Noi e l’Europa: quando sovranismo non era ancora una parola proibita, le barzellette più comuni cominciavano con “C’erano un francese, un inglese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano….” che si esibivano in varie situazioni. Inevitabilmente, lo si sapeva fin dall’inizio della narrazione, il francese sarebbe stato sbruffone, lo spagnolo un po’ tardo, l’inglese supponente, il tedesco tetragono e chi vinceva era sempre l’italiano. Il pensiero sotteso era sempre quello: l’italiano era il più furbo e riusciva ad ingannare tutti gli altri.
Quando si raccontavano queste storielle l’Europa era ancora in fieri ed era un pensiero simile a quello di Metternich per l’Italia: un’espressione geografica.
Poi dalla lontana Cina arriva il coronavirus. E arriva in Italia. Dopo diversi e colpevoli ritardi, e dopo diverse e colpevoli incertezze, l’Italia decide una misura che non è mai stata adottata da nessuna nazione d’Europa. Non nell’era moderna, non a memoria d’uomo. Mai, dall’inizio della Storia. Di una intera nazione chiusa non si ha memoria. La stessa Cina, presa ad esempio, ha chiuso poco più del 5% della sua popolazione a Wuhan e nell’Hubei. Noi l’intero Paese.
Affari nostri
E cosa stesse facendo l’Europa nello stesso tempo, solo qualche giorno fa, è sotto gli occhi di tutti: il nostro ministro della Sanità andava in viaggio per chiedere aiuto e si trovava la porta sbattuta in faccia; il Regno Unito, convinto di essere invulnerabile, sfornava teorie degne del dottor Stranamore; la Francia, con l’aiuto della sua ex première dame Carlà, con cattivo gusto ci prendeva in giro; la Spagna non pervenuta; e la Germania, al solito, ci sequestrava un’importante partita di mascherine già pagate.
Così Parigi, per non essere da meno della sua illustre vicina, dichiarava che tutti i materiali sanitari sarebbero diventati di importanza nazionale, esattamente come i cantieri Saint-Nazare e ne vietava l’esportazione. Nel senso che, “magari non mi serviranno mai, ma se posso fare un dispetto all’Italia non mi tiro indietro”.
L’Austria? Schierava le truppe al Brennero, provocando 90 chilometri di coda dalla parte italiana. Quando la Farnesina minaccia di usare lo stesso metro con i camion provenienti dall’Austria, Vienna attenua la misura e le file tornano ad essere accettabili.
Buon ultima la Lagarde proclamava il suo “Je m’en fiche” dalla Bce riuscendo a far crollare addirittura la Borsa di Wall Street dopo aver fatto saltare tutte le piazze europee. E poco conta che il giorno dopo da Bruxelles la von der Leyen abbia promesso di tutto.
L’Europa del coronavirus
Poi, dato che il Covid-19 non possiede carta d’identità e autocertificazione, il coronavirus riesce ad eludere il più occhiuto daziere pangermanico. Man mano che i contagi dilagano a Berlino, Londra, Parigi e Madrid i governi cominciano a cambiare opinione. E adesso si chiudono tutte le frontiere. È di oggi la notizia della sospensione generalizzata delle regole di Schengen.
Adesso la Spagna è chiusa come l’Italia. La Francia chiude sempre oggi (ma ha mandato alle urne due giorni fa oltre 40 milioni di francesi) e Macron dichiara che seguirà le stesse prescrizioni dell’Italia (ma va?).
La Germania di frau Merkel sembra più indietro perché nonostante i 6mila casi già accertati e il rischio portato da “medio” ad “alto”, la Volkswagen ha appena interrotto la produzione e le misure di contenimento sono molto blande.
Il Regno Unito, partito per ultimo e col discorso farneticante del suo primo ministro Boris Johnson, sembra stia correndo rapidamente ai ripari, favorendo lo smart working e “raccomandando” di non fare spostamenti che non siano necessari. Ma le scuole e i pub sono ancora aperti.
Un po’ di storia
Chi studia la storia europea degli ultimi secoli ha sotto gli occhi un unicum: l’Italia è sempre stata all’ultimo posto. Non stiamo parlando delle statistiche della Ue dove a volte siamo seguiti solo da Grecia, Bulgaria o Cipro anche per la pericolosità delle zanzare, ma di Cavour al Congresso di Parigi del 1856.
Ricordiamo quell’augusto consesso perché l’astuzia di Cavour ci aveva consentito di mandare i bersaglieri di La Marmora in Crimea per dimostrare che il “piccolo Piemonte”, embrione dell’Italia, poteva aspirare ad essere una potenza europea.
Al Congresso di Vienna l’Italia non era ospite gradito. Era stato tollerato solo lo Stato pontificio come semplice osservatore.
Non parliamo della conferenza di pace di Parigi del 1919. Lì l’Italia arrivava da vincitrice della prima guerra mondiale. Quando Vittorio Emanuele Orlando si accorgeva che l’Europa a noi avrebbe concesso le briciole si era messo a perorare la nostra causa con parole commosse. E il primo ministro francese Clemenceau, che soffriva di problemi di prostata, aveva commentato: “Ah, se potessi pisciare quanto monsieur Orlando piange!”.
E la conferenza di pace, sempre di Parigi, del 1946? Lì ci presentavamo come mezzo vincitori (col regno del Sud e la Resistenza) e mezzo perdenti (con la Repubblica sociale), ma il discorso di De Gasperi era iniziato con le famose parole: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.
Noi e l’Europa, cosa ci aspetta
E allora ci concedete un sogno? Senza dubbio quando usciremo dalle nostre case (a proposito, restate a casa!), e non sarà di certo il 3 di aprile, ci troveremo di fronte un mondo completamente nuovo. Nel quale le nostre strutture, dal Colosseo al Pirellone, dal Maschio Angioino alla cupola di Brunelleschi, dalla mole Antonelliana a Palazzo dei Normanni, saranno ancora in piedi, perfette come prima. Ma ci troveremo davanti un cadavere, quello dell’Europa, che è morta in queste settimane e di fronte alla quale tutta la Brexit ha il suono di uno sberleffo.
Chi l’ha uccisa? La superficialità degli euroburocrati come la Lagarde, l’egoismo di Francia e Germania, l’indifferenza dei Paesi nordici. E noi saremo al primo posto, perché usciti per primi. Pronti a rifare il miracolo italiano degli anni ‘60.
A quel punto riusciremo a ricostruire almeno un fantasma d’Europa? Ma, soprattutto, dopo la prova che ha dato, ne varrà ancora la pena?
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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