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Napoleone a Piacenza: Massimo Solari ci racconta il grande Còrso

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Napoleone a Piacenza. Nel bicentenario della morte del grande Còrso (5 maggio 1821) sta uscendo in libreria l’ultimo lavoro di Massimo Solari. Pubblicato da Le Piccole Pagine dell’editore Sandro Beretta, è dedicato appunto ai pochi giorni passati nella nostra città dal futuro imperatore nel 1796. Un volume agile e dal passo giornalistico, impreziosito dalla prefazione di Corrado Sforza Fogliani.

Come presentare Napoleone a Piacenza? Senza pensarci due volte, e senza falsi imbarazzi, abbiamo scelto la formula più diretta: un’intervista al nostro noto collaboratore, che scrive per Il Mio Giornale fin dalla sua nascita.

La prima domanda sembra la più ovvia, ma non è mai banale: perché hai scritto questo libro?
“Sono appassionato di Napoleone da sempre, per cui la scelta era obbligata. Devo ammettere che di questo particolare episodio sapevo poco prima di mettermi a scrivere”.

Cos’ha fatto Napoleone a Piacenza?
“Guarda, lui poco o niente: si è fermato qui due notti e un giorno, alla vigilia della battaglia di Lodi. Caso vuole che siano gli stessi giorni nei quali esce il libro e del bicentenario della sua morte, tra il 5 e il 10 di maggio del 1796. Ma l’arrivo dell’esercito francese, in pochissimi giorni, ha cambiato davvero tutto”.

Come mai?
“Piacenza era una città che definire sonnacchiosa è un eufemismo. Poco mancava che lavorasse ancora l’Inquisizione. Basti dire che i frati domenicani di San Giovanni in Canale richiamano una giovane nobildonna, Daria Dalla Rocca perché si era permessa di dichiararsi partigiana dei Diritti dell’Uomo. Se oggi manifestiamo per il parco della Pertite o per gli orti di via Campesio, all’epoca si scendeva in piazza perché i piacentini erano contrari ai numeri civici che l’amministrazione voleva introdurre. L’arrivo di questa ondata di soldati cenciosi e affamati ma guidati dai principi rivoluzionari ha scosso la città dalle fondamenta. Oltre che depredarla di tutto quello che era possibile…”.

Depredata?
“Ricorderai la celebre battuta. A Napoleone che diceva tutti gli Italiani sono ladri, avevano risposto: Tutti no, ma Buonaparte sì. Del resto la campagna d’Italia doveva servire proprio a rimpinguare le casse statali francesi. È stato il genio di Napoleone che l’ha trasformata in una campagna di conquista. Ma carri e carri di opere d’arte e dobloni d’oro hanno preso la strada di Parigi”.

Hanno depredato anche opere d’arte?
“Sì, ma non fondamentali: due grandi dipinti del nostro duomo, del Carracci. Ma Piacenza ha avuto, come sempre, il danno e le beffe: quando, caduto Napoleone, il Congresso di Vienna ha restituito i beni rubati, i quadri sono finiti a Parma”.

Non fare il campanilista, almeno stavolta; piuttosto, dimmi, cosa pensava Napoleone di Piacenza?
“Il 9 maggio da Piacenza scrive alla moglie Joséphine: A Piacenza vi è una bella casa, molta brava gente e una bella città. La bella casa era il palazzo Scotti da Sarmato, di fronte a Sant’Agostino e alla scuola Giordani, che per me è il più bel palazzo della città. Ma quando era in guerra, Napoleone non vedeva altro che i suoi uomini, poteva anche dormire all’addiaccio o in una reggia e non lo notava. Molti anni dopo, a Sant’Elena, Napoleone dichiarerà che proprio dopo la battaglia di Lodi si era sentito non più un semplice generale, ma un uomo chiamato a determinare la sorte di un popolo. Mi vidi nella Storia“.

Che taglio hai scelto per questo lavoro?
“Ho dato voce ai cronisti e agli storici piacentini, da Giarelli a Ottolenghi a Carrà; oltre ad alcuni testimoni oculari dell’arrivo delle truppe francesi. Ma ho anche voluto vedere cos’hanno detto del suo arrivo a Piacenza i grandi storici e biografi di Napoleone, da Chandler a Masson, da Toulard a Madelin a Max Gallo. Dobbiamo ammetterlo, se per noi piacentini è stato un terremoto, nell’insieme delle imprese napoleoniche Piacenza è stata davvero un dettaglio”.

Per loro sì ma per noi no: i nostri Farnese che figura ci fanno?
“Stendiamo un velo pietoso. Fanno la figura di Pétain con Hitler, ma l’esercito ducale era a livello delle Guardie Svizzere vaticane o di San Marino. E Napoleone era una macchina da guerra. Se avessero resistito sarebbe stata una strage, che avrebbe ritardato di due o tre giorni al massimo l’avanzata di Napoleone. Dunque hanno fatto buon viso a cattivo gioco, cercando di rimetterci il meno possibile e di dare una mano alle popolazioni che avevano subito i peggiori saccheggi”.

Invece Napoleone?
“In questa sua prima impresa Napoleone ha inventato il marketing: stampava due quotidiani, uno per le truppe e uno da distribuire a Parigi. Ovviamente encomiastici per le sue imprese guerresche. Per la stampa lui era sempre in prima fila, bandiera in mano, a guidare le truppe: coraggioso e indomito. Ha costruito la sua fortuna sulle nostre spalle e coi nostri denari”.

Parliamo di te: l’ultimo libro su Elisabetta Farnese è uscito nel 2016. Dopo Napoleone a Piacenza hai in cantiere qualcos’altro?
“Ho iniziato da poco un lavoro sul nostro medioevo, dalla caduta dell’impero romano all’arrivo dei Farnese. Un lavoro impegnativo perché riguarda mille anni di storia piacentina, ma non mi sono dato nessun termine, uscirà solo quando lo riterrò completo. Magari anche fa un paio d’anni. Intanto mi diletto col giornalismo!”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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1 commento

  1. Grazie per questo interessante lavoro. Però più di Napoleone m’interessa la storia locale nel lungo periodo del Medioevo, per cui aspetterò… anche un paio d’anni :).

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