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Manovra, tutti i dubbi sul Def: reddito di cittadinanza sotto accusa

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Manovra: l’esame sulla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) inizierà alla Camera giovedì 11 ottobre. Dopo tanti tira e molla, i primi numeri della manovra che porterà alla prossima Legge di Bilancio adesso sono ufficiali. Ma nonostante gli aggiustamenti messi in campo dal premier Giuseppe Conte e dai suoi ministri, i contenuti del Def sono stati già bocciati da Bruxelles per troppo deficit.

I numeri della spesa

Al vertice della spesa  per il 2019 ci sono il reddito e le pensioni di cittadinanza con 10 miliardi. Seguono i 7 miliardi stanziati per quota 100 e il superamento della Legge Fornero. Poi ci sono 2 miliardi per la flat tax (aliquota al 15% solo per le partite Iva che fatturano meno di 65mila euro), 1,5 miliardi per rimborsare i risparmiatori truffati dalle banche e un miliardo per le nuove assunzioni nelle forze dell’ordine (circa 10mila persone). Totale: 21,5 miliardi.

A questi 21,5 miliardi indicati nel Def ne andranno aggiunti 12,5 per sterilizzare l’aumento dell’Iva solo per il 2019. Poi ci sono altri 3 miliardi per le spese indifferibili. E si parla di 4 miliardi per coprire l’aumento degli interessi sul debito pubblico innescato dall’aumento dello spread tra Btp e Bund.

Un po’ di coperture

Per garantire parte delle coperture nel Def si punta su una spending review da 3,6 miliardi. Con tagli al costo dei ministeri e altre revisioni di spesa per circa lo 0,2% del Pil.
Sul piatto c’è poi la cosiddetta pace fiscale. Dalla sanatoria o condono che dir si voglia può arrivare un’altra manciata di miliardi. Il provvedimento riguarderebbe i contribuenti con cartelle esattoriali inferiori ai 500mila euro, che potrebbero cavarsela pagando una cifra forfettaria per chiudere la partita col Fisco.

Deficit al 2,4% solo nel 2019

In questo quadro, mentre si susseguono gli scontri con la Commissione Ue e non calano le pressioni dei mercati (e del Quirinale), il rapporto deficit/Pil è stato confermato al 2,4% soltanto per il 2019. Mentre nelle nuove intenzioni del governo scenderà rispettivamente al 2,1 e all’1,8% nel 2020 e nel 2021.

Passiamo al Pil. Nel 2019 la crescita del Prodotto interno lordo italiano in generale è data attorno all’1% dai principali centri studi, agenzie di rating e organismi internazionali.
Ma il governo ne ha fatto carta straccia. Nel Def prevede un aumento ben superiore, con una crescita dell’1,5%. Un trend sostanzialmente confermato anche per il 2020 (+1,6%) e nel 2021 (+1,4%).

L’altro indicatore chiave è il peso del debito pubblico in rapporto al Pil. E anche in questo caso l’esecutivo fa una previsione ottimistica. Dall’attuale debito al 130,9% del Pil, punta al 130% per il prossimo anno. Con una discesa ben più sostanziosa per il 2020 (128,1%) e per il 2021 (126,7%).

La scommessa giallo-verde

Il gioco è tutto qui. Una scommessa sulla crescita economica italiana da finanziare anche con 15 miliardi di investimenti pubblici nel triennio 2019-2021. Se il Pil salirà secondo le previsioni del governo, il deficit al 2,4% potrebbe diventare un peso sostenibile per iniziare ad attuare il contratto giallo-verde. Ma se questo non dovesse avvenire, il deficit potrebbe rivelarsi molto più alto, con conseguenze facili da immaginare sui conti pubblici.

Economist all’attacco

Intanto l’Economist spara a zero sulla manovra. Il settimanale difende a spada tratta la Legge Fornero e definisce il Def “deludente e preoccupante”. Sottolineando che se “l’Italia costruisce il suo programma di bilancio su previsioni ambiziose”, non fa nulla per correggere il suo basso tasso di produttività. Secondo l’Economist però è la chiave di volta per sostenere il tenore di vita del Paese e la sua capacità di ripagare il debito che ha accumulato.
Il Financial Times, come sottolinea anche ilGiornale.it, gioca invece sul filo dell’ironia. Per il quotidiano economico “i dati sulla crescita che sostengono le proposte di spesa sono più elevati del consenso” del governo.

Manovra: la parola agli italiani

Restando nel campo dei consensi, arrivano anche i primi no degli italiani. Nel Def il grande imputato è il reddito di cittadinanza. Il provvedimento così caro a Di Maio e ai 5 Stelle viene bocciato nei sondaggi di Euromedia e Istituto Piepoli per Porta a Porta, ripresi anche da Today.it.
Alla domanda “Lei crede che il reddito di cittadinanza potrà aumentare l’occupazione e rilanciare i consumi” solo il 30,4% (Euromedia) e il 36% (Piepoli) hanno risposto sì. I no sono stati rispettivamente il 61,5% e il 58%.
Risultati nettamente migliori per la flat tax. Una tassazione ridotta per autonomi e partite Iva è vista positivamente dal 56,7% degli intervistati contro il 34% che ne dà una valutazione negativa.

In generale, se i consensi al governo giallo-verde veleggiano oltre il 60%, sul Def subiscono una brusca frenata. Il 44,1% degli italiani si dice preoccupato. E pensa che l’esecutivo avrebbe dovuto essere più prudente sulla manovra. Sul fronte opposto il 43,4% degli intervistati ritiene giusto aver superato gli obiettivi di deficit.

La mina del reddito di cittadinanza

Adesso la palla passa al Parlamento, in attesa dei giudizi a fine ottobre di Standard & Poor’s e di Moody’s sui nostri titoli di stato. Influenzate dalla manovra, le valutazioni delle due agenzie di rating a loro volta influenzeranno l’andamento dello spread.
E di certo il reddito di cittadinanza resterà l’osservato speciale del Def. L’idea di sostenere chi è disoccupato nella ricerca di un lavoro non è sbagliata. Ma la sua attuazione in tempi brevissimi (prima delle europee di maggio 2019), come pretendono i 5 Stelle, si sta rivelando sempre più complicata. A partire dalla riforma dei Centri per l’impiego. E di tutti i limiti e i controlli da mettere in campo per concedere il sussidio e per garantirne un utilizzo corretto da parte dei beneficiari.

A questo punto un colpo di freno di Di Maio e soci, che potrebbero accettare tempi più lunghi (e meno elettoralistici) per creare meccanismi più solidi e davvero solidali, farebbe bene anche alla costruzione della Legge di Bilancio e magari ai rapporti con la Commissione Ue. Cancellando quel sapore di assistenzialismo che non piace ai mercati, a Bruxelles e a tanti italiani.

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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