gli Usa hanno avuto la forza di rilanciare (piano Marshall) anche la disastrata economia europea. Ebbene, Roosevelt pronunciava parole che sono ancora maledettamente attuali: “Quanto dobbiamo soprattutto temere è di lasciarci vincere dalla paura, da quella paura senza nome, irragionevole e ingiustificata, che paralizza i movimenti necessari per trasformare una ritirata in un’avanzata”. Parole poi condensate nello slogan “L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”.

La sintesi di Cottarelli

Sempre oggi, l’economista Carlo Cottarelli riassume la situazione innescata dal coronavirus con estrema sintesi: siamo nella necessità di sfornare importanti riforme. Prima di tutto sburocratizzazione, semplificazione, miglioramento della giustizia civile. Occorre tagliare i rami secchi. Gli unici campi nei quali non possiamo e non dobbiamo tagliare sono scuola, università, ricerca e sanità. Se faremo questo potremo riprenderci anche dal peggiore degli scenari economici possibili. Se non approfitteremo di questa occasione passerà il coronavirus e ci ritroveremo molto più poveri di prima.

Che cosa serve?

Senza disturbare Lenin e il suo “che fare?” possiamo chiederci: abbiamo un governo in grado di reagire? La nostra risposta – tanto ovvia quanto rassegnata – è certamente no. Manca un governo con una visione per il futuro. Manca un’unità d’intenti che possa – una volta cessato l’allarme per il coronavirus – ridare le ali alla nostra economia. Pure stavolta speriamo di sbagliarci, anche perché il futuro è buio. E noi abbiamo finito le lampade, come le mascherine.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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