Salvini, Di Maio, Conte e il cortocircuito istituzionale: la maionese impazzita della maggioranza giallo-verde macchia ormai quotidianamente l’abito della Repubblica. Le acrobazie governative sul caso Russia, con il presidente del Consiglio impegnato a riferire in Senato al posto del titolare del Viminale e quest’ultimo a dire che se ne frega, sono solo l’ultima puntata della saga.
Certo, i sondaggi non ne risentono. Youtrend il 25 luglio dava la Lega al 36,5%, in leggera flessione rispetto a 2 settimane fa (-1,2%) ma pur sempre a livelli impressionanti. E la somma dei consensi leghisti con quelli dei 5 Stelle (accreditati del 18%, in risalita di quasi un punto) dà il 54,5% degli elettori interpellati. Un dato superiore sia a quello delle europee di maggio, sia a quello delle politiche del 2018. Ma l’amalgama è diversa dalla mera somma. Tutti i nodi della maggioranza – Tav, rapporti internazionali, relazioni con la Ue, bilancio 2020, riforma fiscale, rimpasto – sono venuti al pettine. L’autunno si preannuncia più caldo di quanto già non sia per definizione.
Tuttavia, vorremmo alzare brevemente gli occhi al di sopra dell’attualità per librarci a qualche considerazione più generale, di sistema. Perché, se è vero che una contingenza politica come quella presente (imperniata sul cosiddetto “contratto”) non ha precedenti, è vero anche che negli odierni travagli della politica italiana emergono vecchi errori e vizi.
Repubblica parlamentare o partitocrazia?
Il primo è la convinzione che le istituzioni appartengano ai partiti. I cittadini che si associano liberamente nei partiti, recita l’articolo 49 della Costituzione, hanno diritto di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale. La lettera della Carta è chiara: sono i cittadini e non i partiti a dover assumere le istituzioni. I partiti dovrebbero essere organizzazioni che li aiutano a farlo. Ma oltre alla lettera c’è lo spirito della Costituzione, quello del tempo in cui venne approvata e quello odierno che corre sotto il nome di “costituzione materiale”. Ebbene: per l’aspetto che ci interessa, esso fondamentalmente non è cambiato granché in 70 anni. In questo spirito, sono i partiti che dispongono delle istituzioni.
Non s’ispirano forse a quest’idea, ad esempio, i ragionamenti fatti un giorno sì e l’altro pure sulle elezioni anticipate? Lo scioglimento anticipato delle Camere, prerogativa del capo dello Stato, è un’anomalia significativa nel contesto di istituzioni stabili ed efficaci. Invece, presso di noi la crisi di governo torna a essere un’arma di pressione (magari spuntata ma costantemente evocata) nell’ambito del gioco politico tra le forze in campo. E che si tratti di un gioco lo prova il fatto che i partiti, normalmente all’origine delle crisi di governo, siano poi anche chiamati a risolverle.
Sovranità popolare in cattiva luce
Un altro vizio della politica italiana, corollario del precedente, è la strisciante svalutazione della sovranità popolare. Quanto ne rafforza la portata effettiva, come il referendum e la formula elettorale maggioritaria, è guardato con malcelata ostilità. Anche qui si ricorre a una lettura parziale della Costituzione, che all’articolo 1, 2° comma attribuisce la sovranità al popolo, nelle forme e nei limiti stabiliti dalla stessa Carta. Ma è un fatto che la disciplina del referendum è tale da sterilizzarne – salvo eccezioni – la capacità d’incidere sulle dinamiche politico-sociali cui si riferisce.
D’altra parte, il maggioritario non è più la formula elettorale prevalente a livello nazionale. E comunque la sua portata di semplificazione della dialettica politica è largamente depotenziata. Dal Mattarellum (che pure prevedeva il recupero proporzionale) al Porcellum (liste bloccate), passando per l’Italicum mai applicato e finendo col Rosatellum (sostanziale clone della legge Calderoli), la storia delle nostre normative elettorali è diventata una via crucis. E la condannata al patibolo è la stabilità dei governi, con ripercussioni sia interne sia internazionali, specie nel rapporto con i partner europei. L’anomalia della maggioranza giallo-verde, con la Lega che a Strasburgo ha votato contro Ursula von der Leyen sostenuta a Bruxelles dal premier e dai 5 Stelle, esaspera soltanto il deficit nazionale di credibilità.
Formalità e sostanza della democrazia
La scelta del professor Conte come presidente del Consiglio parve l’anno scorso un utile compromesso tra l’impossibilità per il partito di maggioranza relativa di fare da sé e l’ambizione di pari dignità del suo unico alleato possibile. L’inversione del peso elettorale in seno alla maggioranza, determinato dalle Europee dello scorso maggio, ha aggravato un equilibrio già precario. Un minimo di formalità però va salvaguardato, anche in tempi di ossessione comunicativa via social.
Che nel governo e nella maggioranza che lo sostiene contino soprattutto Salvini e Di Maio è un dato di fatto. Ma se e fintantoché non si addiverrà a delle riforme di sistema, le forme istituzionali esistenti devono essere rispettate. Un ministro non può snobbare apertamente il presidente del Consiglio, altrimenti il ridicolo si riversa sulle istituzioni e di là sul Paese. Allo stesso modo, parlare come si fa spesso (untuosamente o avventatamente) di “sovranità del Parlamento” non è soltanto un madornale errore di diritto costituzionale. Vuol dire anche rendere un cattivo servizio al Paese, incitandolo in modo subliminale a perseverare nei peggiori vizi nazionali. La sovranità appartiene esclusivamente al popolo: se dovesse disinteressarsene, per trascuratezza o interessi particolari, dovrebbe prendersela anzitutto con se stesso.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








