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Mattarella bis? Parliamone pure, ma evitando le ipocrisie

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Mattarella bis al Quirinale: un’ipotesi perfettamente legittima e rispettabile. Senza dimenticare che l’interessato ha, fino ad ora, pubblicamente e reiteratamente escluso la propria disponibilità. Una cosa, però, converrebbe fare riguardo a questa proposta: liberarla da una fittissima coltre di ipocrisie.

Dal momento che si tratta di una questione di rilievo nazionale, bisognerebbe che quanti la evocano lo facessero con la serietà che merita. Ciò significa, prima di tutto, astenersi dall’affermare cose non vere. Questo, ci pare, dovrebbe valere soprattutto per i giuristi, politicamente impegnati o meno. Non si può travestire da norme quelle che sono opinioni e spacciare per interpretazioni quelle che, invece, sono esplicite disposizioni. Andiamo con ordine e cominciamo dal rifiuto opposto pubblicamente dall’attuale capo dello Stato al rinnovo del suo mandato.

Il no a un nuovo mandato

Sergio Mattarella non ha mai lasciato margini alla prospettiva della rielezione. Anzi, il presidente della Repubblica si è spinto più in là, giungendo a sostenere che bisognerebbe introdurre in Costituzione l’esclusione della possibilità d’immediato rinnovo del mandato presidenziale.

Lo ha fatto ricordando l’analogo auspicio formulato, oltre 40 anni fa, dal suo predecessore Giovanni Leone. La proposta è stata ripresa da Mattarella come condizione per l’abrogazione dell’istituto del semestre bianco. Con questa espressione, si intende la norma costituzionale (articolo 88, 2° comma) che preclude al capo dello Stato l’esercizio della facoltà di scioglimento delle Camere negli ultimi 6 mesi del suo mandato. Come a dire, secondo Mattarella: mettiamo a disposizione del presidente della Repubblica tutta l’estensione dei suoi poteri, distogliendolo dalla tentazione di cercare la rielezione, vellicando o minacciando le Camere.

Sin qui, le pubbliche prese di posizione del Presidente. Lasciando perdere, naturalmente, le solite voci provenienti da “fonti vicine al Quirinale”, che non mancano di ipotizzare come, se tutte le forze politiche gli chiedessero di ripensarci, magari… Questo tipo di insinuazioni sono del tutto inverificabili: non si può, cioè, stabilire se risalgano anche solo indirettamente al capo dello Stato. Diciamo che sembra comunque opportuno, anche solo per rispetto dell’istituzione, fidarsi di quanto pubblicamente dichiarato da Mattarella.

L’opinione del prof

Veniamo, allora, ai giuristi. Per tutti, al professor Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico nell’Università Roma Tre e noto commentatore di questioni costituzionali sulla stampa e in televisione. Alcune sere fa, ospite di Linea Notte su Rai 3, Ainis ha imbastito un ragionamento che ci è parso, in termini di stretto diritto, claudicante. Ad essere inficiato era l’esordio della riflessione e, di conseguenza, a stentare era tutto il discorso. In sintesi: la rielezione del presidente della Repubblica costituirebbe un’eccezione alla regola del mono-mandato. L’unico precedente esistente, quello di Giorgio Napolitano nel 2013, non dovrebbe essere replicato, pena sovvertire il principio generale secondo cui l’eccezione conferma la regola. 

Tuttavia, sostiene il costituzionalista, un insieme di ragioni contingenti renderebbe effettivamente eccezionale il momento presente. La pandemia da Covid-19, in fase di recrudescenza e in regime di stato di emergenza; la precarietà strutturale della maggioranza di governo, composta da forze eterogenee; la sostanziale delegittimazione delle attuali camere del parlamento, a seguito della riforma costituzionale confermata dal referendum del 2020, che ha ridotto il numero dei parlamentari da 945 a 600, a far tempo dalla prossima legislatura.

Rielezione, una scelta politica

Dire che la consuetudine (o prassi) sia una fonte del diritto costituzionale corrisponde al vero, con il limite per cui ciò che non è espressamente vietato è assolutamente lecito. La rieleggibilità, anche immediata, del presidente della Repubblica non è esclusa dalla Costituzione. Dunque, essa è sempre possibile. Il binomio eccezione/regola costituisce un argomento debole, nel senso che anche l’unico precedente esistente al riguardo può essere invocato tanto a sostegno dell’eccezionalità, quanto della ripetibilità della circostanza. L’unica cosa certa è che, quando la Costituzione intende vietare il rinnovo del mandato del titolare di un’istituzione, lo fa. Lo prova l’articolo 135, 3° comma, quando esclude che i giudici costituzionali possano essere nuovamente nominati (anche non immediatamente), alla scadenza del loro mandato novennale.

Covid e stato di guerra

Chiarito questo punto per rigore giuridico ed onestà intellettuale, il resto delle considerazioni svolte da Ainis crolla quasi come un castello di carte. Lo stato di emergenza (sanitaria) non è lo stato d’assedio, o di guerra; ipotesi, quest’ultima, in cui la Carta costituzionale prevede comunque la proroga (non il rinnovo) del mandato parlamentare (articolo 60, 2° comma) e non di quello presidenziale. La maggioranza parlamentare e la maggioranza presidenziale non debbono coincidere, in punta di diritto. Anzi: anche nei sistemi ove ricorre l’elezione diretta del capo dello Stato, i mandati del presidente e del parlamento sono sfalsati, di modo che i cittadini possano mandare distintamente messaggi di approvazione ovvero di dissenso all’uno e all’altro.

Le disposizioni di legge

Dire, infine, che non conviene che questo parlamento (integrato dai delegati regionali) elegga un diverso presidente della Repubblica, perché dalla prossima legislatura le assemblee legislative avranno meno componenti, sa più che altro di provocazione. Tutte le leggi (anche quelle costituzionali) non dispongono che per l’avvenire: il professor Ainis lo sa e lo insegna ai suoi studenti di diritto. Questo parlamento è legittimo alle condizioni vigenti al momento in cui è stato eletto. Per ragionare diversamente, dovremmo fare non i giuristi, ma i sofisti.

Mattarella bis e…

Abbiamo portato l’esempio di Michele Ainis, ma potremmo farne anche altri. Sentire esponenti della dottrina cercare di giustificare tutto e il suo contrario non fa ben sperare, perché alla scienza del diritto si è sempre riconosciuto il ruolo di sentinella contro gli eccessi e le furbizie del potere.

Lo si dica chiaramente, senza nascondersi dietro motivazioni pseudo-giuridiche: chi vorrebbe mantenere Sergio Mattarella al Quirinale, lo farebbe perché non ricorrono attualmente condizioni politiche simili a quelle che consentirono, 7 anni fa, l’elezione di un esponente della sua appartenenza ed estrazione politico-culturale. Questo parlamento, dove nessuno schieramento dispone da solo dei voti necessari, ha tuttavia una maggioranza di grandi elettori di centrodestra. Che spetti a costoro indicare un nome sul quale invitare gli altri alla convergenza, scoccia al centrosinistra. Teniamo distinti i piani della legittimità, dell’opportunità e dell’opinione politica.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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