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Palestina e piano Trump: il re è nudo?

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Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Palestina: Donald Trump torna a occuparsi del Medio oriente, mentre l’impeachment lo incalza al Congresso nell’anno delle presidenziali di novembre. Già il riconoscimento unilaterale di Gerusalemme come capitale indivisa di Israele, poco più di 2 anni fa, non persuadeva. Il presidente aveva però avuto allora buon gioco a rimarcare come la decisione risalisse alla prima amministrazione Clinton (1995) e poi fosse stata congelata sine die. Piuttosto, il riconoscimento si prestava alla critica di essere un diversivo perché ignorava tutti gli altri aspetti del conflitto israelo-palestinese.

Ecco che il tycoon riprende in mano il dossier in questi giorni, apparentemente deciso ad affrontarlo stavolta nella sua globalità. Ovvero, una volta di più, il presidente Usa si rivela soltanto un campione del “politicamente scorretto”? In questo caso, il piano suo e di suo genero Jared Kushner equivarrebbe a poco più della voce innocente che gridò una volta: “Il re è nudo”. E allora andiamo a vedere di cosa si tratta.

Palestinesi spettatori del proprio destino

Intanto, la stessa cornice di presentazione del piano sulla Palestina è stata poco diplomatica, per usare un eufemismo. Alla Casa Bianca Trump ha invitato il primo ministro dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu. E prima aveva ricevuto il suo sfidante alle elezioni israeliane, il generale Binyamin Gantz. Insomma: le parti politiche di Tel Aviv e nessun rappresentante palestinese. I palestinesi perdono addirittura il riconoscimento formale di parte in causa. Il loro futuro si decide apertamente sulle loro teste e verrà loro successivamente comunicato, o meglio intimato.

Punto di partenza è il principio dell’indivisibilità di Gerusalemme capitale di Israele. La zona est, già separata dal resto della municipalità dal 2004 col muro di sicurezza fatto erigere da Ariel Sharon, potrà considerarsi capitale della Palestina. Gli Usa si impegnano ad aprirci un’ambasciata e concedono pure che si chiami Al Quds, nome con cui gli arabi designano l’intera città santa. La città vecchia resta sotto controllo ebraico e i luoghi santi continueranno a essere amministrati dalla Giordania.

Stato di Palestina?

Il piano di Trump e Kushner implica poi, più o meno informalmente, l’accettazione in toto delle posizioni di Israele. Nessun diritto al rientro dei palestinesi fuggiti ed espulsi tra il 1948 e il 1967. E in favore di questi ultimi compensazioni economiche ridotte, escluse cifre miliardarie in dollari. Annessione ebraica di tutte le colonie esistenti in Cisgiordania (pari a circa il 30% del territorio) e sovranità israeliana estesa formalmente anche alla valle del Giordano. Impegno di Tel Aviv a non costruire nuovi insediamenti per 4 anni. Promessa di cessione di modeste porzioni di territorio a sud di Gaza, ove costruire infrastrutture per alleviare la crisi umanitaria della Striscia.

Per quanto riguarda il futuro cosiddetto Stato di Palestina, i suoi contorni sono quelli prevedibili e di fatto già esistenti. Niente continuità territoriale e pertanto neanche contiguità tra i territori palestinesi e la Giordania. Un tunnel sotterraneo dovrebbe collegare la Cisgiordania con Gaza. 4 anni di tempo per arrivare alla proclamazione dello Stato dopo l’avvio dei negoziati. Precondizioni: sospensione di erogazioni e pagamenti ai familiari degli autori di attentati e consegna delle armi da parte di Hamas e Jihad islamica. Quindi: nessun controllo delle frontiere; nessun esercito e anzi completa demilitarizzazione; impossibilità d’intrattenere rapporti diplomatici con l’estero ma solo relazioni commerciali. C’è anche una generica promessa di 50 miliardi di dollari di investimenti americani, che difficilmente indorerà una pillola tanto sgradevole.

La Palestina, una bandiera d’antan 

Questa specie di proposta è stata illustrata alla stampa mondiale alla presenza anche degli ambasciatori a Washington di Oman, Emirati e Bahrein. Anche questa è una novità relativa. È infatti risaputo da tempo come la questione palestinese non sia più la bandiera di una volta per i Paesi arabi. La lotta fra sciiti e sunniti, cioè tra Iran e Arabia Saudita, non conosce tregua; e ormai neanche la retorica riesce a nasconderne la preponderanza. Certo, la monarchia saudita mantiene il pudore di non ostentare la collaborazione con Israele in chiave anti-iraniana. Ma è chiaro che i Paesi che sono andati ad applaudire il piano Trump-Kushner l’hanno fatto anche per conto di Riad.

La Lega Araba si riunirà in via straordinaria al Cairo, ma non andrà oltre richiami di maniera. Anche il padrone di casa della riunione, al-Sisi, fa parte infatti del fronte anti-sciita e anti-islamista. La Giordania, proverbiale vaso di coccio, tace. La stessa Turchia di Erdogan ha condannato senza enfasi l’iniziativa americana. Sulle barricate, ovviamente, solo Teheran e i libanesi di Hezbollah.

Trump e l’impeachment

I commenti dei media sul piano per la Palestina annettono anche in questo caso grande importanza alle ragioni di politica interna alla base della politica estera di Trump. Sarà un caso, infatti, ma la procedura d’impeachment in corso al Senato sembra abbia imboccato, proprio dopo l’annuncio del piano Kushner, il rettilineo finale. I Democratici non sembrano aver trovato i 4 senatori Repubblicani necessari per domandare l’escussione di nuovi testimoni a carico del presidente. La speranza di ascoltare l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton svanisce. E con quella la possibilità che il falco conservatore inguai il suo ex capo, confermando che avrebbe ritardato gli aiuti all’Ucraina in attesa dell’indagine sulla famiglia del suo rivale Joe Biden.

Alcuni, d’altra parte, considerano anche i risvolti israeliani dell’iniziativa del tycoon. Netanyahu, in difficoltà per il processo penale per corruzione che ha scelto di affrontare rinunciando all’immunità, si giova dello spalleggiamento di Trump.
Residua nondimeno un’altra possibilità, che non ci sentiamo di escludere. Al di là della tempistica, il piano di Trump per la Palestina (così come il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme) dichiara apertamente ciò che è sempre stato nei fatti.

Il ruolo di mediatore degli Usa nel conflitto mediorientale dipende dal loro rango di superpotenza mondiale. Ma è chiaro che i rapporti che essi intrattengono con Israele e con la diaspora al loro interno continuano a renderne impossibile un’effettiva terzietà. È questa la realtà di fatto. Così come è la geografia ad annichilire per prima la possibilità della compresenza di due veri Stati, che gli israeliani non accetterebbero comunque mai. E Trump, con la consueta asprezza dei modi, sulla Palestina richiama tutti all’ostinata durezza degli argomenti reali.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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