Nuova legge elettorale al vaglio del Parlamento: la Camera boccia a scrutinio segreto un emendamento voluto da Giorgia Meloni in persona per una limitata e modesta reintroduzione del voto di preferenza e scoppia la bagarre. Tanto rumore per nulla? Quasi. Non si sa se questa riforma vedrà la luce nonostante la sua approvazione in prima lettura a Montecitorio giovedì scorso, si vedrà a settembre. Come detto, si sarebbe trattato di una circoscritta possibilità per l’elettore di scegliere il nome di alcuni candidati al Parlamento. Al netto dello strepito delle opposizioni, le conseguenze politiche della bocciatura dell’emendamento sono nulle.
Soprattutto, con le preferenze – queste come quelle del passato – non sarebbe comunque cambiata di segno la questione nazionale. Il problema non sono le forme, ma la sostanza. Se ci fosse la sostanza, le forme verrebbero gestite in modo da non tradire la prima, in attesa di adeguarle ad essa. È la sostanza a mancare e la sostanza è la volontà di avere un sistema che funziona, che fa marciare il Paese facendo sintesi degli interessi particolari e, all’occorrenza, subordinandoli a quello generale. L’Italia sinora non ha voluto diventare se stessa e figuriamoci se anche quest’ennesima normativa elettorale, ammesso che vada in porto, possa surrogarne la determinazione in tal senso.
Cosa prevede lo “Stabilicum”
La proposta di legge elettorale approvata in prima lettura alla Camera prevede un sistema proporzionale corretto eventualmente da un premio di maggioranza. L’eventualità risiede nel conseguimento da parte di una coalizione della soglia di voti necessaria a farlo scattare e considerata indispensabile dalla giurisprudenza della Corte costituzionale.
- Viene soppressa la quota di collegi uninominali restante (maggioritario, poco più di un terzo dei seggi). Nel caso in cui nessuna coalizione riporti il 42% dei voti espressi sul territorio nazionale (esclusi dunque i suffragi ottenuti nelle circoscrizioni estere) e, quindi, non scatti il premio di maggioranza, il riparto dei seggi avverrà con metodo proporzionale puro per liste di partito. La formazione del Governo sarebbe affidata dopo le elezioni alle consultazioni, da parte del capo dello Stato, dei gruppi parlamentari.
- Le liste bloccate sono confermate. L’elettore vota la lista di un partito, i candidati vengono eletti nell’ordine stabilito da ciascuna formazione e nel numero proporzionale ai voti di lista riportati.
- Il premio di maggioranza (listino distinto da quelli di partito e pure bloccato) è di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, subordinato comunque al limite di 220 deputati su 400 e 113 senatori su 200.
- Le soglie di sbarramento restano fissate al 3% per le formazioni che si presentano fuori dalle coalizioni e al 10% per queste ultime. È stata introdotta un’ulteriore norma anti-frammentazione, che esclude dal computo del monte voti nazionali per l’assegnazione del premio le liste che non siano la migliore perdente di ciascuna coalizione. Inutile nascondersi che la previsione d’inutilità di voti espressi è a rischio d’illegittimità.
- È stabilito l’obbligo d’indicazione del candidato presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, a pena d’inammissibilità delle stesse. C’è chi paventa la lesione delle prerogative del presidente della Repubblica pur d’inasprire la competizione Schlein-Conte a sinistra.
- Le circoscrizioni estere vengono ridotte a tre (due alla Camera e una al Senato).
- È riconosciuto l’esercizio del diritto di voto ai fuorisede da almeno 9 mesi (3 mesi se per cure mediche).
Le preferenze della Prima Repubblica
La questione delle preferenze è annosa. La loro epoca d’oro è stata quella dei partiti della Costituente e finì tra il 1991, col referendum che ha imposto la preferenza unica in luogo di quelle plurime e il 1993, con la legge Mattarella che introdusse il maggioritario in Italia. Perché oggi ne prova nostalgia chi ha vissuto quel tempo e ne prova quasi invidia chi ne ha solo sentito parlare? Perché un po’ le scelte politiche successive e un po’ la retorica dell’informazione hanno trasfigurato il ricordo di quell’epoca. Il fatto che dal 2005 (legge Calderoli) le liste siano bloccate e cioè sia preclusa qualsiasi opzione personale dell’elettore per i componenti del Parlamento, fa pensare esclusivamente all’arrocco della classe politica. Arrocco che sulla legge elettorale c’è e anche l’affossamento dell’emendamento Meloni su un minimo ritorno alle preferenze lo dimostra.
Il tempo delle preferenze, però, non era di rose e fiori. Si diffondeva la corruzione sotto la forma del voto di scambio, i costi della democrazia lievitavano, si radicavano sui territori dei feudi elettorali personali. Soprattutto, però, bisognava essere molto ingenui per credere che anche in quel sistema il potere di scelta del cittadino fosse effettivamente enorme. In Piemonte, i comunisti votavano in massa Giancarlo Pajetta e ben difficilmente un altro compagno qualsiasi della lista, così come in Veneto i democristiani era più facile suffragassero Mariano Rumor anziché altri suoi colleghi di partito. Si votava chi più si conosceva e si conosceva chi più contava e appariva.
Il maggioritario uninominale è senza dubbio un mix efficace tra esigenze di sistema, capacità di scelta popolare e rapporto degli eletti con i territori. Non per caso ma per paradosso, il “Mattarellum” del 1993 lo introdusse con il paracadute del recupero proporzionale per quelli che i partiti volevano fare passare comunque e il Porcellum del 2005 lo soppresse del tutto. Recuperato dal “Rosatellum” come si diceva per circa un terzo dei seggi, anche il varando “Stabilicum” di Meloni vuole eliminarlo.
Le leggi elettorali fatte da giudici e Consulta
Dicevamo che manca la sostanza e le forme degenerano di conseguenza. Non penserete, infatti, che l’assalto alle leggi elettorali da parte della Corte costituzionale con la necessaria complicità della Magistratura sia segno di democrazia, o tanto peggio di Stato di diritto? Salvo che in ipotesi di scuola, che in concreto non si verificano mai, la manipolazione da parte della Consulta delle leggi con cui vengono elette le Camere realizza quasi una torsione eversiva del sistema.
È pur vero che la Costituzione del 1948 – immutata sui fondamentali dell’Ordinamento della Repubblica – implicava naturalmente il proporzionale puro. Tuttavia, questo non basta per trasferire il potere di stabilire il tenore della democrazia nazionale dal Parlamento alle Magistrature, dalla sovranità popolare all’oligarchia.
Un Paese che difende il bicameralismo paritario…
La cronaca politica si appassiona ad altri dettagli della legge elettorale, per esempio il fatto che, prima dell’approvazione definitiva della Camera, la maggioranza si sia spaccata ancora sulla reintroduzione delle preferenze, con la convergenza di Fratelli d’Italia su un emendamento dei vannacciani di Futuro Nazionale. Sono dettagli: di colore e saporiti, se volete, ma restano il contorno di ben altro piatto forte.
Nei resoconti di questi giorni, qualcuno avrà sentito che alla Camera si è deliberato sulle preferenze col voto segreto, mentre al Senato il diverso regolamento imporrà il voto palese. Due regolamenti diversi di Camera e Senato, elezione di deputati e senatori su base territoriale diversa, identiche competenze politiche (rapporto fiduciario col Governo) e legislative (navetta delle leggi).
Nel 2016, dicendosi di doverlo fare per cacciare Matteo Renzi da palazzo Chigi, l’Italia votò contro persino al superamento del bicameralismo paritario alle condizioni che abbiamo appena riassunto. Si poteva volere fare lo sgambetto a Renzi, come si è provato a farlo a Meloni sulla giustizia quattro mesi fa. Non si può però avere la disonestà intellettuale di negare che, preferendo pensare a destra e sinistra, non abbiamo a cuore l’Italia.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







