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No green pass in salsa fascista: a chi fa comodo questa tensione?

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No green pass: assalto alla sede nazionale della Cgil in Corso d’Italia, disordini e scontri nel centro di Roma, con devastazioni in via del Corso e tentativi di minaccioso avvicinamento a palazzo Chigi. Il bilancio della degenerata manifestazione di sabato scorso è piuttosto pesante e, a tratti, inquietante.

È stato solo un problema di ordine pubblico? Oppure, ha prevalso il malinteso sul significato e l’utilità della certificazione verde anti-Covid? Ovvero, c’è altro di cui parlare e da temere? Qualcuno può davvero riuscire a schiodare il fascismo dal suo tempo e riportarlo all’attualità?

Green pass e selezione

Cominciamo a rispondere a queste domande provando a sminare il campo da un equivoco talmente lapalissiano, da essere quasi fatalmente finto. Si può, ovviamente, essere contrari allo stabilimento dell’obbligo vaccinale. E si può, contemporaneamente, sostenere l’ipocrisia della scelta governativa di prevederlo indirettamente, ricorrendo appunto al green pass. Quello che non si può dire, né sentire, è che la certificazione rilasciata dal ministero della Salute non dovrebbe essere discriminatoria. Non può essere altro, invece!

Sarebbe come dire che non debbano essere discriminatorie la chiavi di casa di ciascuno. Il green pass, anche ammesso che ci si divida sulla sua efficacia, è uno strumento per arginare le conseguenze del virus. Virus che si avvale, per fare danni, delle persone non immunizzate, ovvero con carica virale non attenuata. Il mancato possesso della certificazione verde è giocoforza discriminatorio: una discriminazione legale e ragionevole.

Non stigmatizzare il diffondersi di certe assurdità nell’opinione pubblica sarebbe già colpevole, per esponenti della classe dirigente, ovvero aspiranti tali. Farvi eco non promette nulla di buono circa il sospirato salto di qualità, che specialmente la destra politica in senso stretto attende di fare da oltre 25 anni. Anche un movimento come Fratelli d’Italia non dovrebbe fornire alibi più o meno sperati a quanti vorrebbero ghettizzarlo, insieme alle sue idee. A condizione, beninteso, che di idee si tratti. E, certo, Giorgia Meloni ne esprime diverse. Ma quella secondo cui il pass non dovrebbe fare distinzioni non sta né in cielo, né in terra. 

Legittimo dissenso, ma… 

Non potevamo non partire da qui, perché le manifestazioni contro il green pass vanno interpretate. Occorre domandarsi: nelle intenzioni dei promotori dei cortei di ieri, c’è la contestazione della proroga sine die dello stato d’emergenza? Nonché dell’utilità di alcune misure, personali e sociali, di contenimento della pandemia? Se così fosse, si tratterebbe di obiezioni perfettamente legittime. 

Diversamente, nei termini di contrarietà a tutto, iniziative come quelle del 9 ottobre, al di là delle intenzioni dei proponenti, si riducono a palcoscenico per facinorosi e disadattati vari. Anche perché l’infiltrazione delle manifestazioni è quasi inevitabile. Da questo punto di vista, in effetti, il colore politico dei partecipanti conta relativamente. Non si può, infatti, riconoscere dignità politica alle violenze personali e agli atti vandalici. E se proprio volessimo scendere sul terreno delle coloriture ideologiche, si può tacciare di pulsioni autoritarie chi attacca le forze dell’ordine e, soprattutto, contesta un sistema ordinato e limitato di tracciamento personale, qual è quello implicato dal green pass? Semmai, lo si dovrebbe accusare di anarchismo. 

Discorso diverso merita l’assalto alla sede della Cgil. Qui, il paradosso e la politicizzazione sono palesi. Perché è stata proprio la confederazione guidata da Maurizio Landini a rappresentare, unica tra le istanze che contano della sinistra, una posizione non agli antipodi di quella dei no green pass: contrarietà all’obbligo vaccinale surrettizio, posizione favorevole all’obbligo esplicito.

I soliti problemi di ordine pubblico

Venendo alla questione dell’ordine pubblico, un problema c’è senz’altro. Anche qui, l’attacco personale al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese è di sicuro impatto, ma secondo noi non troppo pertinente. Per carità: se ci sono inadempienze, è giusto che il vertice politico dell’amministrazione ne risponda al presidente del Consiglio e, a nome del Governo, in Parlamento. Il problema, però, ci sembra sia più vasto: culturale e di costume.

Le forze dell’ordine si chiamano così perché hanno, appunto, il monopolio legale dell’uso della forza. È chiaro che questa prerogativa non può diventare un passe-partout per i singoli agenti, che li autorizzi a ricorrere alla violenza ad libitum. E vigilare sulla legalità del comportamento di chi agisce in nome della Repubblica è un aspetto qualificante di ogni regime democratico.

Questo, però, non può significare l’inibizione della capacità operativa delle forze di polizia. Con chi mena le mani e altri strumenti offensivi occorre reagire adeguatamente, in modo proporzionato ma fermo. Bisogna escludere sia la tolleranza, sia il differimento della reazione, che è vile non meno che inefficace. Anche la Magistratura deve rivedere il suo modus operandi, senza trincerarsi dietro difese corporative ed ambiguità normative, pure non mancanti.

I rischi per Salvini e Meloni

Tirando le somme, a nostro avviso, l’antica domanda “Cui prodest?” riferita alle violenze dei giorni scorsi ha come risposta: lo status quo, la situazione così com’è. In particolare, ci riferiamo alle condizioni politiche. Qual è la prevalente narrazione politica nazionale degli ultimi due anni? Esiste una destra, fatta da Lega e Fratelli d’Italia, che potrebbe/dovrebbe essere maggioritaria nelle urne.

La sua inconciliabilità, reale o presunta, con l’appartenenza europea dell’Italia giustifica qualsiasi soluzione istituzionale (governo Draghi) e politica (governo Conte II). Per contro, il Pd, in quanto partito dell’establishment e della massima ostentazione di europeismo cieco, è il perno del potere Esecutivo da 10 anni a questa parte, senza essersi affermato nettamente alle penultime elezioni politiche (2013) ed essendo, anzi, nettamente arretrato alle ultime (2018). 

In questa situazione, Matteo Salvini e l’arrembante Giorgia Meloni sono in una posizione scomoda. Naturalmente, qualcuno dirà: “Chi è causa del suo mal…”. In effetti, l’impressione che i due leader trasmettono è di non voler lasciare perdere nessun consenso e, per questo, sostenere posizioni talvolta poco comprensibili. Il rischio è che finiscano come il cane che si morde la coda. Nelle istituzioni non riescono a farsi del tutto accettare, per questo puntano al pieno di consensi, ma questo li isola ancora di più sul versante dell’accreditamento internazionale.

Ciliegina avvelenata sulla torta: anarchici travestiti da caricature fasciste fuori tempo massimo, che vandalizzano la Capitale. Prendere le distanze dalla devastazione delle sedi sindacali è facile, ma può riuscire tardivo, se non si affina la tattica quotidiana, inscrivendola in una strategia di più ampio respiro.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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