Michelle Obama sarà l’asso che spariglierà le carte delle presidenziali americane di novembre? Sono in molti nell’universo democratico statunitense a pensarlo. O meglio ad augurarselo perché, come diceva Platone, tutti facciamo dei calcoli che chiamiamo speranze.
Ammesso comunque che l’ex first lady decida di scendere in campo a favore dell’attempato candidato dem Joe Biden, resterebbe da vedere in quale forma. Il ticket, la suggestione a cui tutti pensano subito, non sembra nondimeno l’ipotesi più probabile. Vediamo perché, prima di cercare di capire cosa fa della signora Obama un serio grattacapo per Donald Trump, già alle prese col Covid-19 e la crisi economica conseguente.
Amici di famiglia
Il legame tra gli Obama e i Biden risale ai due mandati alla Casa Bianca del primo presidente afroamericano degli Usa. Il candidato democratico “in pectore” è stato vice di Barack Obama dal 2009 al 2016. Quasi 78enne, ha alle spalle anche oltre 30 anni al Senato in rappresentanza dello Stato del Delaware. Pochi mesi fa è stato indirettamente protagonista (tramite il coinvolgimento del figlio Hunter) dello scandalo ucraino, con cui il suo partito ha tentato l’impeachment di Trump. Figura non caratterizzata da particolare carisma (almeno mediatico), si è imposta a sorpresa nelle primarie democratiche. Ma i maggiorenti del partito e anzitutto i suoi sfidanti, tutti caratterizzati da profili più marcati, si sono convinti che la sua personalità sfumata possa giovare alla causa.
Scontato l’endorsement di Barack Obama, col quale Biden ha dato vita ad uno dei sodalizi presidenziali più riusciti, ci si interroga ora riguardo all’atteggiamento di sua moglie Michelle. Infatti, da quando Biden ha dichiarato di volere una donna al proprio fianco come vice, quasi non si parla di altre in campo democratico. Soprattutto perché le alternative prese in considerazione non sembrano scaldare né la base tradizionale, né fuori di essa.
Michelle: i sì e i no
L’ex first lady gode infatti di una popolarità altissima, decisamente inarrivabile per qualsiasi altra personalità non soltanto politica. Il suo gradimento è tuttora nell’ordine del 70%. Secondo un’indagine di Yougov del luglio scorso, avrebbe strappato ad Angelina Jolie la palma di donna più ammirata a livello globale. E dal 6 maggio sarà protagonista su Netflix del documentario Becoming, tratto dalla sua autobiografia del 2018, un bestseller che con lo stesso titolo finora ha venduto 3 milioni di copie solo negli States.
Nonostante Biden abbia affermato anche pubblicamente che la prenderebbe di corsa in tandem con sé, Michelle non sembra però aver cambiato idea. Vale a dire: nessun impegno politico diretto. La conferma arriva da una fonte si sicura attendibilità come Valerie Jarrett, ex consigliere del presidente e confidente degli Obama.
L’ombra di Hillary
Bisogna tener conto che la vicepresidenza degli Stati Uniti non è un incarico formale. Il vice può dover succedere nella carica, come accaduto a Johnson nel 1963 e a Ford nel 1974. Inoltre, data l’età avanzata in cui Biden (ove eletto) assumerebbe l’ufficio, anche la possibilità di una staffetta tra un mandato e l’altro sarebbe elevata. Evidentemente, gli anni trascorsi al fianco del marito a Pennsylvania Avenue suggeriscono a Michelle un impegno più defilato. Senza dimenticare l’enorme delusione cui è andata incontro giusto 4 anni fa Hillary Clinton. E chissà se gli Usa siano pronti per davvero a una donna comandante in capo di un Paese che in qualche guerra è quasi sempre coinvolto.
La dote di Michelle
Né il Partito Democratico, comunque e nemmeno lo stesso Biden si priveranno di un aiuto tanto importante. Michelle Obama è in grado infatti di apportare 2 contributi fondamentali.
Per prima cosa, grazie alla sua straordinaria popolarità e alla sua padronanza dei media, l’ex first lady può convincere un sacco di americani a recarsi alle urne. Negli States, è bene non dimenticarlo, per votare bisogna prima essersi registrati: cioè, in qualche modo prenotati. In più questa campagna, ad onor del vero bipartisan (“When we all vote”), punta anche a convincere ancora più Stati a consentire il voto postale. Così, in tempi di pandemia, potrebbe rivelarsi una risorsa decisiva per incentivare la partecipazione.
In secondo luogo, il nome di Michelle promette di mobilitare e catalizzare il voto della comunità nera. Ne è prova l’esplicito invito del reverendo Al Sharpton, leader afroamericano che dichiara addirittura di pregare Dio perché la signora Obama non si tiri indietro.
Coraggio e ambizione
Ma a questo punto, quanto sappiamo effettivamente di Michelle? Nata a Chicago nel 1964 in una famiglia (LaVaughn Robinson) di modeste condizioni, si è laureata a Princeton e alla Harvard Law School. Si è sempre interessata, anche professionalmente, al sociale e al no-profit. Il matrimonio col futuro 44° presidente degli Stati Uniti viene celebrato nel 1992. Dall’unione nascono le 2 figlie Malia (1998) e Sasha (2001). La campagna presidenziale del 2008 l’ha vista spendersi al fianco del marito, occupandosi più delle preoccupazioni della gente che della sfida contro il repubblicano John McCain. La condizione femminile e l’appartenenza alla minoranza nera hanno segnato la vita di questa donna insieme comune e straordinaria. Oltre, naturalmente, al coraggio e all’ambizione.
Michelle e il sogno americano
Insomma: la storia di Michelle Obama, come già quella del marito 12 anni fa, è l’ennesima declinazione del “sogno americano”. È l’impossibile che si realizza. E la sua lezione è: ognuno impari a custodire la propria storia, diventando ciò che desidera, cioè possibilmente se stesso. Dovrebbe essere sufficientemente chiaro, a questo punto, sia perché Trump e i Repubblicani debbano temere l’impegno dell’ex first lady, sia perché lei preferisca un impegno non diretto. Michelle Obama dà il meglio di sé motivando, suggerendo, ispirando. Anche Biden sembra averlo capito e, così, la corsa alla riconferma alla Casa Bianca di the Donald appare meno scontata.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








