Giorgia Meloni, replicando alle opposizioni nel corso del dibattito alla Camera in vista del Consiglio europeo di ieri e oggi a Bruxelles, cita stralci del Manifesto di Ventotene per prenderne le distanze e scoppia il finimondo. Pianti, stridori, grida all’eresia e ripetute urla di “Fascista!” all’indirizzo della presidente del Consiglio. Bagarre completa sino alla sospensione della seduta da parte del presidente di Montecitorio, Lorenzo Fontana, che riaprendola in seguito si è prodotto in una dichiarazione sottilmente riparatoria, non si sa se della dignità dell’Aula o della presunta sacralità del citato testo politico del 1941.
Nei commenti successivi, come nelle infuocate dichiarazioni rilasciate dagli esponenti di centrosinistra nell’immediatezza dell’intervento della premier, si è fatto un gran parlare delle possibili interpretazioni di quest’ultimo. È stato un diversivo per coprire le divisioni nella maggioranza sul piano di riarmo europeo di Ursula von der Leyen? Oppure, Meloni ha approfittato di un (desiderato più che effettivo) revival degli spiriti federalisti europei per riaffermare l’alterità della sua visione di Europa? Ovvero, la leader di Fratelli d’Italia si è tolta una semplice soddisfazione polemica?
Passiamo in rassegna ciascuna di queste ipotesi, tenendo presente che non sarà tanto nell’analisi di ciascuna di esse, quanto nella sintesi di tutte e tre che consisterà la nostra lettura del fatto.
Il diversivo, i leghisti e le difficoltà in Europa
Che si sia trattato di un diversivo è senz’altro possibile, anche perché la Lega di Matteo Salvini non perde occasione di smarcarsi in sede di comunicazione, salvo poi accodarsi in sede di decisione. Prendete l’esempio di ieri l’altro, appunto. Riccardo Molinari, capogruppo a Montecitorio della Lega, ha rilasciato un’intervista radiofonica prima di partecipare alla seduta della Camera. A Radio24 ha detto che il Parlamento italiano non avrebbe approvato una risoluzione che desse mandato alla presidente del Consiglio per accettare il piano di riarmo presentato dalla Commissione di Bruxelles.
Poche ore dopo, in Aula, Molinari ha affermato nel corso del dibattito che la Lega ha piena fiducia che Meloni faccia valere gli interessi italiani in sede di Consiglio europeo. Il bello è che, se richiesto, Molinari potrebbe sostenere che non ci sia contraddizione tra le due affermazioni. Questo sarebbe vero solo in parte, nel senso che il piano è destinato (se non a sgonfiarsi) a ridimensionarsi alquanto per ragioni intrinseche ad esso ed altre relative alla natura dell’Ue. Sarebbe parzialmente vero anche perché, come detto in premessa, la Lega si assume il mero compito, che si augura produttivo in termini di consenso, di rappresentare le ragioni generalmente disattese dalla pratica di governo. In tutti i casi, è vero pure che la risoluzione di maggioranza approvata dalla Camera non fa menzione di un riarmo di stampo europeo e che l’unica cornice di armonizzazione degli sforzi nazionali di rafforzamento degli investimenti nella difesa a cui fa cenno è quella della Nato.
Sicché, ammesso che Meloni volesse per davvero distogliere l’attenzione generale dai distinguo propagandistici del suo alleato più irrequieto, il riarmo europeo non è destinato a rappresentare un problema a brevissimo termine. L’Ungheria dell’amico Orbán continua a mettersi per traverso e lo slittamento a giugno delle decisioni in tal senso è probabile. Già ieri il Consiglio europeo ha rimosso il criterio della proporzionalità rispetto al Pil nazionale dei contributi all’armamento di Kiev contro Mosca, che restano comunque su base volontaria.
D’accordo la rivendicazione identitaria, ma…
L’occasione di marcare la differenza tra l’idea federalista di Europa del Manifesto di Ventotene, cara all’azionismo repubblicano e ai radicali più che non alla tradizione marxista e quella di Europa delle patrie (cioè intergovernativa), è stata oggettivamente sfruttata dalla presidente del Consiglio. Massimo Gramellini, nel suo “Caffè” sul Corriere della Sera di ieri, stigmatizzava la persistenza della premier nel rifiuto dello sforzo di fare suoi anche punti di vista diversi dal proprio, in ragione della responsabilità politica generale da lei attualmente rivestita. Quest’argomento, indubbiamente più solido delle accuse isteriche e francamente risibili di profanazione e quasi di apostasia elevate dalle opposizioni in Parlamento, non ci sembra nondimeno condivisibile.
Ci mancherebbe altro che, su una questione di massimo rilievo e importanza per il Paese quale il tipo di Unione europea che c’è e dovrà esserci in futuro, un leader politico, tanto più se investito di responsabilità di governo, non chiarisca la sua posizione. Semmai, si può contestare a Meloni di non rimarcare a sufficienza i difetti della costruzione europea dal suo punto di vista e non dire cosa intenda fare per cercare di correggerli a nome dell’Italia. D’altra parte, non si può non menzionare una critica più ragionata al modo con cui Meloni ha scelto di stigmatizzare il Manifesto di Ventotene, vale a dire citandone i contenuti più storicamente connotati (rivoluzione, sospensione della democrazia, soppressione selettiva della proprietà privata), anziché quelli di perdurante attualità (l’auspicabile o scongiurabile suggestione federalista europea).
Le critiche a Ventotene e lo show di Benigni
Lasciateci però ipotizzare che Giorgia Meloni abbia voluto prendersi una semplice soddisfazione polemica. E qui bisogna nominare lo show federalista europeo di Roberto Benigni, andato in onda su Rai1 proprio poche ore dopo la polemica meloniana e le reazioni sdegnate delle opposizioni.
Non potendo evitare la predica dell’attore (in un’emittenza pubblica comunque tacciata di essere di regime), la premier, evidentemente a conoscenza del soggetto dello spettacolo (sicuramente registrato), l’ha prevenuta. Perché, se le posizioni rispettive della presidente del Consiglio e di un attore pure quotato e famoso non sono ovviamente paragonabili, non sono poche le incongruenze di merito e finanche personali del sermone di Benigni. Elevare il contributo di intellettuali e politici come Rossi, Spinelli e Colorni a fondamento dell’Europa è come minimo presuntuoso sul piano politico e non intellettualmente onesto dal punto di vista storico, giacché i confinati dal fascismo offrirono un rilevante esempio civile, ma non ebbero alcun ruolo nel processo d’integrazione comunitaria, di là da venire di quasi vent’anni e a carattere rigorosamente intergovernativo. Quanto a Benigni, la tradizione comunista dalla quale proviene ha scoperto l’europeismo solo quando la decadenza dell’utopia sovietica era da tempo iniziata.
Il dissenso non può bastare
In conclusione, facciamo sintesi. E diciamo che Giorgia Meloni ha tutto il diritto di dissentire rispetto a un’idea di costruzione europea che dissolva gli Stati nazionali, ipotesi d’altronde affatto realistica e che, ove alimentata, rischia di precludere la via del possibile e dell’utile.
Il problema, però, resta se lei sia in grado di incidere su certe dinamiche, come detto correggendole. Questo dipende non solo dalla sua caratura personale, che ha già stupito per dinamismo e comunicativa, ma anche dal peso del nostro Paese e dalla convergenza nazionale su questa linea. La polemica nei confronti del Manifesto di Ventotene e dei suoi corifei ci può stare, ma serve di più.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







