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Mattarella bis: promossi e bocciati della corsa al Quirinale

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Raffaele Fico, presidente della Camera, Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, e Sergio Mattarella, capo dello Stato

Mattarella: alla fine di una settimana di esitazioni, esternazioni, distinguo, prese di distanza, puntualizzazioni e dichiarazioni il grande gioco dell’oca della politica italiana è tornato alla casella iniziale, rieleggendo ieri sera con 759 voti su 1.004 il presidente della Repubblica uscente a 13° capo dello Stato.

Lo scioglimento della riserva da parte di Mattarella è avvenuto nel pomeriggio, davanti alla richiesta di tutti i gruppi parlamentari (ad esclusione di quello di Fratelli d’Italia) di restare per altri sette anni al Quirinale.

E allora, chiusa la corsa al Colle vogliamo dare i voti ai protagonisti di questa storica settimana?

I fuoriclasse

A Sergio Mattarella, già pronto ad andarsene, con gli scatoloni già preparati, la casa già fermata, non si può che dare un bel 10 e lode. La Costituzione non dice che il presidente non sia rieleggibile. E dove non dice, consente. Il resto è fuffa, soprattutto quando si dice che dato che per due volte il presidente è stato rieletto questa diventerebbe una prassi. Vero è, invece, che la sovranità appartiene al popolo, che la esprime attraverso il Parlamento. Dunque, il Parlamento è sovrano e, come tale, decide come vuole.

Un altro tondissimo 10 lo merita Pier Ferdinando Casini, che ha accarezzato da anni lo scanno quirinalizio, che ha vezzeggiato qualunque peones atto al voto e che, nel momento supremo nel quale era rimasto solo in gara con Mattarella e Draghi, ha tratto le sue conclusioni e si è chiamato fuori. Poco per essere proclamato padre della Patria ma chapeau al tempismo. Un grande professionista della politica.

Il terzo e ultimo 10 lo ha meritato Mario Draghi. Prima gli promettono: “Un anno di palazzo Chigi e poi sette anni al Quirinale”. Poi gli dicono: “Guarda che se vuoi essere della partita ti devi dichiarare”. Si dichiara (nella conferenza stampa di fine d’anno) e viene crocifisso. Si ritrae, restando muto e in “vigile attesa” per tutta la settimana e lo accusano di atteggiamento sprezzante verso la classe politica. Sono una mezza dozzina i candidati al Quirinale che lo chiamano per chiedere se lui “sarebbe contrario” alla loro ascesa e lui ogni volta tranquillizza. Viene giubilato e non fa un plissé. Potrebbe essere che Mattarella, una volta appreso l’esito del voto, lo abbia chiamato dicendogli: “Ti tengo in caldo il posto fino a dopo le elezioni, poi tra un anno mi dimetto e ti lascio il posto”. Ma questo, per ora, possiamo solo immaginarlo.

I promossi

Luigi Di Maio: si è fatto notare per la sua assenza (non necessariamente negativa, in momenti come questi), lavorando dietro le linee con costanza e intelligenza. Un politico che partito dal niente sta dimostrando sempre più capacità di tessere disegni politici e di non lasciarsi andare alle sirene della esternazione ad ogni costo. Voto 7½.

Matteo Renzi, ex kingmaker della prima elezione di Mattarella, aveva detto da subito che aveva pochi voti per poter orientare la scelta. Poi si è buttato in mezzo alla mischia discutendo su tutto e su tutti, esternando peggio del peggior Cossiga e inveendo contro la candidatura di Elisabetta Belloni come se si fosse trattato del peggior candidato del mondo, malgrado la sua stima personale per lei. Il suo candidato di riferimento era Casini, dunque, apparentemente è stato sconfitto. Ma combattendo con un pugno di valorosi una medaglietta se l’è comunque meritata. Voto 7.

Silvio Berlusconi, il grande sconfitto? È stato il primo a buttarsi nella mischia, salvo ritirarsi al secondo momento utile (se si fosse ritirato un momento prima, forse, sarebbe stato più utile). Ritirandosi, complici anche le sue condizioni di salute che gli hanno fatto seguire dal letto del San Raffaele le fasi più convulse, ha lasciato il campo a Matteo Salvini e ad Antonio Tajani. La sua esperienza sarebbe stata più utile a Roma, ma i suoi consigli non sono stati seguiti. Voto 6½.

I rimandati

Giorgia Meloni: a fronte dei continui proclami di unità del centrodestra, ha sempre votato come le è parso, dimostrando che i suoi adepti sono obbedienti agli ordini del capo come una falange macedone. Ha proposto l’ex magistrato Carlo Nordio e poi ha fatto votare Guido Crosetto (riportando un buon successo ma lontanissimo dal quorum). All’ultima votazione ha rifiutato – unica – l’embrasson nous su Sergio Mattarella, pur manifestando considerazione per la persona del presidente, facendo votare ancora Nordio. Alla fine, ha dichiarato morto e sepolto il centrodestra. Per la coerenza e la testardaggine voto 7, per l’acume politico voto dal 5 al 6, nel senso che solo tra un anno, nelle urne, si potrà vedere se la sua strategia avrà pagato.

Roberto Speranza e compagnia cantante… Essendo a loro volta molto pochi, hanno fatto la parte di quei membri del coro che aprono la bocca ma non cantano. Non avendo mai esternato, né lui, né Fratojanni, né D’Alema e neppure il piacentino Bersani non hanno toccato palla, ma con molto stile. Voto 6-.

I bocciati

Enrico Letta: dalle ultime dichiarazioni di Salvini, il segretario del Pd, che da oggi si può chiamare “Mister Niet”, come veniva chiamato Andrei Gromyko durante la guerra fredda; assieme a Giuseppe Conte ha offerto a Salvini una rosa di cinque nomi. Salvini, dopo aver sentito i suoi, ha indicato la Belloni, compresa nella rosa. A quel punto (siamo a venerdì sera) mentre Conte – spalleggiato da Beppe Grillo che twittava: “Benvenuta Signora Italia, ti aspettavamo da tempo. #ElisabettaBelloni”, teneva il punto – Letta rispondeva che Belloni non andava bene. Oggi, di fronte alla peggior Caporetto della politica (tutta, Giorgia Meloni compresa, eh!) Letta si congratulava coi suoi colleghi di partito, nell’aula di Montecitorio, per la vittoria di Mattarella. Voto 4–.

Giuseppe Conte: schiacciato dalla fronda dei fedeli di Luigi Di Maio e cercando di far da collante alle raccogliticce truppe pentastellate, ha tenuto un atteggiamento ondivago e rinunciatario (non ha fatto un nome che fosse uno), salvo appiattirsi su Letta. Le sue esternazioni sono state commentate da Aldo Cazzullo come “sintassi borboniche della metà dell’Ottocento” e come “estremamente irritanti”. Voto 3½.  

Matteo Salvini: il grande sconfitto. Voto 3 per non dare inclassificabile. Dichiarazioni a raffica su qualunque cosa, nel senso che gli chiedevano degli incontri con Letta e lui rispondeva sulla Italsider di Taranto e sul caro bollette. Ha candidato al Quirinale anche la sciura Teresa e Letta (spalleggiato da Conte) gliele ha infilate tutte. Dopo una settimana di lavoro frenetico ha ottenuto la rielezione di Mattarella e se ne è detto anche soddisfatto. Contento lui…

Maria Elisabetta Alberti Casellati: voto 2, per non dare inclassificabile. Si è voluta candidare ad ogni costo e contro il parere di Berlusconi e di tutti i suoi. A fronte di un contegno leale degli alleati Lega e Fratelli d’Italia ha ricevuto 70 colpi di pugnale, la maggior parte dai suoi sodali di Forza Italia (capeggiati dalla sua peggiore nemica, la capogruppo Anna Maria Bernini). Quando è stato letto in aula il disastroso risultato è sembrata stramazzare ed è stata accompagnata a braccia fuori dall’aula. A questa insinuazione giornalistica ha replicato che è uscita sulle sue gambe e che si è solo lasciata abbracciare da un suo sostenitore che voleva consolarla per l’insuccesso… La peggior figura di sempre.

La grande malata

La politica italiana: voto 0. Nel suo insieme questo Parlamento, espressione – come dicevamo prima – della sovranità popolare, messo di fronte ad un appuntamento del quale si conosceva da anni la scadenza, si è dimostrato del tutto incapace di trovare anche soltanto un metodo per arrivare ad una soluzione. Per giorni si è dibattuto (non nel senso di discutere, ma di dibattersi come un pesce fuor d’acqua) tra veti infantili e prese di posizione del tutto fuori luogo, col rischio di eliminare in un sol colpo Mattarella, Draghi e tutto il governo.

Pur avendo a disposizione fior di candidati adatti al Quirinale ha tracheggiato tra costituzionalisti per l’anagrafe ormai fuori dai giochi (Cassese ha 86 anni, Amato 83), ex magistrati che del mondo romano non sanno nulla (Nordio) o politici che ne sanno troppo (Casini), cariche dello Stato che se poste al Quirinale sarebbero state delle vere sciagure (Casellati) o comunque sostanzialmente delle illustri sconosciute (Belloni, Cartabia). Ha indicato anche persone serie e competenti (Frattini, Tremonti) ma che si sapeva fin dall’inizio che non sarebbero state gradite.

Adesso è inutile applaudire Mattarella: è l’unico, a ottant’anni suonati, a poter dirigere l’orchestra? Su 60 milioni di cittadini, meglio, su 21,8 milioni di italiani che superano i 50 anni, non se ne poteva trovare un altro? Con la pandemia che morde, le bollette alle stelle, le imprese che delocalizzano, le scuole in sofferenza, il turismo alle corde, l’inflazione che torna a salire, abbiamo constatato di aver la peggiore classe politica di sempre. E non ci consola considerare che l’abbiamo eletta noi.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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