Cultura

Natale: una festa cristiana o una festa pagana?

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Caravaggio: Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi (1600; particolare)

Natale: il 25 dicembre è festa in buona parte del mondo, in entrambi gli emisferi. Così c’è chi lo festeggia d’estate e anche dove i cristiani rappresentano delle minoranze. Il confine è quello tra festività religiosa e pagana quanto alle origini. Anche indipendentemente da questo aspetto, il Natale può essere e viene effettivamente riconosciuto pure come festività civile. Ci interrogheremo, allora, sulle origini della festa e naturalmente sul suo significato religioso, perché anche riguardo a quest’ultimo non è superflua qualche precisazione.

Da Ra in Egitto al Sol Invictus di Roma, passando per la nascita di Gesù

La questione delle origini del Natale consiste nello stabilire la priorità pagana ovvero cristiana del medesimo. Prima del mondo classico, quello antico con le sue coeve civiltà era già stato sensibile all’identificazione del sole con una delle principali divinità e a corrispondenti pratiche cultuali. Per tutti, valgano gli esempi del dio Ra e del dio Horus del pantheon dell’Egitto. D’altra parte, Gesù vero Sole dell’umanità e del mondo era un pensiero quasi immediato per i credenti cristiani del tempo.

Ci siamo subito riferiti al sole, comunque, perché l’etimologia latina della parola “natale” rimanda alla nascita e quindi il legame con il sole come fonte della vita e condizione della sua possibilità è addirittura intuitivo. A Roma, il culto del Sol Invictus e del suo dies Natalis è stato introdotto stabilmente dall’imperatore Aureliano a partire dall’anno 274 d.C., anche se la ricorrenza cadeva un po’ prima del 25 dicembre (tra il 17 e il 23), a ridosso del solstizio invernale e dei Saturnali. Quest’opzione imperiale (di matrice probabilmente sincretica, stante la diffusività dei culti solari in gran parte delle religioni) potrebbe essere dipesa dalla volontà di frenare il credo cristiano, socialmente montante nonostante le ricorrenti persecuzioni. Ovvero, potrebbe essersi dato il caso contrario e cioè che la Chiesa abbia pensato di “cristianizzare” una ricorrenza pagana, assai radicata in ragione dei suoi echi vie più risalenti. 

Gli storici non hanno risolto il dubbio, anche perché, se diverse fonti datano all’inizio del III secolo (dunque, prima del culto del sole definito da Aureliano) l’usanza di celebrare la nascita di Cristo il 25 dicembre, è solo nel IV secolo (336-354) che si ha formale attestazione della celebrazione della nascita di Gesù in questa data presso la comunità di Roma. Né si può trascurare come il 6 gennaio (odierna festa dell’Epifania) sia stato a lungo concorrente del 25 dicembre come giorno di celebrazione dell’avvento del Messia.

Il Natale fa già Pasqua

Veniamo al nostro Natale. Il discorso si fa ecclesiale, oltreché teologico. Il punto di partenza è controintuitivo: dobbiamo pensare che, come le Scritture, così anche le feste liturgiche sono state pensate e stabilite a ritroso. Il principio è quello del punto focale, da cui tutto il resto si dipana come esuberanza. Il Natale, come ogni altra festa cristiana, è ridondanza della Pasqua. Compreso Gesù come Signore (cioè Figlio del Padre) nel processo della Resurrezione, la comunità cristiana ha solennizzato i momenti importanti della sua vita e della sua missione. Da questo punto di vista, la nascita riveste un significato particolare perché rappresenta, per la fede, l’inizio dell’esperienza di massima condivisione tra Dio e l’umanità. 

Il secondo Prefazio (la preghiera recitata dal sacerdote prima del canto del Santo) proprio del Natale dice, riferendosi al Verbo di Dio: «Generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo». Si tratta di parole alte e ardite, che si sforzano di scrutare le profondità di Dio. La catechesi e l’omiletica si sono sempre esercitate e tuttora lo fanno nel presentare questo mistero nel modo più favorevole alla sua accoglienza: l’amore e la tenerezza di Dio e l’umiltà del Figlio che come bambino in fasce si fa bisognoso di cura e protezione. E poi la docilità di Maria, la discrezione di Giuseppe, la gioiosità semplice dei pastori, la regale devozione dei Magi. È importante, però, non perdere di vista il senso della celebrazione della Nascita come esuberanza della comprensione della Pasqua e dell’intera missione di Gesù, Figlio e diacono del Padre. E, da adulti, non attardarsi (pur senza minimamente disprezzarli) sui particolari descrittivi, che non sono (perché non avrebbero potuto esserlo) delle documentazioni storiche, ma dei ripensamenti alla luce della fede maturata, coltivata e trasmessa.

Neanche il “cristianesimo civile” può prescindere da Dio 

Non possiamo non dire una parola sul salto del Natale da festa religiosa a ricorrenza anche civile, cioè riconosciuta dalle autorità pubbliche. Dopo quello che ci siamo detti sull’indistinguibilità della religione dalla sfera politica e sociale nel mondo antico e classico, riesce semplice capire come abbia fatto una ricorrenza liturgica a diventare festiva per gli Stati. Tra l’altro, la nascita di Gesù Cristo è stata addirittura il fattore periodizzante per il mondo occidentale (avanti Cristo e dopo Cristo), parlandosi normalmente di “era cristiana” e restando decisamente residuale l’espressione “era volgare”.

Non condividiamo, però, un ragionamento che si fa con una certa frequenza: si tratta della considerazione del cristianesimo come fatto meramente (o separatamente) culturale e identitario. È una posizione che ha avuto forme più alte (come il “Non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce) e altre meno disinteressate (ad esempio, quelle dei “teocon” statunitensi e degli “atei devoti” italiani), ma che ci sembra comunque afflitta da un severo strabismo, che si risolve a sua volta in un’aporia storica. Il “cristianesimo senza Dio” è qualcosa che non è mai esistito, né potrebbe farlo e per una ragione molto semplice: non risulta che Gesù di Nazareth si sia mai occupato di altro nel corso della sua vita pubblica, che è stata quella di un dottore delle Scritture d’Israele e di un profeta di quel popolo.

Quelli che, in nome dell’identificazione con la sua persona e le sue opere, hanno plasmato le società e i costumi del mondo occidentale, lo hanno fatto non nonostante, bensì proprio in nome di quel Dio a cui Gesù ha reso la suprema testimonianza del martirio. Il cristianesimo senza Dio è falso, perché esso è il Figlio che rivela il Padre e il Padre che si compiace del Figlio. Per il cristianesimo, le buone opere – la verità, la giustizia, la pace e la carità – si fanno in Dio. Ciò ovviamente non esclude che chiunque – compresi i non cristiani e i non credenti in generale – possa fare il bene, ma il senso cristiano di quest’ultimo origina e si compie in Dio Padre di Gesù Cristo, Signore resuscitato con potenza dello Spirito Santo. Il resto non è detto che non sia bene ma, ove prescindesse da Dio, non sarebbe cristiano.

Buon Natale con il vero Presepe

 Mentre auguriamo ai lettori un sereno Natale del Signore, li invitiamo a sostare con animo grato dinanzi al Presepe, che sia o meno di loro fattura. È un’ottima tradizione italiana, risalendo com’è noto a san Francesco d’Assisi nostro Patrono. 

L’unica cautela è che sia un Presepe vero, cioè che non tradisca la storia, la cultura e i costumi della Famiglia di Nazareth. Infatti, come il cristianesimo non esiste prescindendo da Dio, così Gesù non prescinde dal suo tempo perché è prima di tutto un personaggio storico.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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