Paola De Micheli: tutti hanno visto, sentito e ne parlano. La ministra di Piacenza è la titolare del dicastero di Infrastrutture e Trasporti. Colei che ha voce in capitolo per tutt’altro. Eppure la potente ministra, che è anche parlamentare e vicesegretaria del Pd, nella visita alla sua città con il premier Conte e il governatore Bonaccini, perché in questa veste era presente il 28 aprile, ha sentito la giusta esigenza di parlare della sanità piacentina.
Bene, cosa c’è di strano? Avrà reso il dovuto ringraziamento a medici, infermieri, tecnici per l’impegno contro l’epidemia di Covid-19 che ha fatto una strage. No, Paola De Micheli ha fatto di più. O meglio, tra le righe, ha detto molto di più. Ha parlato di un modello organizzativo sanitario piacentino che l’Italia e il mondo ci hanno copiato. Ha citato (giustamente) il protocollo dell’eparina partito dall’ospedale di Castel San Giovanni. E ha citato (giustamente) senza nominarla, ma il riferimento era chiaro, la rete composta da medici di famiglia ed Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) per le cure domiciliari dei malati di Covid-19.
Ma la ministra non si è fermata qui. E ha voluto dare un segnale oltre a quelli di norma. Per finire, ha ringraziato per nome e cognome l’ingegner Luca Baldino, il direttore generale dell’Azienda sanitaria piacentina.
Fermo restando l’omaggio più che dovuto all’impegno dei nostri sanitari, è il peana della ministra sul modello organizzativo che ha lasciato le maggiori perplessità. Perché insistere così tanto in difesa del management ai vertici dell’Ausl di Piacenza? Sta succedendo qualcosa? O forse era solo necessario aprire un ombrello per ripararlo dalle critiche che gli stanno piovendo addosso proprio sui limiti manifestati sotto il profilo organizzativo e di controllo?
La ministra De Micheli per esempio è al corrente dei tanti ritardi sui tamponi, si chiedono molti piacentini? Test che solo da alcuni giorni vengono fatti in numero maggiore (dai 300-350 del 21 aprile ai 1.000-1.300 di oggi), visto che si sono snobbati quelli dall’auto per settimane? Il tutto mentre altre Aziende sanitarie, non lombarde o venete, ma emiliane si attivavano per metterli in campo il più presto possibile? In questo caso non ci pare proprio che qualcuno ci abbia copiato, anzi forse è Piacenza che in ritardo ha imitato gli altri.
Visto che parla di un invidiabile modello organizzativo, la ministra De Micheli forse lo fa perché è al corrente di informazioni che noi non abbiamo la grazia di ricevere e che abbiamo chiesto più volte che vengano rese pubbliche.
Per esempio: a chi vengono fatti questi tamponi? Perché se ci limitiamo ai pazienti di cui si deve verificare la guarigione, poco contano nella ricerca di nuovi contagiati da tracciare e isolare. In sostanza, forse De Micheli ha dovizia di particolari sui sistemi d’indagine stabiliti dall’Azienda sanitaria per stanare il virus, a partire dalla fetta di popolazione coinvolta da questi tamponi. Che ci auguriamo non siano effettuati solo nelle martoriate case di riposo, ma anche rivolti a coloro che dal 4 maggio dovranno rientrare al lavoro. Insomma, la ministra, a Roma o a Piacenza che sia, dorme sonni tranquilli, ma noi no. Soprattutto in vista della fase 2.
Infine, non sono da sottovalutare, anche agli occhi di una ministra attenta come Paola De Micheli, le indagini della magistratura in corso su due fronti. I rapporti tra Casa di cura Piacenza e Ausl, in merito anche a ciò che è avvenuto il 24 febbraio sull’ipotetico paziente 1. E gli esposti dei sindacati sull’assenza dei dispositivi di protezione individuale per i dipendenti di case di riposo ed Rsa. Senza dimenticare, ma questo la ministra non lo poteva sapere, l’ispezione dei Nas di oggi in diverse residenze per anziani del territorio piacentino.
Ecco perché ci ha colpito questo attestato di stima “organizzativo” di Paola De Micheli che è andato ben oltre il previsto o il prevedibile. Un po’ come se Piacenza stesse voltando pagina e fosse uscita dall’inferno del Coronavirus, che invece brucia ancora con 4.062 casi positivi e 864 morti ufficiali. Due numeri che nessuno ci invidia.
Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.
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Ottima analisi, che lascia alquanto perplessi chi vive tutti i giorni la realtà piacentina. I numeri sono impietosi sia come contagi che come decessi. È mai possibile che chi ci amministra continui dipingere una realtà che non esiste? Il commissario Venturi con l’ing. Baldino erano OTTIMISTI findall’inizio sostenendo che a Piacenza non vi erano focolai ma che dovevamo pagare lo scotto della vicina Codogno. Fin dall’inizio vedevano la luce in fondo al tunnel e il tanto modello enfatizzato dall’organizzazione a domicilio è valida evidentemente solo per pochi, in quanto, avendone avuto bisogno personalmente per un parente di Castelsangiovanni, la risposta è stata NEGATIVA pur con l’attivazione del servizio da parte del medico di famiglia. Se evidenziamo il protocollo eparina, vorremmo vederne la pubblicazione su riviste autorevoli prima di gridare al modello Piacenza. Mi auguro che il Ministro De Micheli stia esprimendo dei giudizi cercando solo di parare ad una catastrofe che si è abbattuta su Piacenza spinta dall’emotivita’ perché tutti questi elogi a chi amministra e organizza L’ASL con i numeri impietosi che la realtà ci presenta, sembra troppo superficiale per chi ricopre un ruolo così importante.
Silvia Brega
Forse il Ministro De Micheli non era (del tutto) all’oscuro delle indagini e delle verifiche dei NAS e, quindi, ha voluto spendere quelle parole d’elogio e “difesa preventiva” del modello organizzativo dell’AUSL di Piacenza (ma direi anche della Regione) che, nei mesi a venire, saranno oggetto di molte riflessioni. E del resto lei stessa, in più occasioni nelle scorse settimane, aveva dichiarato di avere molti amici e conoscenti tra le fila dei medici e dirigenti impegnati nella lotta contro il COVID-19 a Piacenza.
Cambiando argomento, spendo anch’io alcune parole sul discorso tamponi, perchè credo – come l’autore dell’articolo ha fatto – sia un aspetto cruciale per monitorare lo sviluppo e la diffusione dell’epidemia. Eppure nella nostra provincia e regione, questo strumento è stato impiegato in modo totalmente difforme rispetto alle altre regioni “focolaio”, non solo numericamente ma anche per distribuzione. Innanzitutto perchè – per mesi – essere sottoposti a tampone era un’impresa; in assenza di sintomi gravi o ricovero, era un vero e proprio “privilegio” riservato a pochi fortunati, quasi fosse un atto di grazia. E come l’autore dell’articolo ricorda, la maggior parte di questi sono stati fatti a cittadini positivi (o sospetti positivi) al termine del periodo di malattia/isolamento, come verifica di “negativizzazione” (quando l’esito negativo è molto probabile).
Piacenza, era evidente sin dalle prime settimane, era nel bel mezzo dell’epicentro epidemiologico (in quel triste “triangolo” di province che vanno da Piacenza a Bergamo, passando per Cremona, Lodi e Brescia) eppure per troppo tempo si è parlato solo di Lombardia e Veneto, quasi Piacenza fosse diventata lombarda. Eppure, nelle prime settimane, Piacenza da sola aveva più contagi di tutte le località “zona rossa” del Veneto (questo nonostante l’enorme gap numerico di tamponi eseguiti). Ma quei numeri venivano giustificati dicendo che i contagi arrivavano dal lodigiano. E così, mentre Lombardia e Veneto eseguivano tamponi nell’ordine delle decine di migliaia, l’Emilia Romagna era ferma a poche migliaia, di cui solo alcune centinaia fatti a Piacenza (nonostante dovesse essere la provincia più attenzionata della regione). Piacenza che fino a metà Marzo nemmeno era autonoma nella refertazione dei tamponi e dipendeva da laboratori fuori provincia (limitando enormemente il numero di tamponi/giorno) e dove a più riprese s’è registrata la carenza di reagenti per refertare i tamponi. Piacenza che solo da poche settimane ha potenziato l’esecuzione di tamponi anche con la modalità “Drive-Through”.
Ma veniamo agli sviluppi dell’ultima settimana/10 giorni, con un picco di positivi a Piacenza (in controtendenza rispetto i dati nazionali) che Venturi ha giustificato come conseguenza dell’esecuzione di tamponi a tappeto presso alcune strutture e case protette. Ora, la domanda è: se a distanza di 2 mesi dall’inizio ufficiale dell’epidemia eseguendo test presso queste strutture emergono così tanti positivi, quali sarebbero stati i numeri se questi test a tappeto fossero stati eseguiti ad inizio Marzo? E quanti sarebbero stati i positivi nella nostra Provincia se i tamponi fatti anzichè decine fossero stati migliaia (come avveniva in Lombardia e Veneto)? E quante persone sarebbero state isolate o curate prima e – forse – quante vite si sarebbero potute salvare?
Mi spiace dirlo, ma giorno dopo giorno mi convinco che qualcuno (con queste mosse) abbia voluto intenzionalmente contenere i numeri ufficiali del contagio nella nostra regione e – di fatti – c’è riuscito visto che l’Emilia Romagna (che fino a pochi giorni fa era la seconda regione per infezioni in Italia) veniva quasi marginalmente indicata quando si parlava del dramma di questa epidemia. Eppure Piacenza – seppur provincia di confine – rientra nel territorio della regione e Piacenza ha gli indici peggiori d’ITALIA. E’ la prima città come morti ogni 100.000 abitanti ed è la seconda città (dopo Cremona) come diffusione del virus tra la sua popolazione.
Eppure il dramma della nostra città sembra interessi poco, a partire dal presidente della nostra regione. E il sospetto è che questa “distrazione” sia dettata da meri interessi ed equilibrismi politici, più che da carenze degli strumenti e delle risorse necessarie per gestire la situazione.
E il fatto che solo ora – a quasi 2 mesi dal lockdown e con un indice di diffusione R0 molto inferiore a 1 – si inizino davvero ad eseguire tamponi (Venturi promette saranno 18 mila al giorno nella nostra regione) non fa che aumentare i sospetti.
La cosa certa è che i dati di Piacenza sono falsati; basta guardare il grafico dei positivi da fine Febbraio ad oggi. E se da questi grafici dipendono alcune decisioni sulle riaperture, mi domando quale criterio viene/verrà adottato e, di conseguenza, se tali decisioni possano mettere a rischio la salute dei cittadini e/o vanificare gli sforzi di contenimento sin ora fatti. Lo scopriremo presto…