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Mattarella e tutti i nodi di una crisi pazzesca

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Mattarella alle prese con la crisi di governo più pazza del mondo che impazzisce sempre di più. Al punto che, se il presidente del Consiglio Conte non avesse rassegnato le dimissioni al termine del dibattito in Senato, tecnicamente la crisi non ci sarebbe nemmeno.
Infatti, come non era ormai troppo difficile da prevedere (una delle pochissime cose, peraltro), la Lega ha ritirato la mozione di sfiducia depositata in Senato. Mai messa in calendario e presentata contro un governo di cui gli esponenti leghisti hanno continuato a far parte. E adesso, cosa può succedere?

Conte tornerà in campo?

Banalmente, può capitare di tutto. Il pallino passa da oggi al capo dello Stato, che ha già fissato il calendario di due giorni di consultazioni al Quirinale. Dimettendosi senza essere stato sfiduciato, il presidente del Consiglio potrebbe essere rinviato alle Camere da Mattarella. Ma un rinvio sarebbe ipotizzabile solo se le stesse forze che hanno sostenuto il ministero Conte, 5 Stelle e Lega, si rimettessero d’accordo. Ipotesi a questo punto del tutto inconsistente.

Giuseppe Conte potrebbe essere il cavallo anche di un’altra corsa del Movimento, necessariamente col Pd in questo caso. Ma l’ipotesi è oggettivamente improbabile. Infatti, il minimo che possano pretendere i Democratici per non perdere ulteriormente la faccia alleandosi con l’avversario di sempre è la discontinuità personale. La nota di Nicola Zingaretti di ieri dopo le dichiarazioni di Conte a palazzo Madama va in questo senso.

Le condizioni di Zingaretti

Il segretario del Pd, con diverse gatte da pelare nel suo partito, ha gioco facile a mettere il dito nella piaga di Conte. E probabilmente lo ribadirà anche a Mattarella: dov’era il presidente del Consiglio mentre Salvini faceva tutto quello per cui Conte lo ha accusato ieri in Senato?

In effetti, il professore ha letteralmente demolito il capitano nel suo intervento. Gli ha contestato di tutto. L’uso personalistico delle istituzioni e addirittura l’indulgenza verso l’autoritarismo con la richiesta di pieni poteri. L’irresponsabilità politica consistente nel far precipitare la crisi in piena estate, alla vigilia della sessione di bilancio. Il controcanto europeo e l’isolamento internazionale, col posto di commissario a Bruxelles a rischio. Il rifiuto di rispondere in Parlamento sul Russiagate in salsa padana. E, ciliegina sulla torta, l’uso improprio dei simboli religiosi, bollato come irrispettoso dei credenti e potenzialmente lesivo della laicità dello Stato.

I numeri al Senato e il dopo Mattarella 

Ammesso che 5 Stelle e Partito democratico si accordino per non mandare il paese alle urne, resterebbe tutto da definire. Formule, programmi e personalità del governo, a cominciare dal suo capo. Senza dimenticare che i numeri di cui l’ipotetica maggioranza disporrebbe non sono amplissimi. Di Maio e Zingaretti contano 158 senatori a palazzo Madama, corrispondenti esattamente alla maggioranza assoluta. Poi, come sappiamo, ci sono i senatori a vita. E soprattutto i componenti dei gruppi Autonomie e Misto, tra cui gli esponenti di Leu, terza gamba dell’alleanza futuribile.

Ma chi può dire che i 158 voti esistenti sulla carta resistano realmente alle prove dell’aula del Senato? Qui si gioca infatti la partita interna alle forze politiche. Zingaretti non controlla direttamente i gruppi parlamentari, perché questi ultimi sono ancora di marca renziana. Anzi, l’iniziale e forse perdurante tiepidezza del segretario verso l’accordo coi 5 Stelle si spiega con la sua urgenza di fare nuove liste elettorali a propria immagine.

Posizione, come si sa, incenerita da Renzi, che con la consueta spregiudicatezza si è precipitosamente rimangiato gli hastag #senzadime contro l’apertura a Grillo. E che anche ieri ha ribadito in Senato il suo favore per la soluzione fumosa denominata “governo istituzionale”. Secondo lui, dovrebbe voler dire una compagine che nasce per sterilizzare le clausole di salvaguardia dell’Iva e fare la prossima legge di bilancio.

Zingaretti però non condivide questa prospettiva; sia perché sarebbe di respiro troppo corto e caricherebbe sulle spalle dei dem l’onere di una finanziaria impopolare, sia perché il segretario non si fida del Fiorentino. “Enrico stai sereno” indirizzato a Enrico Letta se lo ricordano bene al Nazareno. E ricordano anche l’impallinatura prima di Marini e poi di Prodi nella corsa al Quirinale del 2013. Siccome l’elezione del successore di Mattarella nel 2022 è una delle principali poste in gioco di questa crisi, chi può rassicurare qualcuno oggi per allora?

Il cerino a 5 Stelle e Pd

Un equivoco, intanto, ci sembra vada tolto di mezzo. È quello secondo cui il Presidente della Repubblica potrebbe non accontentarsi di una semplice maggioranza numerica, onde assegnare un incarico. Infatti, se Sergio Mattarella si assumesse la responsabilità di avanzare una simile pretesa, meglio sarebbe ove decidesse uno scioglimento immediato delle Camere.

Non accadrà, invece. Perché le forme istituzionali sono ancora quelle del parlamentarismo non razionalizzato, cioè (fuori dai denti) della partitocrazia: se prospetteranno un accordo a Mattarella, Di Maio e Zingaretti formeranno un governo. E perché, diversamente che nel recente passato (post 1994), l’alleanza che si è sciolta ieri era stata stretta dopo le elezioni e non prima. Non è stato un problema portare il Pds al governo nel 1995 dopo che aveva perso le elezioni col maggioritario l’anno prima, figuriamoci adesso.

Dire che occorre un patto di legislatura, cosa che nessuno può assicurare a Mattarella, serve solo a spingere 5 Stelle e Pd a gettare l’anima oltre l’ostacolo. Il più alto da superare è la legge di stabilità su cui, ad onta della propaganda, i governi europei hanno le mani legate. Salvini si prepara a sparare a zero, dall’opposizione, su scelte in larga misure obbligate. In attesa dei prossimi sondaggi e dell’ordalia elettorale, quando sarà.

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