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Onu, le Nazioni Unite compiono 80 anni: sono al tramonto o servono ancora?

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Onu: le Nazioni Unite festeggiano oggi gli 80 anni della firma della loro Carta, avvenuta a San Francisco proprio il 26 giugno 1945. Occorsero altri 4 mesi (il successivo 24 ottobre) perché lo Statuto – che è un trattato internazionale – entrasse effettivamente in vigore, una volta ratificato dai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia, Cina) e dalla maggioranza degli Stati aderenti. Alla fine della Seconda guerra mondiale i Paesi sottoscrittori erano 51, oggi l’Organizzazione ne conta 193 (e due Osservatori permanenti, la Santa Sede e la Palestina).

I suoi 80 anni, l’atto costitutivo dell’Onu, li dimostra ampiamente. In che senso ci sembra datato? Anzitutto, si tratta di una consapevolezza interna all’istituzione medesima, dal momento che una discussione sulla riforma del Consiglio di sicurezza (che è l’organo principale dell’Onu) è in corso dal 2009. Poi, è consapevolezza comune che il tempo cambi le cose e nessuno può negare che il mondo di oggi sia per numerosi aspetti molto diverso da quello uscito dal Secondo conflitto mondiale. Certo, c’è anche continuità tra il 1945 e il 2025 in alcune circostanze ed è proprio sul crinale di ricorrenze e novità che proveremo a svolgere le nostre considerazioni.

Motivazioni e aspirazioni 

Ciò che è valido tuttora, perennemente anzi, sono le motivazioni e le aspirazioni che i fondatori hanno premesso ai 18 capitoli dello Statuto, per un totale di 111 articoli (107 di contenuto, più 4 disposizioni relative ad emendamenti, ratifica e firma). I popoli delle Nazioni Unite vi si dichiarano mossi dalle intenzioni di:

  1.  preservare le successive generazioni dal flagello della guerra, dopo i due conflitti mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo;
  2.  riaffermare i diritti fondamentali dell’uomo, il valore e la centralità della persona, l’uguaglianza dei diritti tra le genti di tutte le Nazioni;
  3.  assicurare il rispetto della giustizia e degli obblighi di diritto internazionale e pattizi;
  4.  promuovere il progresso sociale e la libertà. 

Di conseguenza, i medesimi fondatori si proclamano impegnati a praticare la tolleranza e vivere in pace, unendo le loro forze per garantire al contempo la sicurezza internazionale; escludere, attraverso l’accettazione di opportuni principi e sistemi, il ricorso all’uso della forza nell’ambito delle loro relazioni, salvo che nell’interesse comune.

La guerra, la ripartenza e i suoi compromessi

In qualche modo, si può dire che ciò che va nelle Nazioni Unite finisca qui. Non è poco, s’intende, ma all’evidenza non è abbastanza, se si fa un onesto bilancio del tenore passato e soprattutto attuale delle relazioni internazionali. Un’analisi superficiale potrebbe limitarsi a ricercare in pur decisivi aspetti procedurali il tarlo dell’impianto generale. Il pensiero corre subito al ben noto diritto di veto, di cui i 5 Membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono provvisti (tecnicamente, l’articolo 27 comma 3° dello Statuto prevede che il Consiglio prenda decisioni col voto favorevole di 9 dei suoi 15 componenti, ma tra essi dev’essere ricompreso quello dei 5 permanenti).

Una riflessione più profonda esige un ancoramento prima di tutto storico. Quand’è che gli Stati hanno pensato (prima con la Società delle Nazioni di Ginevra e poi con l’Onu di New York) ad una forma di regolazione complessiva delle relazioni fra di loro? Dopo le due Guerre mondiali: perché, come sapevano gli antichi greci, è la guerra a rigenerare tutto.  Le guerre hanno vincitori e vinti e i primi non si limitano a scriverne la storia, ma provvedono anche a dettare le condizioni della pace che le segue.

A causa dell’estensione fisica della guerra hitleriana e della faglia ideologica tra i comuni nemici della Germania (disposti a comporla solo per il tempo necessario a piegare quest’ultima), l’equilibrio post-bellico del secondo dopoguerra del Novecento era fatalmente destinato ad una marcata connotazione compromissoria. Il diritto di veto si spiega così: siccome i vincitori andavano tutt’altro che perfettamente d’accordo, la logica dei veti incrociati li rassicurava un po’ tutti.

Gli Stati e relazioni internazionali

Se potessimo fare a meno del realismo politico – ma come riuscirci? –  dovremmo lamentare che la logica d’insieme dell’Onu (membri permanenti preminenti su quelli a rotazione del Consiglio di sicurezza, con quest’ultimo che surclassa per importanza l’Assemblea generale e il Segretario) risenta di un’impostazione centrata sugli Stati anziché sull’internazionalismo. La Comunità internazionale, però, è fatta prima di tutto dagli Stati e poi dalle Organizzazioni internazionali, di cui l’Onu è senz’altro la più importante per rappresentatività, radicamento e influenza. Lo Stato sovrano, quindi, si conferma la prima forma di comunità politica.

È bene tenerlo a mente quando, ad esempio, qualcuno (ispirato senz’altro dalle migliori intenzioni) propone sul versante europeo che il seggio permanente francese sia sostituito da un altro comune dell’Ue. Il problema non è prendere atto dell’odierna antistorica posizione di privilegio d’Oltralpe, non più surrogata da fattori di effettiva potenza globale. Il problema è che l’Unione europea non è uno Stato e, per questo, non può esprimere una sola politica estera e di difesa. 

Successi, omissioni e fallimenti: la sfida dell’Onu deve continuare?

Altre questioni formali, risolte nel senso del nominato e irrinunciabile realismo politico, sono state e sono tutt’altro che prive di conseguenze sostanziali. Pensiamo precisamente alla successione della Russia nel seggio che fu dell’Unione Sovietica e, prima ancora, della Cina popolare in quello della Cina nazionalista. Potremmo enumerare altre contraddizioni in seno all’Onu e riguardanti le sue azioni ed omissioni, come la sua tiepidezza di fronte alle conclamate violazioni dei diritti umani da parte di alcune potenze e certi Stati, al loro interno e anche oltreconfine. O la sua prestazione a clamorose sceneggiate, come quella dell’allora segretario di Stato Usa Colin Powell, che nel 2003 esibì al Consiglio di sicurezza in mondovisione prove false ed artefatte circa il possesso di armi di distruzioni di massa da parte del regime di Saddam Hussein, per giustificare l’invasione statunitense dell’Iraq.

In generale, ci pare di potere rilevare che talune civiltà dell’Oriente siano troppo vistosamente insofferenti alle limitazioni del potere politico (sia esso o meno anche religiosamente connotato, come nel caso dell’Islam) in nome dei diritti e delle libertà individuali. Per contro, alcune espressioni dell’Occidente prestano ossequio solo formale almeno ad alcuni dei valori che propugnano, violandoli talvolta sostanzialmente per interesse proprio o dei loro alleati.

Queste aporie, comunque, non tolgono valore a quanto di meritorio hanno già fatto e potranno ancora fare le Nazioni Unite nell’interesse della pace e del progresso complessivo dell’umanità. L’importante, secondo noi, è ritenere questo: l’unione delle Nazioni, proposito quantomai impegnativo, è una meta a cui tendere sempre nella misura in cui essa riflette la consapevolezza della comune umanità. Tenere insieme questa cognizione con il fatto che l’umanità è parcellizzata tra storie e tradizioni politiche, culturali e religiose differenti, è una sfida vincibile solamente continuando a combatterla. 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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