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No al duello tv Meloni-Schlein per le elezioni europee: giusto così?

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Giorgia Meloni ed Elly Schlein

Duello tv Meloni-Schlein in vista delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno: niente da fare, ha comunicato la Rai che avrebbe dovuto esserne l’organizzatrice e l’ospite, si è trattato di uno scherzo. Il motivo è che i partiti diversi da Fratelli d’Italia e Partito democratico non lo vogliono, non lo consentono. Un po’ come al Palio di Siena, quando i fantini si ostinano a non accogliere l’invito del mossiere. Detta così, fa sorridere. Ma ci sono anche aspetti comunque sconfortanti.

Il parere dell’Agcom  

Prima di tutto, c’è il fatto che a qualcuno venga rimesso il potere di decidere per gli altri. La tesi è stata adottata dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Adito dalla presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, la senatrice Barbara Floridia del Movimento 5 Stelle, l’ente regolatore della cosiddetta par condicio ha rilasciato un parere in base al quale, in mancanza del consenso della maggioranza delle liste rappresentate in Parlamento, non si può in nessun caso dare corso a una determinata forma di dibattito televisivo tra i leader, in periodo elettorale.

Sarebbero quattro le liste ad avere esercitato il diritto di veto: Azione, Alleanza Verdi e Sinistra, Forza Italia e Movimento 5 Stelle. Ossia, la metà di questa sorta di “membri permanenti” del “consiglio di sicurezza elettorale”, delineato impropriamente (a nostro avviso) dal citato parere dell’Agcom.

Non si capisce, se non in un’ottica schiettamente di parti politiche, perché e come si faccia a stabilire l’equazione tra confronto a due da una parte e violazione della parità di trattamento dall’altra. Le emittenti televisive, naturalmente, devono mettere a disposizione di altre forze politiche che lo vogliano questa stessa modalità di dibattito, ovvero altre equipollenti. Come si fa ad interpretare una regola sul pluralismo nel senso che qualcuna delle parti impedisca la libera scelta delle altre, bandita ovviamente qualsiasi forma di privilegio ed esclusiva?

La par condicio 

Un po’ démodé anche la normativa sulla par condicio. Le leggi (n. 249/1997 e n. 28/2000, con successive modificazioni) e i regolamenti emanati dalla mentovata Autorità sono abbastanza anacronistici, tenuto conto dell’impatto che il web e il digitale hanno avuto sulla comunicazione, rendendola più agile e senz’altro anche più insidiosa. 

In più, la tara epocale della par condicio ha un peso specifico assai elevato, in ragione del fatto che essa era la figlia prediletta di Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012). Il 9° capo dello Stato repubblicano, nemico giurato di Silvio Berlusconi per un’incompatibilità culturale e temperamentale prima e più ancora che politica, piantò subito la grana dello strapotere berlusconiano sull’etere, quando l’imprenditore milanese, sceso in campo e dopo aver vinto le elezioni, fu presto disarcionato (1995). Peccato che Scalfaro fosse stato ministro dell’Interno dei due governi Craxi (1983-1987) che avevano agevolato l’instaurazione di quell’egemonia. Peccato che l’allora presidente della Repubblica fosse stato in politica nazionale per oltre mezzo secolo nel partito costantemente di maggioranza relativa (la Dc) e che il conflitto di interessi fosse una nozione sconosciuta alla nostra etica pubblica proprio grazie a quel regime politico.

Peccato, soprattutto, che, come ogni ideologia, anche quella sottesa alla disciplina della par condicio mostri la corda quando finisce per scontrarsi con la realtà. Chi non ha argomenti, ovvero non è in grado comunicarli, non può pensare di surrogare le proprie carenze provando a impedire a chi ne ha di esprimerli.

L’obiettivo nel mirino è…

Venendo a ciò che ci sconforta, non possiamo non considerare la pervicacia con cui, in Italia, si continua ad elogiare, per non dire idolatrare il particolarismo, le fazioni, le divisioni. Il terrore apertamente paventato da quanti si sono detti contrari al confronto tra Meloni, presidente del Consiglio, e Schlein, la segretaria del maggiore partito di opposizione (e sono tanti, al di là di quanti si siano più o meno dichiarati) era che, consentendone lo svolgimento, si vellicasse lo spirito politico maggioritario (o bipolarista) dei cittadini. Orrore, come direbbe Rigoletto atterrito dalla maledizione di Monterone!

Le cosiddette Europee sono elezioni proporzionali, per quanto con un protervo sbarramento al 4%. E qualcuno vorrebbe azzardare a polarizzare il suffragio attorno alle due formazioni maggiori? Non sapete che la democrazia è quella in cui tutti regnano e nessuno governa? In cui chiunque è necessario e nessuno risulta indispensabile? In cui evanescenti pesi vengono annichiliti da mortali contrappesi? Che ne sanno di democrazia la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Francia? Ce n’è abbastanza da fare cadere le braccia.

Se volete ulteriormente sfidare la vostra capacità di sopportazione dell’ossessione per la frantumazione politico-partitica e istituzionale, leggete la tirata d’orecchi di Eugenio Fatigante ad Elly Schlein su Avvenire del 17 maggio. L’editorialista accusa la segretaria del Pd di avere provato a tradire la democraticità che è nel nome stesso del suo partito, mostrandosi desiderosa di duellare con Meloni sola. Per Fatigante, insomma, l’equazione tra aspirazione maggioritaria e sabotaggio della democrazia sarebbe cristallina. Per non parlare della «logica del premierato», che secondo lo scrittore Schlein avrebbe implicitamente accettato insieme al dibattito a due, gettando i propri elettori in preda allo sconforto della contraddizione. 

Senso nazionale e “particulare”

Non sappiamo se in Gran Bretagna o negli States se ne intendano di democrazia; ci sembra, però, di ricordare che Lenin (tutt’altro che un democratico) dicesse che il comunismo avrebbe trionfato solo se fosse riuscito a impiantarsi in quei due Paesi.

Scherzi a parte, i problemi dell’Italia – al suo interno e in Europa – sono altri rispetto al confronto tra i leader e alle sue modalità. Certo, tra questi problemi c’è anche, secondo noi, l’ostinazione ad assecondare la nostra atavica propensione alle divisioni e al frazionamento. Il caso del duello televisivo mancato tra Meloni e Schlein, a causa del veto dei “fautori della vera democrazia” ci richiama alla temibile incombenza del nostro demone: la mancanza del senso nazionale.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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