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Padre Dall’Oglio: il mistero continua a sei anni dal rapimento in Siria

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Padre Paolo Dall’Oglio: a 6 anni dal rapimento del sacerdote gesuita in Siria il suo caso è tornato in primo piano. Sono stati il fratello Giovanni e le sorelle Francesca e Immacolata a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sorte tuttora sconosciuta del loro congiunto.
Il 29 luglio scorso, nel 6° anniversario della sparizione, i familiari hanno promosso la conferenza “Padre dall’Oglio – Sei anni dal sequestro”. A seguire, sono stati resi noti due particolari effettivamente sorprendenti. Il primo è che per 4 anni, del ritrovamento degli effetti personali del gesuita, non è stata data comunicazione alla famiglia. Il secondo è che nessuna delle autorità che si sono interessate alla sparizione di padre Dall’Oglio avrebbe mai provveduto a interrogare il suo segretario, cioè l’ultima persona ad averlo visto.

Il silenzio dello Stato 

Francesca Dall’Oglio lamenta soprattutto il silenzio serbato dalla Farnesina in questi lunghi anni. E la trascuratezza, di fatto, con cui i servizi segreti non hanno informato i familiari del ritrovamento di alcuni oggetti appartenuti al sacerdote. Di questa circostanza, fratello e sorelle hanno inizialmente appreso soltanto da fonti di stampa francesi. “Il silenzio, per chi ignora il destino dei propri cari, determina una situazione di tempo sospeso che è la peggiore possibile”, ammonisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

Dagli Usa al Times

I familiari hanno il dovere di coltivare la speranza, soprattutto in presenza di segnali contraddittori. Ad esempio, il 27 luglio il Dipartimento della Giustizia americano ha offerto fino a 5 milioni di dollari a chi possa offrire informazioni su cinque ecclesiastici ortodossi e cattolici scomparsi in Siria. Tra questi figura anche padre Dall’Oglio. Lo scorso febbraio, invece, il Times aveva accreditato fonti curde secondo le quali una sacca di resistenti jihadisti avrebbe trattato coi ribelli filo-americani un salvacondotto in cambio della liberazione di prigionieri, tra cui il gesuita romano. La pista non sembra però aver avuto seguito. Così, alla fiducia in una soluzione positiva, si unisce nei Dall’Oglio la paura che il sacerdote sia rimasto coinvolto in una partita più grande di lui.

L’inferno di Raqqa

Un fatto comunque è certo e non necessita di particolari conferme, al netto delle difficoltà comunque rilevanti sul campo. Raqqa, capitale dell’autoproclamato Stato Islamico dove era stato rapito il gesuita, è stata liberata alla fine di ottobre 2017. Ed è ora occupata dagli alleati della Nato; così, da oltre un anno e mezzo gli inquirenti potrebbero entrarvi. Non si può nemmeno escludere che lo abbiano fatto, ma la famiglia di Dall’Oglio continua a non saperne nulla. È un’incertezza drammatica ed è purtroppo condivisa da altre decine di migliaia di famiglie siriane, che lamentano la sparizione di un loro caro.

Dall’Oglio, uomo del dialogo

Ricordiamo ora le tappe principali della vicenda ecclesiale di padre Paolo Dall’Oglio e le circostanze della sua sparizione. Nato a Roma nel 1954, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1975. Praticato il noviziato e ottenuto il dottorato in Lingue e Civiltà orientali all’Istituto orientale di Napoli, si è laureato anche in Dialogo con l’Islam alla Pontifica Università Gregoriana di Roma e ha completato gli studi in Libano. Ordinato sacerdote del rito siriaco cattolico nel 1984, sin dal 1982 aveva scoperto i ruderi del monastero siriaco Mar Musa, fondato nel VI secolo. Nel 1992, dopo aver ricostruito l’eremo, vi ha fondato la comunità spirituale ecumenica mista “al-Khalil” (l’amico di Dio), per promuovere il dialogo cristiano-islamico.

L’espulsione di Assad

La Siria, fino alle soglie della guerra civile e nonostante un regime non democratico, era un esempio di convivenza religiosa. Ma nel 2011, in seguito alle proteste popolari, quel difficile eppure raggiunto equilibrio è entrato in crisi. E padre Dall’Oglio ne ha fatto subito le spese. Schieratosi infatti pubblicamente per la transizione democratica, sia pure senza rivalse contro il gruppo dirigente alawita, è stato espulso dal Paese per ordine del presidente Bashar al-Assad nel 2012. Rientrato nel 2013 nel nord controllato dai ribelli, si è ingaggiato in difficili trattative per la liberazione di ostaggi a Raqqa. Presto però ha condiviso la loro sorte, venendo rapito da un gruppo di estremisti, probabilmente legati ad al-Qā’ida. Da allora è stato dato più volte indifferentemente per morto e per vivo, nell’angosciosa incertezza dei suoi cari, tuttora perdurante.

Testimone coraggioso

Il rischio che padre Paolo Dall’Oglio sia finito in una trama più grande di lui esiste. In un certo senso, egli stesso aveva accettato di correrlo due volte. La prima prendendo una posizione (controversa quanto si vuole, ma chiara e perciò coraggiosa) sull’avvenire politico e istituzionale siriano. E la seconda volta tornando laggiù dopo esserne stato espulso, per dare una mano e mettere a frutto la propria innata propensione per il dialogo e la convivenza pacifica.

Queste sue esigenze personali di coscienza riflettono anche alcune caratteristiche della sua vocazione sacerdotale e della sua azione pastorale. Ci uniamo dunque con convinzione alle istanze dei familiari di Paolo Dall’Oglio, perché sia concretamente alimentata la speranza del suo ritrovamento. In ogni caso, perché la sua famiglia venga meglio informata e seguita dalle istituzioni. E soprattutto perché non vada smarrito, a beneficio di tutti, l’esempio di un grande uomo del nostro tempo.

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