Economia

Macron e i tagli alla spesa, una lezione per l’Italia

Macron non ci fa impazzire. Non ci è piaciuto il modo in cui si è presentato ai Francesi appena appresa la vittoria elettorale. E cioè sulle note dell’Inno alla gioia, melodia splendida ma anche inno ufficiale europeo. Per chi conosce la Francia e i sentimenti patriottici dei nostri cugini d’Oltralpe, questo gesto ha rappresentato un ammaina bandiera inusuale e un po’ offensivo. Come se in Italia la banda dei Carabinieri suonasse “Rosamunda”, mentre il Presidente della Repubblica sale le scale dell’Altare della Patria. Ma in quel momento i francesi deliravano per lui. Per la sua giovinezza, per la moglie che potrebbe essere sua madre, per la novità che Macron rappresentava. Ed hanno lasciato correre.

Macron e i migranti

Avevamo previsto che Macron sarebbe stato rintuzzato alle legislative (forse per antipatia) e invece ha trionfato. Non abbiamo apprezzato l’atteggiamento del presidente francese sui migranti, che pure, a ben vedere, si può anche condividere. l’Italia non può raccogliere tutti i migranti che si imbarcano in Libia e poi pretendere di distribuirli in Europa, dice l’inquilino dell’Eliseo. In sostanza, sì ai rifugiati e ai richiedenti asilo, no ai migranti economici, che rappresentano la maggior parte del problema. 

Scontro aperto con le forze armate

Ma Macron ci ha stupito, bacchettando pubblicamente il Capo di Stato Maggiore dell’Armée, il 61enne Pierre de Villiers, nella sede del ministero della Difesa. “Non è dignitoso mettere certi dibattiti sulla piazza pubblica”, ha detto il capo di Stato. “Ho preso degli impegni. Sono il vostro capo. Sono in grado di mantenere le promesse fatte ai cittadini e agli eserciti. E non ho bisogno di alcuna pressione, di alcun commento”.
Com’era nato lo scontro? Macron, oltre agli investimenti, ha annunciato una spending review da lacrime e sangue per la Francia, con un abbattimento significativo della spesa pubblica. Anche l’esercito dovrà collaborare, con tagli da 850 milioni di euro a un miliardo. E a questo punto de Villiers, sentito dalla commissione difesa del parlamento, ha pronunciato una severa requisitoria, iniziata con le parole: “Io non mi farò fregare”. Parole che hanno fatto venire l’orticaria al giovane inquilino dell’Eliseo. De Villiers ritiene che per un esercito impegnato in missioni internazionali e, soprattutto, sul fronte interno della lotta al terrorismo islamico, le spese militari siano già ridotte all’osso. E che ulteriori tagli compromettano la sicurezza della Francia.

Parigi alle soglie di una crisi?

E Macron, il giorno dopo aver ricevuto Donald Trump sui Champs Elisées per la festa del 14 luglio, ha accettato le dimissioni del suo capo dell’esercito. I giornaloni italiani titolano “Non accadeva dal 1958!”. Per chi non lo sapesse, la Francia nel 1958 visse momenti molto difficili. Un periodo di transizione tra la quarta e la quinta repubblica, con la crisi algerina e il referendum costituzionale. In quell’occasione venne approvata la costituzione che regge ancora oggi l’Esagono. E che poi riporterà al potere Charles de Gaulle. Per cui, in sostanza alcuni dei nostri giornalisti paventano una crisi epocale della République.

I muscoli di Macron e la spending review

Siamo convinti che, invece, la mossa muscolare di Macron sarà interpretata molto positivamente dai Francesi, che amano e hanno sempre amato l’uomo forte che decide per tutti. E che si prende, per intero, le sue responsabilità, che si chiami Bonaparte o Mitterand. Ovvio che da noi tali prese di posizione soprattutto nei tagli alla spesa non sono praticamente comprese. E viviamo con insofferenza qualsiasi richiesta di una maggiore disciplina nella riduzione degli sprechi. Due esempi? L’antipatia per una Germania che ci chiede semplicemente di ridurre il nostro spaventoso debito pubblico. E l’idiosincrasia per i vari Bondi e Cottarelli. Basti pensare che tra il 2011 e il 2015 si sono succeduti come commissari alla spending review Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli e Yoram Gutgeld. I primi tre silurati. L’ultimo si è dimesso spontaneamente nel 2015 con la seguente, laconica, dichiarazione: “Non mi sentivo utile”. Quindi l’atteggiamento di Macron ci sembra quasi incomprensibile. Perché mai ridurre la spesa? Tanto, “mica sono soldi nostri!”. Forse sarebbe ora di cambiare. E prendere esempio da quello che sta facendo il presidente francese.  

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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