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Giorgia Meloni: la premier prova a tenere a bada i capricci del dispettoso Trump, ma…

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Giorgia Meloni (foto dal profilo Facebook)

Giorgia Meloni: mentre a nome dell’Italia nel vertice di Antibes ha portato avanti col capo dello Stato Francese Emmanuel Macron un rapporto insieme amichevole e competitivo nel solco della storia, dell’Unione europea e del Trattato del Quirinale, la presidente del Consiglio prova a tenere a bada anche i capricci di Donald Trump. Spiace doversi occupare di piccole miserie personali, come la sceneggiata recitata dal presidente Usa dopo il G7 di Evian, ma non se ne può fare a meno.

A sentire i media, Meloni era convinta che le provocazioni del presidente Usa non fossero finite con l’accusa rivoltale di avere mendicato una foto per accreditarsi non si capisce bene presso chi. E, puntualmente, un collaboratore del capo della Casa Bianca ha piantato subito un’altra grana in danno di palazzo Chigi. Stiamo parlando del segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.

Diciamocelo francamente: il segretario della Nato non soltanto si sente personalmente, ma è anche oggettivamente alle dipendenze del presidente degli Stati Uniti, che sono come il pianeta dell’Alleanza atlantica di cui gli altri membri sono i satelliti. A nulla è valso che l’ex primo ministro dei Paesi Bassi avesse coltivato nel recente passato buoni rapporti personali con Meloni, non alieni addirittura dalla galanteria. La politica non è un esercizio di stile e i rapporti di forza vengono strettamente rispettati.

Lo sgambetto di Rutte

La “trovata” di Rutte, ricevuto dal tycoon a Washington in vista del meeting dell’Alleanza atlantica di Ankara il prossimo 7 luglio, è stata sparata durante un’intervista all’emittente televisiva Fox News e nel contesto di un intervento presso il think tank Atlantic Council. In sostanza, ha spiattellato con la massima approssimazione che dalle basi americane in Italia sarebbero decollati 500 voli militari con destinazione l’Iran, bersaglio dell’aggressione militare israelo-statunitense denominata “Epic Fury”. Così, ha smentito la narrativa interna e internazionale del sostanziale rifiuto di partecipazione degli alleati all’aggressione della Repubblica islamica, fatta dagli Usa per conto d’Israele. Rutte, curiosamente, si è riferito alla cooperazione solo dell’Italia e della Romania.

Apriti cielo! Il ministero della Difesa e Palazzo Chigi hanno smentito che quanto è stato autorizzato abbia ecceduto i limiti dei trattati e degli altri accordi che regolano la materia: più precisamente, hanno chiarito di avere avallato solo operazioni non cinetiche, cioè di supporto tecnico, logistico e di sorveglianza. Le opposizioni hanno subito inveito contro il Governo, tacciandolo di contegno menzognero e (con sprezzo del ridicolo) d’incostituzionalità.

L’Iran ha chiesto spiegazioni, tenuto conto anche che ha sempre considerato il nostro Paese un interlocutore europeo non pregiudizialmente ostile. L’improvvido Rutte ha poi rettificato, tramite una portavoce dell’Alleanza, confermando la versione nazionale secondo cui il Governo non ha autorizzato missioni offensive dal proprio territorio. L’olandese era stato così approssimativo nella sua boutade, che aveva imputato all’Italia praticamente l’intero numero di missioni aeree americane partite da basi Nato europee. Un’approssimazione ricercata?

Il problema degli Usa è Israele…

È abbastanza probabile che la mossa di Rutte sia, perlomeno di default, parte della ripicca di Trump contro Meloni. Una ripicca finta, perché non motivata: infatti, fintantoché il presidente americano non si è reso conto che l’uscita dal ginepraio iraniano sarebbe costata agli Usa in termini d’immagine e di prestigio molto più dell’entrata, non se l’era presa più di tanto. Certo, si era lamentato che gli alleati di Washington non volessero sminare Hormuz senza una previa cessazione delle ostilità e un percorso concordato con Teheran, ma era qualcosa di scontato e macchiettistico. Il capo della Casa Bianca sa che la Nato è un’alleanza meramente difensiva sul teatro europeo, la cui sopravvivenza egli stesso minaccia a parole praticamente da quando si è affacciato alla politica.

Trump non può dire la verità e non tanto perché ciò equivarrebbe ad ammettere di essersi sbagliato, quanto perché vorrebbe dire attirare su Israele ancora più ostilità, quando la politica mediorientale americana è volta a ridurre alla sostanziale impotenza militare tutti gli Stati che lo osteggiano. Dopo l’Iran, se e quando sarà piegato a dovere, verrà il turno della Turchia e poi magari della stessa Arabia Saudita. Dagli sciiti si tornerà ai sunniti, perché è tutto l’Islam in fondo a mal sopportare lo stabilimento dello Stato ebraico in Palestina.

Non imploriamo, ma ci adeguiamo

In conferenza stampa con Macron, su sollecitazione dei giornalisti, la presidente del Consiglio è tornata sul caso Rutte. Lo ha fatto per dire che il segretario generale della Nato si è lasciato andare ad un’entusiastica ricostruzione del ruolo dell’Italia in ambito Nato, salvo poi essere costretto a rettificarla. Meloni ha anche detto che, se avesse ragione l’olandese, non si spiegherebbero le continue recriminazioni di Trump. Comunque, abbiamo apprezzato la presidente Meloni soprattutto quando, rispondendo al primo attacco del tycoon dopo l’ultimo G7, ha fatto un breve post filmato sui suoi account per dire che lei e l’Italia non implorano mai.

Se fossimo in Giorgia Meloni, eviteremmo invece di fare affermazioni apodittiche consistenti nella completa accettazione dei desiderata americani, che nel caso del Medioriente sono doppiamente altrui perché prima di tutto israeliani. Dire, come ha fatto sempre anche Meloni: “Siamo tutti d’accordo che l’Iran non debba possedere l’arma nucleare”, è una frase in sé e per sé priva di senso.

Tutti chi? E perché? Continuare a dividere il mondo in “Noi” e “Loro”, senza peraltro essere poi conseguenti nel limitarsi a coltivare la propria porzione di terra, aumenta e non diminuisce le probabilità di conflitto. Il disarmo, poi, è qualcosa di estremamente difficile da realizzare in pratica e che, in termini di principio, non si giustifica al di fuori di una cornice di bilanciamento e reciprocità. Un conto è ripensare la non-proliferazione, un altro dare lettere patenti come gli imperatori d’antan.

“Noi” vogliamo l’Iran senza l’atomica dimodoché lo si possa controllare, sanzionare e all’occorrenza largamente spianare, ma questa non è un’impostazione genericamente da statisti, bensì da statisti nemici della Repubblica islamica. Dire che l’Italia – come gli altri Paesi dell’Ue, sia chiaro – vuole la limitazione dell’armamento iraniano, ma non partecipa attivamente alle operazioni per contrastarlo in quanto sarebbero illegittime, è una contraddizione vistosa. È illegittimo pretendere di stabilire unilateralmente chi possa fare cosa: tutto il resto viene di conseguenza.

L’Occidente caricatura della Christianitas

La Russia come nemico valoriale e l’Iran come nemico esistenziale sono posizioni non nostre nella loro perentorietà, ma che subiamo disciplinatamente. Giorgia Meloni – democratici o repubblicani e Trump amico o dispettoso – le sostiene costi quel che costi all’ombra dell’ambigua nozione di «Occidente». Dovrebbe essere il surrogato della «Christianitas» di un tempo, mentre al massimo ne rappresenta la caricatura.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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