Papa Francesco e i buffetti con la faccia torva sulle mani della fedele sgarbata: schiaffo dato o schiaffo preso? La domanda è legittima perché, scampato il pericolo di una caduta e possibili traumi, l’attenzione si sposta sul danno d’immagine. Lesione, quella della capacità esemplare del Papa, non meno grave di una frattura fisica anche scomposta. Al punto che il Pontefice si è pubblicamente scusato per aver perso la pazienza, all’Angelus del 1° dell’anno.
I termini della vicenda, va da sé, sono stati ampiamente falsati nelle loro reali proporzioni dalla comunicazione social. Accanto agli insulti, sul web si trovano cose se possibile più sconsolanti: ad esempio, il collegamento della reazione allo strattone dei giorni scorsi con l’infallibilità papale “ex cathedra”. Cerchiamo di restare seri. E proviamo a guardare la luna anziché il dito. Con l’avvertenza che, in questo caso, i mezzi di comunicazione non tanto additano il problema, quanto piuttosto ne sono parte.
Da Pio IX a Papa Wojtyla
Cominciamo questa riflessione con un piccolo excursus storico sui Papi e le immagini. Il primo vescovo di Roma a essere fotografato fu il beato Pio IX (1846-1878), mentre il primo brevemente filmato fu il suo immediato successore Leone XIII (1878-1903). A seguire, i Pontefici fino a Pio XI (1922-1939) compreso ebbero con le riprese un rapporto crescente, ma tutto sommato poco più che embrionale.
Fu con Pio XII (1939-1958) che l’immagine del vicario di Cristo divenne, accanto alla sua voce spinta ovunque nel mondo dalle antenne della radio, parte integrante della pastorale del Papa. Fa sorridere guardare, con gli occhi smaliziati a tutto di oggi, come Papa Pacelli fissasse l’obiettivo durante le sue prime apparizioni televisive. Il suo atteggiamento, ieratico e solenne, era anche ostentatamente recitativo. Sembrava indeciso fra la tentazione della messa in scena e lo svelamento plateale della finzione. Fu comunque il primo Pontefice largamente immortalato nella solennità dei riti (anno santo, canonizzazioni, concistori) e nella vastità delle grandi adunate. E volle addirittura essere il protagonista di un film-documentario sulle sue giornate-tipo da Papa: Pastor Angelicus del lontano 1942, diretto da Romolo Marcellini con l’assistenza di un giovane Ennio Flaiano.
In tempi sostanzialmente odierni, nessuno più di san Giovanni Paolo II (1978-2005) è stato oltre Tevere soggetto e padrone del rapporto con i media. Le Giornate mondiali della gioventù, i viaggi apostolici, gli incontri coi grandi del mondo furono i suoi palcoscenici. Sorprendentemente, l’ultima cattedra su cui si assise davanti a tutti, quella della malattia e della sofferenza, fu la sua più grande e insieme realistica rappresentazione. Il magnetismo di Papa Francesco, fatto di umiltà e simpatia, sembrava destinato ad avvicinare quei fasti comunicativi. Col tempo, invece, qualcosa sembra vada storto. Ma cosa, precisamente?
Le formalità strette a Papa Bergoglio
A parer nostro, è il congedo dalle formalità a non funzionare. Queste ultime formano oggetto, da parte di Papa Bergoglio, di un rifiuto piuttosto esplicito. Le formalità, però, non si devono concepire nella sola accezione negativa e malauguratamente corrente del termine. Esse sono anche una protezione e una cautela, stabilite in favore di chi se ne circonda o se ne lascia cingere. Quando ci si sottomette alle formalità, nella misura in cui ciò non vada a detrimento della sostanza, si dà prova (ad onta delle apparenze) di grande libertà interiore. Ci si riconosce, infatti, bisognosi di un valido aiuto nell’esercizio sempre doveroso del dominio di sé. Tanto più le formalità risultano utili in favore di quanti ricoprono ruoli di altissima rappresentanza, dei quali il Papa costituisce come il paradigma.
È chiaro che al tempo degli smartphone e dei tablet, dei social network e della comunicazione permanente, essere formali è sempre più difficile. Soprattutto, gode sempre meno di buona fama: insomma, non è per niente di moda. Nondimeno, a parte i casi in cui risulta proprio inevitabile, è sovente conveniente per non dire necessario. Un caso come quello dello strattone, peraltro, non è nemmeno uno dei più significativi in cui viene coinvolto oggi il Papa. Pensiamo a quando accetta di scrivere libri. Ovvero, a quando concede interviste estemporanee, come sull’aereo di ritorno da un viaggio. Il Papa non è una persona privata. Non è nemmeno una personalità dello sport o del cinema e neanche un soggetto politico qualsiasi. È l’autorità spirituale cui guardano centinaia di milioni di persone nel mondo per trovare conferme alla loro fede. L’improvvisazione non è il miglior tasto da battere per chi ha da disimpegnare simili responsabilità.
La parte va sostenuta
In conclusione, diremmo che il problema non è prima di tutto pratico, ma d’impostazione. Oggi il corteo papale in pompa rinascimentale con baldacchino, sedia gestatoria, flabelli, camerieri di cappa e spada e colletti in pizzo riuscirebbe grottesco. In più, s’impone ormai una concezione della sicurezza cui, per quanto poco affine alla paternità del pastore di anime, anche il Papa finisce per sottomettersi.
Sarebbe sufficiente che il Pontefice accettasse il mutamento della sua condizione, che gli è suggerito anche dal cambiamento del nome. L’impaccio mediatico dell’ottocentesco Pacelli è naturalmente irriproducibile dall’attualissimo Bergoglio. Ma una certa “gravitas” conviene ai Papi in ogni tempo, anche se a tratti fosse il caso di fingerla.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








