Mimmo Lucano: la recente sentenza di condanna dell’ex sindaco di Riace ha scaldato gli animi. Partendo da Vauro che scrive: “condannato per crimini a favore dell’umanità” e “colpevole di solidarietà”, fino al presidio piacentino di sabato 2 ottobre sotto lo slogan “Riace non si arresta”.
Il Tribunale di Locri, raddoppiando la richiesta dei Pubblici ministeri e irrogando al politico calabrese 13 anni e 2 mesi di reclusione, ha davvero calcato la mano? Proviamo allora ad esaminare la sentenza, della quale abbiamo solo il dispositivo, perché per la motivazione occorrerà attendere 90 giorni.
Innanzitutto Mimmo Lucano non è neppure stato assolto per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento di matrimoni di comodo. I Pm infatti avevano ritirato l’accusa durante il dibattimento. È invece stato condannato per reati contro la pubblica amministrazione, la pubblica fede e il patrimonio; e per associazione a delinquere finalizzata a commettere un numero indeterminato di delitti, falso in atto pubblico e in certificato; truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; abuso d’ufficio e peculato.
La richiesta dei Pm
L’accusa si era limitata alla richiesta di sette anni e qualche mese, partendo dal ragionamento della continuazione. Secondo il nostro Codice penale, se commetti più reati, ma seguendo un “unico disegno criminoso” hai diritto ad un conteggio della pena più favorevole. Si applica la pena relativa al reato più grave e la si aumenta “per la continuazione” di quello che il giudice ritiene opportuno.
Per i Pm il reato più grave era il peculato, punito con una pena da quattro a dieci anni. Erano partiti dalla pena minima (quattro anni) e l’avevano aumentata fin quasi al doppio per effetto della continuazione. Calcolo più che corretto, ma che non ha convinto il collegio giudicante che ha invece ragionato diversamente.
I conti della sentenza
I giudici di Locri hanno ritenuto invece di trovarsi di fronte a due disegni criminosi, tra loro non riuniti dal vincolo della continuazione. Per il primo hanno ritenuto il reato più grave quello di peculato (chi si appropria di fondi pubblici dei quali ha la disponibilità). Riunito a questo alcuni dei reati contestati, hanno ritenuto equo applicare una pena di 10 anni e 4 mesi di carcere. Dunque non sono partiti dalla pena minima di 4 anni, ma da una pena superiore e l’hanno aumentata per la continuazione. Del resto, sembra che Mimmo Lucano – pur non avendo intascato nulla – abbia contribuito alla sparizione della somma di 800mila euro; somma che non consentiva di partire dal minimo della pena.
Il secondo “disegno criminoso” riguardava un altro gruppo di reati comprendente tre abusi d’ufficio (ritenuto il reato più grave) e un falso in certificato; mentre un abuso d’ufficio è stato riqualificato in truffa aggravata per conseguire erogazioni pubbliche. Per il secondo gruppo, il Tribunale ha ritenuto equa la pena di due anni e 10 mesi, arrivando così alla pena complessiva di 13 anni e due mesi. A Lucano, come a nessuno degli altri 26 imputati, non sono state concesse le attenuanti generiche. Non sappiamo se perché lo stesso non fosse più incensurato o per altri motivi.
Nessun intento politico
Premesso che per dare un giudizio sulla sentenza non è sufficiente leggerla senza conoscere gli atti del giudizio, ci sembra comunque di poter escludere intenti persecutori di stampo politico. Mimmo Lucano oggi non è più del Pd. E corre a fianco di De Magistris per conquistare un seggio al Consiglio regionale della Calabria. Dunque ci pare molto complicato collegare la condanna dell’ex sindaco alle elezioni.
Delle due l’una…
Che cosa può essere successo, invece? A nostro parere i casi sono due: o il tribunale (collegiale, dunque composto da tre giudici che devono discuterne in camera di consiglio) è davvero convinto della bontà delle sue conclusioni, per cui non c’era un unico disegno criminoso; di conseguenza, Mimmo Lucano – che pure, anche secondo il Gip, non ha intascato un euro pubblico – si è reso colpevole di questa serie di reati e pertanto deve pagare il suo errore.
Oppure il Tribunale di Locri ha fatto un altro ragionamento. Oggi decidiamo vicino ai luoghi dove i delitti sono stati commessi. E occorre che la Giustizia dimostri tutta la sua inflessibilità (anche se i quasi otto anni chiesti dai Pm non erano acqua fresca). Fra qualche anno, dato che certamente il Lucano farà appello, la decisione spetterà alla Corte d’appello, più lontana nel tempo e nello spazio. E allora il Lucano potrà vedere una diminuzione anche significativa della pena irrogata.
Da Locri a Piacenza
Discorso logico? Forse no, ma l’abbiamo visto applicato spesso anche a Piacenza, quando il delitto aveva molto colpito l’opinione pubblica. Poi la corte di Bologna ha stemperato e manzonianamente sopito… molto tempo dopo.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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