Opinioni

Museo sul fascismo a Roma: un’occasione mancata?

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Museo sul Fascismo a Roma: l’idea è stata soffocata nella culla. Anzi, è abortita e lascia l’impressione (per quanto vaga) di un’ennesima occasione mancata. Concepita come mozione presentata da tre consiglieri capitolini del Movimento 5 Stelle, su richiesta del sindaco Virginia Raggi è stata ritirata prima ancora di essere discussa. Naturalmente, a suon di sproloqui inevitabili sull’antifascismo della Capitale e sull’insindacabilità delle credenziali democratiche romane.

Parliamo di sproloqui perché, a mente fredda, non si capisce cosa c’entrino le credenziali democratiche della città o addirittura del Paese con un museo. C’entrano, in realtà, con l’Italia che non riesce a fare i conti col proprio passato, a far fronte al presente e soprattutto ad immaginarsi un futuro comune, cioè nazionale.

Diciamo subito che un’iniziativa come quella della mozione consiliare ce la si poteva risparmiare, essendo noto in anticipo come sarebbe andata a finire. A meno che, ovviamente, lo scopo dei promotori non fosse ottenere visibilità. Oppure semplicemente rimarcare che il Movimento 5 Stelle è trasversale e può quindi allearsi con tutti e con nessuno.  

Mozione un po’ stravagante 

La mozione, a firma dei tre pentastellati Gemma Guerrini, Massimo Simonelli ed Andrea Coia sembrava singolare non solo perché chiaramente destinata a venire subito archiviata. Era anche scritta, a tratti, in un modo che non sapremmo definire se non kitsch. Accanto, infatti, ad opportuni riferimenti alle finalità storico-didattiche dell’auspicato museo, che avrebbe dovuto essere affiancato da un centro studi di alto livello scientifico, trovavano spazio espressioni surreali.

Ad esempio, quella secondo cui l’istituzione sarebbe dovuta fungere da attrazione per scolaresche, curiosi, appassionati e turisti. Per tornare poi alla “gravitas” di contenuti e toni, attribuendo all’iniziativa addirittura una funzione catartica della memoria storica collettiva.

Museo sul fascismo e intolleranza

Se comunque alcune parole della mozione dei tre consiglieri 5 Stelle disorientavano, altre contenute nelle reazioni degli opponenti destano pure perplessità. Ci riferiamo al comunicato del comitato provinciale romano dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). A parte la prevedibile contrarietà dell’associazione all’iniziativa, colpiscono due considerazioni proposte dagli eredi dei reduci della guerra di Liberazione.

La prima è la preoccupazione che, non prevedendo espressamente un’esposizione incentrata sui crimini del fascismo, la mozione relativa al museo lasciasse teoricamente spazio in esso anche per l’enumerazione di alcune cose buone fatte dal regime mussoliniano. La seconda consiste nell’asserita impossibilità di pronosticare la democraticità della prossima giunta capitolina, cui la mozione delegava la responsabilità del varo del museo sul fascismo.

Cose buone e condanna

Quanto alle “cose buone” fatte anche dal fascismo, si tratta di una considerazione persino ovvia. Affermare l’impossibilità di sostenere un’ovvietà tradisce un’impostazione ideologica che non può giovare. Non sopportare che il riconoscimento della validità di alcune realizzazioni coesista con la condanna complessiva e fondamentale della tragica esperienza politica e storica fascista manifesta fin troppa intolleranza.

A proposito, poi, della patente di presentabilità democratica delle prossime giunte di palazzo Senatorio, in uno Stato democratico e costituzionale sono ammesse alle elezioni le liste che soddisfano i requisiti di legge. Se si avranno delle rimostranze da fare si faranno, al momento della presentazione delle liste, alle autorità competenti. Ma rivendicare a private associazioni la presunta titolarità a giudicare insindacabilmente l’agibilità politica altrui è un po’ troppo…

Interessi e ideologie

Una buona osservazione conclusiva è che sarebbe senz’altro meglio lasciare i giudizi storici agli storici. Sembrerebbe una tautologia, se non fosse per una peculiarità italiana affatto trascurabile. E cioè che la Repubblica Italiana si è sempre ritenuta fondata sull’antifascismo: al punto che il 25 aprile è tuttora considerato più del 2 giugno, nell’ambito delle ricorrenze civili.

Insomma, poiché un giudizio storico, qual è oggettivamente la condivisibile pregiudiziale antifascista, si colloca addirittura a fondamento dello Stato, risulta impossibile la riserva dei giudizi storici agli esperti che pure giudicavamo opportuna. E com’è possibile che un giudizio storico fondi il presente ed ambisca condizionare il futuro del Paese? È semplice: negando che il fenomeno al quale questo giudizio si riferisce sia per l’appunto storico, cioè concluso.

Domandarci perché il passato non solo ci condizioni (com’è inevitabile), ma minacci anche di diventare un tema d’attualità, appare allora decisivo. E la risposta, secondo noi, consiste nel mancato radicamento del senso nazionale. Dividerci aspramente in nome delle ideologie cela l’indisponibilità a pensarci insieme, soggetti ad una comune disciplina, in cammino verso un destino comune.

Avanti divisi

A questo proposito, l’esperienza del passato è quantomai istruttiva. Pensiamo all’epurazione dei funzionari fascisti dopo il 1943 e nei primissimi tempi della Repubblica. Era una responsabilità in mano ai comunisti, i più irriducibili avversari del fascismo e le principali vittime politiche della sua repressione.

Ebbene: nonostante Togliatti guardasigilli e Scoccimarro e Grieco commissari aggiunti, l’epurazione è stata giudicata, anche in ambito comunista, un’occasione mancata. Perché? Non basta riferirsi alla doppiezza e al realismo togliattiani. Bisogna ammettere che tanto più l’ideologia viene brandita, tanto più viene piegata a celare interessi concreti. Interessi dei quali magari non si va fieri, ma ai quali nondimeno non si riesce a rinunciare.

Più che non sapere fare i conti col passato, come dimostra la vicenda del museo sul fascismo, noi italiani fatichiamo ad ammettere che il nostro principale difetto attuale è lo stesso del tempo del fascismo e di ben prima. Amiamo dividerci fra noi. Questa propensione non si è fatta ancora storica e non possiamo purtroppo relegarla in nessun museo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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