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Giorgia Meloni: i sonni agitati della premier, tra il tetto agli studenti stranieri e la mancata riduzione del deficit

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Giorgia Meloni (foto dal profilo Facebook)

Giorgia Meloni è incalzata dai sempre più pressanti echi elettorali, che come ogni buon incubo la tormentata sognatrice finisce per auto-alimentare. Intanto, mentre prova a riappropriarsi di un tema identitario e immediatamente riconoscibile come l’esorbitanza linguistica straniera nelle scuole, la premier si vede scoppiare tra le mani la grana della mancata uscita anticipata dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo.

Dall’informazione al Quirinale

Entrambe le questioni sono più sfaccettate di quanto non sembri e si lasci generalmente intendere. Noi ci sentiamo di dare a Meloni un consiglio non richiesto e che non osiamo sperare le pervenga, almeno direttamente, come nostro. La premier sa che l’informazione le è per lo più ostile e, bene che vada, severa nella critica, a parte il Tg1 della Rai, La Verità di Belpietro e i tre quotidiani della famiglia Angelucci (Libero, Il Tempo e Il Giornale). Per questo, rilanciare continuamente su temi di forte impatto e polarizzazione è già un’opzione rischiosa, forse però avvertita da Palazzo Chigi come in qualche modo obbligata dalla concorrenza a destra e dalla tradizionale indisponibilità degli italiani a dare lo stesso colore a due legislature consecutive.

Il nostro suggerimento, comunque, è di evitare di coinvolgere il presidente della Repubblica, come in occasione della rievocazione della sua circolare da ministro dell’Istruzione del 1990 sull’integrazione graduale degli alunni senza conoscenza della lingua italiana. Soprattutto ragioni personali, a parte quelle istituzionali, consigliano di chiamarlo in causa il meno possibile. Meloni, piuttosto, rimproveri il suo vicepresidente Matteo Salvini per avere prima messo voti e faccia sul bis di Sergio Mattarella e poi candidato all’Europarlamento il generale Roberto Vannacci.

Deficit e presunzione

Cominciamo dal deficit ancora al 3,1%. In merito, si pone un problema quasi di autolesionismo del Governo e, per chi come noi ne considera dall’esterno la condotta, un altro d’interpretazione. Quasi di masochismo, perché erano stati sia la presidente Meloni sia il suo ministro dell’Economia, lo stimato esponente leghista Giancarlo Giorgetti, ad esporsi prevedendo l’uscita anticipata (rispetto al prossimo anno, concordato con Bruxelles) dalla procedura d’infrazione. Diceva Platone che tutti facciamo dei calcoli e poi li chiamiamo speranze. Qualcosa è andato storto: i calcoli erano sbagliati e le speranze malriposte. Essere ambiziosi è il segreto per migliorarsi, ma ove l’ambizione venga sbandierata e poi frustrata si patisce un danno d’immagine, evitabile con un poco di accortezza. Tanto più che appare probabile che le conseguenze concrete, per il Paese, siano praticamente nulle.

Il problema d’interpretazione a cui si accennava riguarda specificamente un contesto politico-culturale come quello italiano. Tenuto conto che, secondo l’informato parere espresso da Carlo Cottarelli sul Corriere della Sera di ieri, la Commissione Ue e l’Ecofin potranno comunque consentire all’Italia tutte le spese per investimenti in efficientamento energetico e armamenti (clausola di salvaguardia, 36 miliardi di euro), sembrano trovare cittadinanza alcuni sospetti sull’apparente delusione del governo Meloni. Ad esempio, dice qualcuno, la pendenza della spada di Damocle dell’infrazione potrebbe aiutare palazzo Chigi e il Mef a difendere i conti dal tradizionale assalto alla diligenza in cui i partiti si producono in occasione della sessione di bilancio.  Altri, in modo se possibile più contorto, si spingono a immaginare che il tema del rinvio della promozione possa essere utilizzato da Meloni come alibi per contenere la destinazione di fondi al riarmo, che si dice assai impopolare.

Se volete sapere la nostra, si tratta di speculazioni senza fondamento e che s’ingigantiscono nel circo mediatico-parlamentare. Anche tirare in ballo l’Istat (era avvenuto già lo scorso aprile), come ha fatto la maggioranza per la stima dei conti tacciata di essere stata inopinatamente prudente, sembra una reazione riflessa più che un attacco deliberatamente polemico. La legge di bilancio, l’ultima del governo Meloni perché quella dell’anno elettorale, sarà un bel banco di prova per la tenuta della maggioranza, per i rapporti con i tecnici e, soprattutto, per le condizioni del Paese in un frangente internazionale eccezionalmente turbolento.

Alunni stranieri e famiglie

Veniamo alle nuove norme sulla scuola (composizione delle classi, sostegno linguistico di alunni e famiglie, libri di testo). Il decreto-legge è stato varato dal Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio. Le disposizioni (valide anche per i ragazzi comunitari e a regime dal prossimo anno scolastico) non riguardano genericamente tutti gli stranieri, ma distinguono in base alla nascita e al percorso di studi pregresso. Nella primaria, si applicano agli studenti stranieri nati fuori dall’Italia e che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle scuole secondarie, gli alunni interessati sono quelli non italiani che non abbiano sostenuto con profitto almeno tre anni del percorso nazionale d’istruzione.

Il principio generale è quello dell’equa distribuzione di questi studenti e una presenza non superiore al 30% del totale in ciascuna classe. Si richiede anche che quanti vengono inseriti nel corso degli anni scolastici e abbiano le stesse esigenze di sostegno linguistico e didattico non siano concentrati nella medesima classe. Ove il limite non possa essere rispettato, è previsto un coordinamento dei dirigenti scolastici e degli uffici scolastici territoriali, salvaguardando il principio di prossimità e le esigenze delle famiglie. Per gli istituti che non riescano ad adeguarsi, viene stabilito un fondo destinato ad attività extracurricolari di potenziamento dell’italiano, finanziato con quasi 3,5 milioni di euro nel 2027 e 14 milioni nel 2028.

Per quanto riguarda le difficoltà linguistiche delle famiglie che ne pregiudichino le relazioni con i docenti e gli istituti, niente automatismi né per la prescrizione di corsi integrativi gratuiti (presso i Cpia, Centri provinciali per l’istruzione degli adulti), decisa dai Servizi sociali su segnalazione delle scuole, né per le sanzioni pecuniarie in caso d’inadempienza, che non saranno disposte solo ricorrendo per i genitori giustificati e comprovati motivi di salute ostativi alla frequenza.

L’intento è di recuperare consensi, ma…

Per completezza, pur senza essere esaustivi, menzioniamo tra le altre norme sulla scuola il pubblicizzato divieto assoluto di volto coperto (niente burqa e niqab sebbene non letteralmente nominati, mentre il velo rimane consentito) per tutte le attività curricolari ed extracurricolari, nonché per l’intrattenimento delle relazioni tra gli istituti e le famiglie. E i maggiori fondi per la fornitura gratuita o parzialmente gratuita dei libri di testo agli studenti meno abbienti (il limite Isee per accedere ai contributi del primo anno delle medie inferiori e del secondo ciclo delle medie superiori sale da 30 a 40mila euro).

Diciamo che, se definire il provvedimento del Governo come il proverbiale topolino partorito dalla montagna sarebbe ingeneroso, è comunque innegabile che si tratti soprattutto di un tentativo di mobilitazione dell’elettorato più scontento del moderatismo meloniano. In realtà, i problemi sottesi sono in massima parte fattuali e le motivazioni di principio sono per lo più accampate come alibi o come diversivo. Alfabetizzare gli alunni stranieri prima d’inserirli nelle classi con gli italiani dovrebbe essere scontato, ma farlo costa soldi, organizzazione e fatica. Evocare l’incostituzionalità da una parte e lasciare intendere “L’Italia agli italiani” dall’altra sono solo tentativi di aggirare problemi reali. Auguriamoci, in ogni caso, l’impegno attuativo e il successo dell’iniziativa del governo Meloni, dopo che molte altre compagini governative avevano lasciato correre.

Niente ritorni al passato, né ossessione per i sondaggi

Giulio Andreotti, emblema della Repubblica dei partiti, aveva presieduto una volta tre governi consecutivi (1976-1979) e un’altra volta due (1989-1992), in entrambi i casi nell’arco di due anni e mezzo. La cronica instabilità dell’Esecutivo e la quasi assoluta autoreferenzialità dei politici di professione, che ripensate da lontano ci sembravano mali endemici, oggi, con il governo più longevo della storia repubblicana in carica, sembrano quasi rimpiante da mezza Italia e temute come ineluttabili ritorni dall’altra metà.

Che la sinistra si auguri qualche forma di ripresa di quel mondo non sorprende più di tanto, in fondo una certa sufficienza nell’approccio al popolo e l’idea che la politica sia una cosa troppo seria per lasciarla alla sovranità popolare è un abito mentale delle sue classi dirigenti da sempre. Dalla destra sarebbe lecito attendersi, forse, più decisione nelle scelte e meno disponibilità a prestarsi allo stillicidio quotidiano dei sondaggi. C’è da augurarsi, insomma, che Giorgia Meloni si liberi al più presto degli incubi elettorali che ne inquietano le notti.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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